L’imponente foresta che ospita la Comunità di popolazione in
resistenza Santa Rita è preceduta da un cartellone dove si può leggere
una frase che dà qualche indicazione sulla gente che ci vive: “Il
popolo dice Sì ai fiumi per la vita, No alle dighe”. Questo succede
perché a Santa Rita si può ancora sentire lo spirito della comunità in
lotta all’interno di un paese dove i valori sono sempre più minacciati
dal neoliberismo selvaggio e dall’apatia che flagellano la zona.
Valenzuela, uno storico studioso delle Cpr, a questo riguardo
diceva di sentire ancora di più la responsabilità di mantenere vivi i
valori appresi durante la vita in montagna perché la situazione si va
facendo sempre più ostile e minaccia di peggiorare in futuro.
“Benvenuti al calore della Cpr, il calore umano e della foresta”. Con questa
frase ci danno il benvenuto Judith e la sua famiglia di sei persone, che ci accolgono
e condividono con noi la loro esperienza.
Un po' di geografia. Questa regione a nord del Guatemala è la più grande del paese e confina con
il Messico e il Belize. Il Peten è da sempre conosciuto per le sue foreste, le
sue risorse idriche, e soprattutto per i complessi architettonici Maya dislocati
per tutto il territorio (Tikal, Ceibal, Piedras Negras, El Mirador etc.). Negli
ultimi anni, il forte sfruttamento delle risorse petrolifere e boschive della
zona ne sta modificando troppo velocemente l’aspetto.
Al centro di tutto questo confluire di interessi e ricchezze si trova una delle
poche Cpr esistenti in Guatemala.
Un po' di storia. Le Cpr nacquero in seguito al lungo e duro genocidio della guerra civile promossa
dai governi militari di destra che si sono succeduti al comando del paese. La
guerra provocò un elevato numero di vittime e centinaia di migliaia di rifugiati
e sfollati, specie durante gli anni ’80. Di conseguenza, nelle montagne e nelle
foreste si raccolsero tutti coloro che per sfuggire agli abusi dell’esercito dovettero
abbandonare le loro case e vivere in comunità organizzate, senza mai poterne uscire
per gli ultimi otto anni della guerra. Con gli accordi di pace del ’96, le Cpr
furono obbligate ad abbandonare i loro insediamenti in cambio dell’impegno da
parte del governo a trovare per tutti loro un nuovo posto dove vivere. Nel ’98
le Cpr uscirono dalla foresta Lacandona, alle foci del fiume Usumacinta, per insediarsi
di nuovo nel paese, ma il governo non mantenne fede agli accordi presi, rese anzi
ancora più difficile le loro condizioni di vita. Alcuni ritornarono dai loro familiari,
altri cercarono di stabilirsi in luoghi diversi da quelli di provenienza e altri
ancora, come coloro che abbiamo conosciuto, rimasero insieme per formare una nuova
comunità cercando di conservare i valori acquisiti durante la vita nelle montagne.
Luoghi comuni. In più parti nel Guatemala, parlando delle Cpr si dicono cose come: “sono selvaggi
della montagna”, “erano assassini della guerriglia”, o, più tipicamente, “sono
molto ricchi, hanno avuto tutto”. Come sempre, gli apparati del potere si sono
preoccupati di fare disinformazione. Bisogna infatti ricordare che le famiglie
delle Cpr hanno solo un’ora d’acqua ogni due giorni e che non gli è stato regalato
niente; solo l’organizzazione e la lotta comune hanno dato qualche risultato.
L'organizzazione. Attualmente la vita della comunità si svolge lontano dalle foreste perché ogni
famiglia ha la sua abitazione e coltiva i suoi campi, però si continuano a gestire
i terreni in comune e si gestiscono cooperative per la cura del bestiame. L’assemblea
della comunità ha l’incarico di eleggere i rappresentanti della Giunta Direttiva
e di distribuire gli incarichi. Nonostante le condizioni di vita siano sempre
più difficili e molti giovani pensino di abbandonare la comunità, all’interno
delle Cpr nascono sempre nuovi progetti, come la radio della comunità,
Radio Libertad, diffusa su un ampio territorio, o la Scuola Secondaria Popolare, che si avvale
di un metodo formativo orientato a garantire un’istruzione uguale per tutti.
Vita quotidiana. La vita quotidiana in una Cpr non è diversa da quella di altre comunità rurali:
bisogna provvedere alla legna, pulire i fagioli, cuocere il mais e preparare il
pane, curare i campi. Uomini e donne hanno le loro responsabilità fin da piccoli
perché è necessario, tuttavia a Santa Rita si cerca di riservare sempre alcuni
spazi comuni al gioco e all’aggregazione, come le partite di calcio e pallavolo
che ci sono tutti i pomeriggi o i vari laboratori.
Oltre alle attività giornaliere, nel mese di marzo sono stati creati dei centri
informativi sulle coltivazioni transgeniche e sui Trattati di Libero Commercio
(TLC). Tra le altre cose si partecipa anche alle manifestazioni internazionali,
come quella dell’8 marzo, con una marcia di donne all’interno della stessa comunità,
o la Giornata Internazionale contro gli sbarramenti fluviali, con picchetti durati
un’intera mattinata, organizzati da tutte le comunità e le associazioni toccate
dal problema.
Futuro nero. Si è arrivati fino a oggi così: guardando con paura verso un futuro incerto,
segnato da politiche internazionali che danneggiano sempre più il piccolo contadino.
I Trattati di libero commercio metteranno in competizione il grano sovvenzionato
dagli Usa con quello prodotto a fatica dai paesi dell’America Centrale. Le privatizzazioni
dei terreni e delle risorse naturali stanno modificando la geografia e gli ecosistemi
del territorio minacciando soprattutto la capacità di produrre alimenti per la
popolazione.
È chiaro che tutte queste variabili non lasciano molte speranze ai giovani e
rappresentano una sfida difficile per la sostenibilità dell’economia, ma è ancora
più chiaro che le organizzazioni comunitarie e di mutuo soccorso sono le uniche
in grado di contrastare gli effetti negativi e devastatori dello sfruttamento
selvaggio del mercato.
L'alternativa. Un buon esempio in proposito lo offre la cooperativa Nuevo Horizonte, nei dintorni
di Santa Rita, che ha una storia parallela a quella della Cpr. A Nuevo Horizonte
vivono 115 famiglie e si stanno sviluppando vari micro-progetti per affrontare
la nuova situazione. I progetti vanno da un allevamento di galline destinato alla
produzione di uova a laboratori di sartoria o panifici, e comprendono anche un
piccolo progetto per il turismo sostenibile.
Come succede in ogni tipo di organizzazione, anche qui ci sono conflitti di interessi,
problemi di comunicazione tra le diverse associazioni e momenti di stanchezza,
ma almeno qui non si è mai smesso di lottare e le comunità rappresentano una piccola
speranza per il pessimismo in cui questo Guatemala ferito e sofferente sembra
destinato a bloccarsi