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Il populista alla
riscossa. E’ così che molti peruviani intitolerebbero la storia di Ollanta
Humala, l’ex militare ora candidato nazionalista alla presidenza della
Repubblica del Perù, che sta letteralmente dividendo in due l’elettorato: chi
lo osanna e chi lo denigra.
Previsioni funeste. Da qualche giorno, infatti, è iniziata una vera e
propria offensiva sul web. I continui anatemi contro la stampa, le promesse di
espropri alla cieca e le urlate quanto generiche assicurazioni alla massa hanno
provocato una reazione forte e decisa non solo dei suoi rivali.
Non solo politici. A screditarlo ci pensano anche i
suoi ex
colleghi. Il generale Jorge de Souza Ferreyra Huapaya ha ufficialmente
smentito
che l’Esercito stia appoggiando la sua candidatura, come Humala sta
invece
tentando di far credere all’opinione pubblica. Ha anzi assicurato che i
militari, al contrario, lo considerano un “un cattivo esempio” per il prestigio
dell’esercito: “E’ un dovere morale per tutti i militari che tengono
alle
istituzioni dello Stato non votarlo il 9 aprile. Quando era un militare
colpì,
screditò, maltrattò e prese come ostaggio un generale. Come fidarsi di
lui?”.
Il riferimento è a quanto accadde a Locumba nel 2000, quando Humala si
mise a
capo della truppa d’artiglieria della VI Divisione blindata senza aver
ricevuto
nessun ordine. Quindi aggredì il suo diretto superiore e improvvisò un
moto di
rivolta. L’episodio avvenne nell’ottobre e fu interpretato come un
atto rivoluzionario contro l’allora presidente Alberto Fujimori. Le
denunce di corruzione che in quel periodo fioccavano da destra e da
manca, crearono un vero e proprio scandalo in cui venne
coinvolto anche Vladimiro Montesinos, capo dell’intelligence e braccio
destro
del premier. Ma il generale mette in
discussione persino il carattere rivoluzionario di quell’azione: “La
rivolta di
Locumba era parte di una strategia calata dall’alto per favorire la
fuga di
Montesinos – incalza – Mentre gli uomini capeggiati da Humala
distraevano
l’opinione pubblica nel sud del Paese, nel nord Montesinos poté fuggire
indisturbato. Non fu un atto rivoluzionario: il governo Fujimori era
già
finito, stava tramontando. Ci sono invece collegamenti diretti tra
Humala e
Montesinos. Non mi stancherò di ripeterlo”.
Ma non finisce qui.
“Toledo non ha le palle per difendere il Paese”.
Questa è un’altra delle affermazioni ormai tipiche sparate, questa
volta, da un
collaboratore del candidato, Daniel Abugattas, anch’egli nella lista
dei
candidati al Parlamento. In uno dei suoi discorsi ha persino offeso
pesantemente la moglie del presidente, tanto da provocare la sua
reazione: ha minacciato querela e ha chiesto a Humala di depennare
Abugattas
dalla corsa elettorale. “Non è un bene far vedere al Paese e al mondo
che
abbiamo simili personaggi candidati a essere i padri della patria – ha
tuonato
Toledo - Come può gente simile pretendere di governare? E’ persino
xenofobo,
lui e molti altri legati al partito nazionalista giurano di epurare le
minoranze religiose e tutti coloro che hanno gusti sessuali
diversi”. Ha quindi invitato il Paese intero a fare
attenzione: “Potrebbe rivelarsi vero e proprio razzismo. Non ce lo
possiamo
permettere. Attenti. Il Perù è avvertito su quello che potrebbe
accadere”, ha
enfatizzato Toledo, concludendo con un invito all’unità, alla
tolleranza e alla
speranza, per fortificare la democrazia.
Nubi minacciose. Le elezioni si avvicinano a suon di polemiche,
dunque, e sullo sfondo si aggiungono ulteriori nubi nere e minacciose: i
guerriglieri filo-maoisti di Sendero Luminoso sono tornati a farsi sentire.
Benché decimati da arresti, defezioni e morti ogni tanto sono tornati a colpire.
In questo caso hanno minacciato di boicottare, armati fino ai denti, le
elezioni, impedendo alla gente dei più remoti paesi di andare a votare. Così il
governo ha deciso di spedire nei dipartimenti più a rischio decine di unità
militari. Il pericolo di scontri dunque sale e la gente torna ad avere paura.Stella Spinelli