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Le proteste. Il pomo della discordia è la proposta di legge Hr4437, o legge Sensenbrenner,
approvata in dicembre dalla Camera dei rappresentanti. Il provvedimento renderebbe
un reato grave la presenza illegale negli States, punirebbe chi dà aiuto o lavoro
ai clandestini, aumenterebbe le multe nei confronti di chi è senza documenti,
e darebbe il via alla costruzione di oltre 1.000 chilometri di muro sul confine
tra Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di arrivare un giorno a far correre
la barriera dal Pacifico all’Atlantico. Un vero e proprio giro di vite voluto
dall’ala più conservatrice dei repubblicani, contro cui si è schierato anche il
presidente Bush, favorevole a permessi temporanei per gli immigrati che lavorano.
A fine marzo, prima che la discussione sul tema riprendesse al Senato, i latinos hanno fatto sentire in massa la loro voce. Le manifestazioni di Los Angeles
(500mila persone) e Chicago (300mila) non sono passate inosservate. La scorsa
domenica, a Dallas, altri 350mila ispanici sono scesi nelle strade. E ieri, lunedì
10 aprile, manifestazioni di protesta sono andate in scena in circa 60 città degli
States, portando in piazza centinaia di migliaia di persone.
La nuova proposta. Dal Senato è subito arrivata una proposta alternativa, approvata dalla commissione
Giustizia con 12 voti a 6 (quattro repubblicani si sono schierati con i democratici).
Oltre a raddoppiare le green card (i permessi di soggiorno), la bozza prevedeva la legalizzazione dei clandestini
e al tempo stesso offre un percorso – lungo fino a 11 anni – verso l’acquisizione
della cittadinanza. Se avranno un lavoro, dimostreranno di conoscere l’inglese,
non si saranno macchiati di reati, pagheranno multe e tasse, gli immigrati illegali
usciti allo scoperto diventeranno cittadini americani. Una parte del Partito repubblicano
l’ha subito bollata come un’amnistia. “Sarebbe come una campana che suona per
annunciare: venite, venite tutti”, ha detto Bob Beauprez, un deputato del Colorado.
E la settimana scorsa il Senato non è riuscito ad approvare il testo preparato
dalla Commissione. Ora ritorna tutto in gioco: il Congresso - dove i lavori ricominceranno
solo tra due settimane - dovrà trovare per forza un compromesso. Materia spinosa
per il partito di Bush, diviso tra una componente più conservatrice, sensibile
alla questione dell’identità, e una parte più vicina agli imprenditori, che sa
benissimo come il Paese non possa fare a meno della manodopera a basso costo fornita
dai clandestini.
Il voto di novembre. Il fatto che tra sette mesi ci siano le elezioni per il Congresso complica il
dibattito: i politici sanno che in ballo ci sono i voti della crescente popolazione
ispanica, ormai più numerosa di quella afro-americana (oltre un cittadino su otto
è latino, e nel 2004 il 40 per cento degli ispanici ha votato per Bush). Ma devono coniugare
il desiderio di accaparrarseli con l’esigenza di non deludere gli elettori che
auspicano frontiere più sicure. E non sono pochi: secondo un sondaggio, l’82 per
cento della popolazione crede che il governo non stia facendo abbastanza per chiudere
le frontiere ai clandestini.Alessandro Ursic