Uno spiraglio per il processo di pace, ma gli israeliani non possono disegnar da soli i confini
Anche se i pensieri sono rivolti a quello che sta succedendo nel
nostro Paese, a dieci giorni dal voto, non si può non cogliere un
elemento di novità nel voto israeliano di ieri.
Il mancato
successo del partito di Ehud Olmert può aprire uno spiraglio per il
processo di pace. La partita che si giocherà nei prossimi giorni è tra
l'unilateralismo di Kadima che tanto piace anche agli Stati Uniti di
George W. Bush e la via diplomatica per la soluzione alla questione
palestinese voluta invece dai laburisti di Amir Peretz che, orfani di
Simon Peres passato al partito voluto da Ariel Sharon, hanno ottenuto
un lusinghiero risultato che va aldilà delle più rosee previsioni.
Certo,
il partito di Olmert ha ottenuto la maggioranza relativa, 28 dei 120
seggi della Knesset che sono meno di quelli pronosticati dai sondaggi
mentre il partito laburista ne ha ottenuti 20, più o meno gli stessi
che aveva prima.
Decidere da soli i
confini di Israele vuol dire decidere anche per conto dei palestinesi e
in questo modo, come saggiamente ha dichiarato Hanna Siniora, direttore
del settimanale Jerusalem Times, "si cancella ogni possibilità di
perseguire un accordo fondato sul principio dei due Stati".
La questione si è complicata da quando Hamas ha vinto le elezioni in
Palestina. Hamas ha già detto che non riconosce Israele ed è chiaro che
Israele può sostenere la tesi che non esista una controparte
palestinese ma procedere rapidamente ad una soluzione di abbandono
unilaterale di una parte della Cisgiordania occupata militarmente non
favorirà il processo di pace.
Le frontiere non possono
essere ridisegnate senza tener conto delle risoluzioni internazionali
che impongono ad Israele il ritiro dai territori occupati nel 1967. La
via diplomatica è quella più ragionevole.
Il presidente Abu Mazen non è Hamas. C'è in Palestina chi può rappresentare una
credibile controparte per Israele.
C'è bisogno di pace.
Sandro Ruotolo