02/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



6 puntata: Youssef
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale. 

 
youssef6 puntata. La famiglia di Abu Maher Youssef è uscita dalla Palestina nel 1948; lui aveva due anni e per lungo tempo una tenda è stata la sua casa. Da allora vive in Libano, prima a Beirut e, dal 1987, nel cortile del Gaza Hospital a Sabra, un mostro di cemento armato in una posizione di centrale importanza per la zona, della quale fornisce un’impressionante visione panoramica. La sua bottega si affaccia sul cortile del vecchio ospedale palestinese; l’edificio porta con sé i segni del passato, evidenti sulle facciate i fori lasciati dal fuoco delle armi, i muri distrutti sono stati nel tempo ricostruiti da chi progressivamente lo andava ad abitare. Stanze affacciate  all’esterno per la mancanza di pareti sono divenute case, gli occupanti sempre più numerosi una comunità, il palazzo un campo profughi, mentre i vuoti architettonici si colmavano di cemento e mattoni, risultato evidente e irregolare dell’auto-costruzione. “Sei mai stato sul tetto?”,  mi chiede un pomeriggio Youssef, era uno dei primi giorni che passavo di lì; così tira fuori dalla tasca dei pantaloni un mazzo di chiavi con le quali apre una porta che da sul pianerottolo e iniziamo a salire. Un  profondo labirinto di scale e corridoi nel quale lo spazio privato si separa da quello pubblico per mezzo di  tende, lame di  luce rischiarano a tratti gli oscuri passaggi dai quali i bambini appaiono e scompaiono giocando, nel rimbombo  cupo e continuo delle loro voci e rumori .
 
Dal tetto Abu Maher indica lontano. “Questa è la strada di Sabra, da questo lato c’è il Gaza Hospital e in fondo dall’altra parte Al Rihab, poi il campo di Chatila, dove è avvenuta la strage nel 1982 guidata da Sharon. In fondo a questa strada  c’è  stata  la  strage  e  le  vittime  sono state  moltissime,  sia libanesi che palestinesi.” Poi Youssef raggiunge la balaustra dall’altro lato della terrazza, io lo seguo e questa volta indica in basso, verso il cortile dove abita e sul quale mi affaccio. “Io di lavoro faccio il barbiere, abito in questo palazzo che prima era il Gaza Hospital, noi adesso siamo all’ottavo piano. Questo ospedale prima del 1982 funzionava molto bene, qui si facevano le operazioni chirurgiche più importanti; era migliore dell’università americana. Successivamente all’invasione israeliana e all’uscita dell’O.L.P. da Beirut è iniziata la Guerra dei Campi, poi il saccheggio di tutte le attrezzature e ogni cosa in questo ospedale; nel 1987 hanno bruciato tutto il palazzo, noi che abitiamo qua prima avevamo le case nel campo a Chatila e prima ancora a Tall El Zaatar”.
 Il cortile dove Youssef vive è un luogo di incontro e passaggio, il centro fisico dello stabile che da lì si eleva e incombe. La sua famiglia ha spesso visite, tra un taglio di capelli e una rasatura di barba il lavoro sporadico lascia il tempo alla socialità del ritrovo e dei racconti.
Nella sua casa sono sempre accolto, ormai senza la formalità dovuta agli ospiti; passo il tempo sostando nella bottega o in cortile in compagnia sua o dei figli, spesso proprio lì faccio incontri nuovi.
Il nostro rapporto e la sua disponibilità sono cresciuti nei giorni, così Abu Maher è diventato uno dei protagonisti di “Incontri”, in cui ha coinvolto anche Abu Jamal, suo amico e parente.
Un giorno ci sediamo in casa e i ricordi vanno a quando i Fedayin sono stati costretti a lasciare la città, alla consapevolezza amara che la loro partenza avrebbe reso i campi vulnerabili.
 
“Quando l’O.L.P. è stato evacuato da Beirut l’esercito israeliano era a Kalde, Arafat aveva chiesto garanzie  per la  sicurezza dei  campi e i governi libanese e israeliano  avevano firmato un accordo internazionale.
Il 15 di settembre è stata una sorpresa vedere l’esercito israeliano entrare a Beirut Ovest, hanno preso posizione all’ambasciata del Kuwait. Bashir Gemayel, in quel periodo, è stato eletto presidente del Libano ma dopo poco è stato ucciso, quel giorno gli israeliani sono arrivati fin qua sotto dalla strada principale. La gente ha cominciato a scappare dal campo di Chatila verso Sabra… quello che abbiamo visto nelle stradine del campo… tutti quei morti, bambini, donne e vecchi, nessuno di loro era armato.
il 15 settembre se mi ricordo era un giovedì, la strage c’è stata nel giovedì, venerdì e sabato; in quei giorni gli israeliani sono arrivati fino alla piazza di Sabra e al Gaza Hospital, che prima dell’invasione lavorava normalmente, e sono entrati nell’ospedale…” Sto registrando e Youssef mi guarda dritto negli occhi quando parla, come potessi capire la sua lingua. Cerco il senso nel suono della voce, Abed è con noi e mi spiega: “Sta parlando delle esecuzioni nello stadio di Sabra, delle persone sequestrate che non sono più tornate”.
Ora il tono si fa confidenziale, Abu Maher vuole dirmi come la pensa e il risentimento prende sfogo.
 “Ti dico che chi ha compiuto la strage lo ha fatto con la certezza che gli arabi non avrebbero fatto nulla… non il popolo arabo ma i capi dei governi con il loro silenzio, sono anche essi responsabili di quanto è accaduto. Basta osservare quanto sta succedendo in Palestina: Sharon ha violato le risoluzioni dell’Onu, calpestando diritti umani e legalità internazionale”.
 
Anche Abu Maher ha abitato a Chatila fino alla Guerra dei Campi, quando le milizie libanesi di Amal hanno tenuto Sabra, Chatila e Burj el  Barajneh  sotto  assedio  per  mesi.  Come gli altri ha  vissuto  per molto tempo in un rifugio, in totale mancanza di acqua e cibo. Costretto alla fame, il popolo palestinese ha comunque resistito, pagando grandi perdite non si è arreso, nonostante la disparità dei mezzi. Le fontane per l’acqua potabile erano fuori dal campo e il gioco preferito dei cecchini di Amal era il tiro al bersaglio nelle loro vicinanze. Il figlio di Youssef è morto così, mentre trasportava una tanica di acqua sulla testa.
 Su una mensola in bottega, sopra lo specchio di fronte la poltrona da barbiere, ha una sua piccola foto, montata su una tavoletta di legno con inciso il nome del profeta Mohammed; Youssef la prende in mano e, portandola vicino l’obiettivo, me la mostra. “Questa è la foto di mio figlio Maher, che è morto nella Guerra dei Campi… Dio se l’è preso nel campo a Chatila, dove c’era un conflitto con le milizie di Amal. Lui è stato colpito in quella battaglia,  ora è sepolto nella moschea all’interno del campo. È diventato martire nel 1987, aveva 13 anni… se fosse vivo adesso ne avrebbe 32 o 33”. La tavoletta è stata decorata da lui, presa da una delle cataste di legna nell’angolo di cortile adibito a laboratorio, sotto  la tettoia…sì, perché Abu Maher arrotonda lo stipendio facendo il falegname, aggiustando e costruendo mobili su commissione con materiali poveri e fattura grezza. Il grande rammarico di Abu Maher è il futuro dei figli, gli piacerebbe molto potessero studiare in una buona università, girare il mondo e tornare in Palestina. Lui da giovane ha vissuto in Germania, dalla quale è tornato dopo il massacro di Tall El Zaatar per seppellire i morti della sua famiglia, mi guarda e sorride sapendo di trovare consenso: “Non è bello viaggiare?”.
 
La famiglia di Abu Maher Youssef è uscita dalla Palestina nel 1948; lui aveva due anni e per lungo tempo una tenda è stata la sua casa. Da allora vive in Libano, prima a Beirut e, dal 1987, nel cortile del Gaza Hospital a Sabra, un mostro di cemento armato in una posizione di centrale importanza per la zona, della quale fornisce un’impressionante visione panoramica.    La sua bottega si affaccia sul cortile del vecchio ospedale palestinese; l’edificio porta con sé i segni del passato, evidenti sulle facciate i fori lasciati dal fuoco delle armi, i muri distrutti sono stati nel tempo ricostruiti da chi progressivamente lo andava ad abitare. Stanze affacciate  all’esterno per la mancanza di pareti sono divenute case, gli occupanti sempre più numerosi una comunità, il palazzo un campo profughi, mentre i vuoti architettonici si colmavano di cemento e mattoni, risultato evidente e irregolare dell’auto-costruzione. “Sei mai stato sul tetto?”,  mi chiede un pomeriggio Youssef, era uno dei primi giorni che passavo di lì; così tira fuori dalla tasca dei pantaloni un mazzo di chiavi con le quali apre una porta che da sul pianerottolo e iniziamo a salire. Un  profondo labirinto di scale e corridoi nel quale lo spazio privato si separa da quello pubblico per mezzo di  tende, lame di  luce rischiarano a tratti gli oscuri passaggi dai quali i bambini appaiono e scompaiono giocando, nel rimbombo  cupo e continuo delle loro voci e rumori .
 
Dal tetto Abu Maher indica lontano. “Questa è la strada di Sabra, da questo lato c’è il Gaza Hospital e in fondo dall’altra parte Al Rihab, poi il campo di Chatila, dove è avvenuta la strage nel 1982 guidata da Sharon. In fondo a questa strada  c’è  stata  la  strage  e  le  vittime  sono state  moltissime,  sia libanesi che palestinesi.” Poi Youssef raggiunge la balaustra dall’altro lato della terrazza, io lo seguo e questa volta indica in basso, verso il cortile dove abita e sul quale mi affaccio. “Io di lavoro faccio il barbiere, abito in questo palazzo che prima era il Gaza Hospital, noi adesso siamo all’ottavo piano. Questo ospedale prima del 1982 funzionava molto bene, qui si facevano le operazioni chirurgiche più importanti; era migliore dell’università americana. Successivamente all’invasione israeliana e all’uscita dell’O.L.P. da Beirut è iniziata la Guerra dei Campi, poi il saccheggio di tutte le attrezzature e ogni cosa in questo ospedale; nel 1987 hanno bruciato tutto il palazzo, noi che abitiamo qua prima avevamo le case nel campo a Chatila e prima ancora a Tall El Zaatar”.
 Il cortile dove Youssef vive è un luogo di incontro e passaggio, il centro fisico dello stabile che da lì si eleva e incombe. La sua famiglia ha spesso visite, tra un taglio di capelli e una rasatura di barba il lavoro sporadico lascia il tempo alla socialità del ritrovo e dei racconti. Nella sua casa sono sempre accolto, ormai senza la formalità dovuta agli ospiti; passo il tempo sostando nella bottega o in cortile in compagnia sua o dei figli, spesso proprio lì faccio incontri nuovi. Il nostro rapporto e la sua disponibilità sono cresciuti nei giorni, così Abu Maher è diventato uno dei protagonisti di “Incontri”, in cui ha coinvolto anche Abu Jamal, suo amico e parente. Un giorno ci sediamo in casa e i ricordi vanno a quando i Fedayin sono stati costretti a lasciare la città, alla consapevolezza amara che la loro partenza avrebbe reso i campi vulnerabili.
 
“Quando l’O.L.P. è stato evacuato da Beirut l’esercito israeliano era a Kalde, Arafat aveva chiesto garanzie  per la  sicurezza dei  campi e i governi libanese e israeliano  avevano firmato un accordo internazionale.
Il 15 di settembre è stata una sorpresa vedere l’esercito israeliano entrare a Beirut Ovest, hanno preso posizione all’ambasciata del Kuwait. Bashir Gemayel, in quel periodo, è stato eletto presidente del Libano ma dopo poco è stato ucciso, quel giorno gli israeliani sono arrivati fin qua sotto dalla strada principale. La gente ha cominciato a scappare dal campo di Chatila verso Sabra… quello che abbiamo visto nelle stradine del campo… tutti quei morti, bambini, donne e vecchi, nessuno di loro era armato.
il 15 settembre se mi ricordo era un giovedì, la strage c’è stata nel giovedì, venerdì e sabato; in quei giorni gli israeliani sono arrivati fino alla piazza di Sabra e al Gaza Hospital, che prima dell’invasione lavorava normalmente, e sono entrati nell’ospedale…” Sto registrando e Youssef mi guarda dritto negli occhi quando parla, come potessi capire la sua lingua. Cerco il senso nel suono della voce, Abed è con noi e mi spiega: “Sta parlando delle esecuzioni nello stadio di Sabra, delle persone sequestrate che non sono più tornate”.
Ora il tono si fa confidenziale, Abu Maher vuole dirmi come la pensa e il risentimento prende sfogo.
 
“Ti dico che chi ha compiuto la strage lo ha fatto con la certezza che gli arabi non avrebbero fatto nulla… non il popolo arabo ma i capi dei governi con il loro silenzio, sono anche essi responsabili di quanto è accaduto.
Basta osservare quanto sta succedendo in Palestina: Sharon ha violato le risoluzioni dell’Onu, calpestando diritti umani e legalità internazionale”. Anche Abu Maher ha abitato a Chatila fino alla Guerra dei Campi, quando le milizie libanesi di Amal hanno tenuto Sabra, Chatila e Burj el  Barajneh  sotto  assedio  per  mesi.  Come gli altri ha  vissuto  per molto tempo in un rifugio, in totale mancanza di acqua e cibo. Costretto alla fame, il popolo palestinese ha comunque resistito, pagando grandi perdite non si è arreso, nonostante la disparità dei mezzi. Le fontane per l’acqua potabile erano fuori dal campo e il gioco preferito dei cecchini di Amal era il tiro al bersaglio nelle loro vicinanze. Il figlio di Youssef è morto così, mentre trasportava una tanica di acqua sulla testa. Su una mensola in bottega, sopra lo specchio di fronte la poltrona da barbiere, ha una sua piccola foto, montata su una tavoletta di legno con inciso il nome del profeta Mohammed; Youssef la prende in mano e, portandola vicino l’obiettivo, me la mostra. “Questa è la foto di mio figlio Maher, che è morto nella Guerra dei Campi… Dio se l’è preso nel campo a Chatila, dove c’era un conflitto con le milizie di Amal. Lui è stato colpito in quella battaglia,  ora è sepolto nella moschea all’interno del campo. È diventato martire nel 1987, aveva 13 anni… se fosse vivo adesso ne avrebbe 32 o 33”. La tavoletta è stata decorata da lui, presa da una delle cataste di legna nell’angolo di cortile adibito a laboratorio, sotto  la tettoia…sì, perché Abu Maher arrotonda lo stipendio facendo il falegname, aggiustando e costruendo mobili su commissione con materiali poveri e fattura grezza. Il grande rammarico di Abu Maher è il futuro dei figli, gli piacerebbe molto potessero studiare in una buona università, girare il mondo e tornare in Palestina.
Lui da giovane ha vissuto in Germania, dalla quale è tornato dopo il massacro di Tall El Zaatar per seppellire i morti della sua famiglia, mi guarda e sorride sapendo di trovare consenso: “Non è bello viaggiare?”.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Libano
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