Un'analisi della situazione tailandese a pochi giorni dalle elezioni, mentre continuano le proteste anti-premier
Nella Thailandia della monarchia costituzionale i tempi sono
cambiati dal regime militare del periodo compreso fra il 1947 e il 1992.
Le
proteste in nome della democrazia e per chiedere le dimissioni del primo
ministro Thaksin Shinawatra proseguono finora pacificamente, senza scatenare
una vera rivolta, e le elezioni anticipate da lui annunciate dopo lo
scioglimento del parlamento probabilmente si terranno con una nuova vittoria
del Thai Loves Thai, il suo partito. Questo lo scenario disegnato dall’analista
della politica tailandese Chris Baker, che vive da 25 anni nella capitale
Bangkok, prima del voto del prossimo 2 aprile.
La situazione
potrebbe precipitare in vista delle elezioni?
Le tensioni sono cominciate circa un mese fa, ma finora le
manifestazioni sono state pacifiche e si sono verificati solo un paio di
piccoli incidenti. Non penso che ci saranno dei cambiamenti in questi giorni.
Certo è facile scatenare scontri in queste situazioni, ma gran parte dei
partiti coinvolti vogliono continuare a protestare pacificamente.
L’opposizione
riuscirà a boicottare le elezioni?
A causa del boicottaggio alcuni seggi non saranno assegnati in
parlamento come previsto dalla legge, ma non a tal punto da invalidare il voto.
Ci saranno probabilmente 20, 30 collegi dove nessuno verrà eletto. La legge, comunque, prevede che le elezioni vengano
ripetute se non si ottiene il quorum previsto.
Il voto quindi ci sarà,
nonostante le proteste?
Sì. Al momento la maggior parte dell’opinione pubblica pensa
che le elezioni si terranno. Come hanno ribadito il primo ministro e la
Commissione Elettorale.
E se le elezioni si terranno,
quali saranno i risultati?
Noi conosciamo già i risultati, perché non c’è una vera
competizione con il partito di governo che adesso detiene i ¾ dei seggi in
parlamento. Uno o due partiti dell’opposizione probabilmente spariranno. Si
formerà un parlamento fasullo, non veramente rappresentativo. Ciò non porrà
fine alla crisi, mostrerà solo la dimensione del sostegno al primo ministro.
Poi partiranno le trattative tra il governo e l’opposizione su come gestire il
futuro.
Perché il re Bhumibol
Adulyadej , che ha il potere di far dimettere il premier, non è intervenuto?
Nel passato il re è intervenuto solo quando si era giunti a
scontri violenti e a una situazione di stallo. Adesso è diverso, si procederà
secondo gli strumenti previsti dalla Costituzione, che è più forte di un tempo.
Shinawatra potrebbe
rimanere al potere?
E’ possibile. Shinawatra è l’unico che può ottenere un
risultato significativo in queste elezioni. Ma c’è un forte malcontento nei
suoi confronti. La gente delle città, in particolare, è convinta che negli
ultimi cinque anni abbia danneggiato le istituzioni democratiche e sente di
dover protestare per cacciarlo, perché le conseguenze a lungo termine del suo
governo possono essere molto negative.
Chi sono gli
oppositori di Shinawatra?
Le persone che stanno protestando per le strade provengono
da diversi settori della popolazione urbana. Hanno in media 40, 50 anni e hanno
assistito negli ultimi trent’anni al passaggio da un regime militare a una
democrazia parlamentare. I più amareggiati sono funzionari pubblici, commercianti,
insegnanti, intellettuali, scrittori, professionisti. Si dice che in molte zone
fuori Bangkok il primo ministro abbia un sostegno, ma non sappiamo quanto questo
sia forte, perché com’è tipico delle figure autoritarie ha soppresso il flusso
d’informazioni da quelle zone.
Sappiamo, tuttavia,
che lo sostengono i poveri…
Sì e hanno dei buoni motivi per farlo. Thaksin ha fatto cose
molto semplici, ma molto efficaci. Ha creato un sistema sanitario che loro
apprezzano e ha distribuito fondi per lo sviluppo locale. Insomma si è
dimostrato vicino ai poveri più di ogni altro leader.
La società tailandese
è molto divisa?
Sì. Siamo di fronte a una crisi classica della democrazia.
Da una parte ci sono i sostenitori di Shinawatra, che dicono di essere loro i
democratici perché hanno il sostegno della maggioranza, dall’altra gli
oppositori, che ritengono il premier un rischio per il Paese.
In realtà ha
praticato una politica di repressione nel sud musulmano, una lotta spietata al
traffico di droga e un controllo totale dei mezzi di comunicazione….
Tutto ciò ha contribuito ad accendere la protesta delle
nuove generazioni negli ultimi due, tre anni. Si tenga conto che con la
politica antidroga ha fatto uccidere arbitrariamente 2500 persone e altre sono
sparite e probabilmente sono state assassinate nel sud.