Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna
Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale
dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che
hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una
struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e
successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo
tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza
casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto
un campo profughi sviluppato in verticale.
6 puntata.
La famiglia di Abu Maher Youssef è uscita dalla Palestina
nel 1948; lui aveva due anni e per lungo tempo una tenda è stata la sua
casa.
Da allora vive in Libano, prima a Beirut e, dal 1987, nel cortile del
Gaza
Hospital a Sabra, un mostro di cemento armato in una posizione di
centrale
importanza per la zona, della quale fornisce un’impressionante visione
panoramica. La sua bottega si affaccia sul cortile del vecchio
ospedale palestinese; l’edificio porta con sé i segni del passato,
evidenti sulle
facciate i fori lasciati dal fuoco delle armi, i muri distrutti sono
stati nel
tempo ricostruiti da chi progressivamente lo andava ad abitare. Stanze
affacciate all’esterno per la mancanza
di pareti sono divenute case, gli occupanti sempre più numerosi una
comunità,
il palazzo un campo profughi, mentre i vuoti architettonici si
colmavano di
cemento e mattoni, risultato evidente e irregolare
dell’auto-costruzione. “Sei mai stato sul tetto?”, mi chiede un
pomeriggio Youssef, era uno dei
primi giorni che passavo di lì; così tira fuori dalla tasca dei
pantaloni un
mazzo di chiavi con le quali apre una porta che da sul pianerottolo e
iniziamo
a salire. Un profondo labirinto di
scale e corridoi nel quale lo spazio privato si separa da quello
pubblico per
mezzo di tende, lame di luce rischiarano a tratti gli
oscuri
passaggi dai quali i bambini appaiono e scompaiono giocando, nel
rimbombo cupo e continuo delle loro voci e rumori .
Dal tetto Abu Maher indica lontano. “Questa è la
strada di Sabra, da questo lato c’è il Gaza Hospital e in fondo dall’altra
parte Al Rihab, poi il campo di Chatila, dove è avvenuta la strage nel 1982
guidata da Sharon. In fondo a questa strada
c’è stata la
strage e le
vittime sono state moltissime,
sia libanesi che palestinesi.” Poi Youssef raggiunge la balaustra dall’altro lato
della
terrazza, io lo seguo e questa volta indica in basso, verso il cortile dove
abita e sul quale mi affaccio. “Io di lavoro faccio il barbiere, abito in questo
palazzo che prima era il Gaza Hospital, noi adesso siamo all’ottavo piano.
Questo ospedale prima del 1982 funzionava molto bene, qui si facevano le
operazioni chirurgiche più importanti; era migliore dell’università americana.
Successivamente
all’invasione israeliana e all’uscita dell’O.L.P. da Beirut è iniziata la
Guerra dei Campi, poi il saccheggio di tutte le attrezzature e ogni cosa in
questo ospedale; nel 1987 hanno bruciato tutto il palazzo, noi che abitiamo qua
prima avevamo le case nel campo a Chatila e prima ancora a Tall El Zaatar”.
Il cortile dove Youssef vive è un luogo di incontro e
passaggio, il centro fisico dello stabile che da lì si eleva e incombe.
La sua famiglia ha spesso visite, tra un taglio di capelli e
una rasatura di barba il lavoro sporadico lascia il tempo alla
socialità del
ritrovo e dei racconti.
Nella sua casa sono sempre accolto, ormai senza la
formalità dovuta agli ospiti; passo il tempo sostando nella bottega o in
cortile in compagnia sua o dei figli, spesso proprio lì faccio incontri nuovi.
Il nostro rapporto e la sua disponibilità sono cresciuti
nei giorni, così Abu Maher è diventato uno dei protagonisti di “Incontri”, in
cui ha coinvolto anche Abu Jamal, suo amico e parente.
Un giorno ci sediamo in casa e i ricordi vanno a quando i
Fedayin sono stati costretti a lasciare la città, alla consapevolezza amara che
la loro partenza avrebbe reso i campi vulnerabili.
“Quando l’O.L.P.
è stato evacuato da Beirut l’esercito israeliano era a Kalde, Arafat
aveva
chiesto garanzie per la sicurezza dei campi e i
governi libanese e israeliano avevano firmato un accordo
internazionale.
Il 15 di
settembre è stata una sorpresa vedere l’esercito israeliano entrare a Beirut
Ovest, hanno preso posizione all’ambasciata del Kuwait. Bashir Gemayel, in quel
periodo, è stato eletto presidente del Libano ma dopo poco è stato ucciso, quel
giorno gli israeliani sono arrivati fin qua sotto dalla strada principale. La
gente ha cominciato a scappare dal campo di Chatila verso Sabra… quello che
abbiamo visto nelle stradine del campo… tutti quei morti, bambini, donne e
vecchi, nessuno di loro era armato.
il 15 settembre
se mi ricordo era un giovedì, la strage c’è stata nel giovedì, venerdì e
sabato; in quei giorni gli israeliani sono arrivati fino alla piazza di Sabra
e
al Gaza Hospital, che prima dell’invasione lavorava normalmente, e sono entrati
nell’ospedale…” Sto registrando e Youssef mi guarda dritto negli occhi
quando parla, come potessi capire la sua lingua. Cerco il senso nel suono della
voce, Abed è con noi e mi spiega: “Sta
parlando delle esecuzioni nello stadio di Sabra, delle persone sequestrate che
non sono più tornate”.
Ora il tono si fa confidenziale, Abu Maher vuole dirmi
come la pensa e il risentimento prende sfogo.
“Ti dico che chi
ha compiuto la strage lo ha fatto con la certezza che gli arabi non avrebbero
fatto nulla… non il popolo arabo ma i capi dei governi con il loro silenzio,
sono anche essi responsabili di quanto è accaduto. Basta osservare
quanto sta succedendo in Palestina: Sharon ha violato le risoluzioni dell’Onu,
calpestando diritti umani e legalità internazionale”.
Anche Abu Maher ha abitato a Chatila fino alla Guerra dei
Campi, quando le milizie libanesi di Amal hanno tenuto Sabra, Chatila e Burj
el Barajneh sotto assedio per
mesi. Come gli altri ha vissuto
per molto tempo in un rifugio, in totale mancanza di acqua e cibo.
Costretto alla fame, il popolo palestinese ha comunque resistito, pagando
grandi perdite non si è arreso, nonostante la disparità dei mezzi. Le fontane
per l’acqua potabile erano fuori dal campo e il gioco preferito dei cecchini di
Amal era il tiro al bersaglio nelle loro vicinanze. Il figlio di Youssef è morto
così, mentre trasportava una
tanica di acqua sulla testa.
Su una mensola in bottega, sopra lo specchio di fronte la
poltrona da barbiere, ha una sua piccola foto, montata su una tavoletta di
legno con inciso il nome del profeta Mohammed; Youssef la prende in mano e,
portandola vicino l’obiettivo, me la mostra. “Questa
è la foto di mio figlio Maher, che è morto nella Guerra dei Campi… Dio se l’è
preso nel campo a Chatila, dove c’era un conflitto con le milizie di Amal. Lui
è stato colpito in quella battaglia,
ora è sepolto nella moschea all’interno del campo. È diventato martire
nel 1987, aveva 13 anni… se fosse vivo adesso ne avrebbe 32 o 33”. La tavoletta
è stata decorata da lui, presa da una delle
cataste di legna nell’angolo di cortile adibito a laboratorio, sotto la tettoia…sì, perché Abu Maher arrotonda lo
stipendio facendo il falegname, aggiustando e costruendo mobili su commissione
con materiali poveri e fattura grezza. Il grande rammarico di Abu Maher è il
futuro dei figli, gli piacerebbe molto potessero studiare in una buona
università, girare il mondo e tornare in Palestina. Lui da giovane ha vissuto
in Germania,
dalla quale è tornato dopo il massacro di Tall El Zaatar per seppellire i morti
della sua famiglia, mi guarda e sorride sapendo di trovare consenso: “Non è
bello viaggiare?”.
La famiglia di Abu Maher Youssef è uscita dalla Palestina
nel 1948; lui aveva due anni e per lungo tempo una tenda è stata la sua
casa.
Da allora vive in Libano, prima a Beirut e, dal 1987, nel cortile del
Gaza
Hospital a Sabra, un mostro di cemento armato in una posizione di
centrale
importanza per la zona, della quale fornisce un’impressionante visione
panoramica. La sua bottega si affaccia sul cortile
del vecchio
ospedale palestinese; l’edificio porta con sé i segni del passato,
evidenti sulle
facciate i fori lasciati dal fuoco delle armi, i muri distrutti sono
stati nel
tempo ricostruiti da chi progressivamente lo andava ad abitare. Stanze
affacciate all’esterno per la mancanza
di pareti sono divenute case, gli occupanti sempre più numerosi una
comunità,
il palazzo un campo profughi, mentre i vuoti architettonici si
colmavano di
cemento e mattoni, risultato evidente e irregolare
dell’auto-costruzione. “Sei mai stato sul tetto?”, mi chiede un
pomeriggio Youssef, era uno dei
primi giorni che passavo di lì; così tira fuori dalla tasca dei
pantaloni un
mazzo di chiavi con le quali apre una porta che da sul pianerottolo e
iniziamo
a salire. Un profondo labirinto di
scale e corridoi nel quale lo spazio privato si separa da quello
pubblico per
mezzo di tende, lame di luce rischiarano a tratti gli
oscuri
passaggi dai quali i bambini appaiono e scompaiono giocando, nel
rimbombo cupo e continuo delle loro voci e rumori .
Dal tetto Abu Maher indica lontano. “Questa è la
strada di Sabra, da questo lato c’è il Gaza Hospital e in fondo dall’altra
parte Al Rihab, poi il campo di Chatila, dove è avvenuta la strage nel 1982
guidata da Sharon. In fondo a questa strada
c’è stata la
strage e le
vittime sono state moltissime,
sia libanesi che palestinesi.” Poi Youssef raggiunge la balaustra dall’altro lato
della
terrazza, io lo seguo e questa volta indica in basso, verso il cortile dove
abita e sul quale mi affaccio. “Io di lavoro faccio il barbiere, abito in questo
palazzo che prima era il Gaza Hospital, noi adesso siamo all’ottavo piano.
Questo ospedale prima del 1982 funzionava molto bene, qui si facevano le
operazioni chirurgiche più importanti; era migliore dell’università americana.
Successivamente
all’invasione israeliana e all’uscita dell’O.L.P. da Beirut è iniziata la
Guerra dei Campi, poi il saccheggio di tutte le attrezzature e ogni cosa in
questo ospedale; nel 1987 hanno bruciato tutto il palazzo, noi che abitiamo qua
prima avevamo le case nel campo a Chatila e prima ancora a Tall El Zaatar”.
Il cortile dove Youssef vive è un luogo di incontro e
passaggio, il centro fisico dello stabile che da lì si eleva e incombe.
La sua famiglia ha spesso visite, tra un taglio di capelli e
una rasatura di barba il lavoro sporadico lascia il tempo alla
socialità del
ritrovo e dei racconti. Nella sua casa sono sempre accolto, ormai senza
la
formalità dovuta agli ospiti; passo il tempo sostando nella bottega o
in
cortile in compagnia sua o dei figli, spesso proprio lì faccio incontri
nuovi. Il nostro rapporto e la sua disponibilità sono cresciuti
nei giorni, così Abu Maher è diventato uno dei protagonisti di
“Incontri”, in
cui ha coinvolto anche Abu Jamal, suo amico e parente. Un giorno ci
sediamo in casa e i ricordi vanno a quando i
Fedayin sono stati costretti a lasciare la città, alla consapevolezza
amara che
la loro partenza avrebbe reso i campi vulnerabili.
“Quando l’O.L.P.
è stato evacuato da Beirut l’esercito israeliano era a Kalde, Arafat
aveva
chiesto garanzie per la sicurezza dei campi e i
governi libanese e israeliano avevano firmato un accordo
internazionale.
Il 15 di
settembre è stata una sorpresa vedere l’esercito israeliano entrare a Beirut
Ovest, hanno preso posizione all’ambasciata del Kuwait. Bashir Gemayel, in quel
periodo, è stato eletto presidente del Libano ma dopo poco è stato ucciso, quel
giorno gli israeliani sono arrivati fin qua sotto dalla strada principale. La
gente ha cominciato a scappare dal campo di Chatila verso Sabra… quello che
abbiamo visto nelle stradine del campo… tutti quei morti, bambini, donne e
vecchi, nessuno di loro era armato.
il 15 settembre
se mi ricordo era un giovedì, la strage c’è stata nel giovedì, venerdì e
sabato; in quei giorni gli israeliani sono arrivati fino alla piazza di Sabra
e
al Gaza Hospital, che prima dell’invasione lavorava normalmente, e sono entrati
nell’ospedale…” Sto registrando e Youssef mi guarda dritto negli occhi
quando parla, come potessi capire la sua lingua. Cerco il senso nel suono della
voce, Abed è con noi e mi spiega: “Sta
parlando delle esecuzioni nello stadio di Sabra, delle persone sequestrate che
non sono più tornate”.
Ora il tono si fa confidenziale, Abu Maher vuole dirmi
come la pensa e il risentimento prende sfogo.
“Ti dico che chi
ha compiuto la strage lo ha fatto con la certezza che gli arabi non avrebbero
fatto nulla… non il popolo arabo ma i capi dei governi con il loro silenzio,
sono anche essi responsabili di quanto è accaduto.
Basta osservare
quanto sta succedendo in Palestina: Sharon ha violato le risoluzioni dell’Onu,
calpestando diritti umani e legalità internazionale”. Anche Abu Maher ha abitato
a Chatila fino alla Guerra dei
Campi, quando le milizie libanesi di Amal hanno tenuto Sabra, Chatila e Burj
el Barajneh sotto assedio per
mesi. Come gli altri ha vissuto
per molto tempo in un rifugio, in totale mancanza di acqua e cibo.
Costretto alla fame, il popolo palestinese ha comunque resistito, pagando
grandi perdite non si è arreso, nonostante la disparità dei mezzi. Le fontane
per l’acqua potabile erano fuori dal campo e il gioco preferito dei cecchini di
Amal era il tiro al bersaglio nelle loro vicinanze. Il figlio di Youssef è morto
così, mentre trasportava una
tanica di acqua sulla testa. Su una mensola in bottega, sopra lo specchio di fronte
la
poltrona da barbiere, ha una sua piccola foto, montata su una tavoletta di
legno con inciso il nome del profeta Mohammed; Youssef la prende in mano e,
portandola vicino l’obiettivo, me la mostra. “Questa
è la foto di mio figlio Maher, che è morto nella Guerra dei Campi… Dio se l’è
preso nel campo a Chatila, dove c’era un conflitto con le milizie di Amal. Lui
è stato colpito in quella battaglia,
ora è sepolto nella moschea all’interno del campo. È diventato martire
nel 1987, aveva 13 anni… se fosse vivo adesso ne avrebbe 32 o 33”. La tavoletta
è stata decorata da lui, presa da una delle
cataste di legna nell’angolo di cortile adibito a laboratorio, sotto la tettoia…sì, perché Abu Maher arrotonda lo
stipendio facendo il falegname, aggiustando e costruendo mobili su commissione
con materiali poveri e fattura grezza. Il grande rammarico di Abu Maher è il
futuro dei figli, gli piacerebbe molto potessero studiare in una buona
università, girare il mondo e tornare in Palestina.
Lui da giovane ha vissuto in Germania,
dalla quale è tornato dopo il massacro di Tall El Zaatar per seppellire i morti
della sua famiglia, mi guarda e sorride sapendo di trovare consenso: “Non è
bello viaggiare?”.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc