Abbiamo incontrato Cesar Brie* al teatro dell'Elfo di Milano dove sta portando in scena uno spettacolo dal
titolo, Otra vez Marcelo. Seduti nel bel mezzo del palco ha raccontato la sua
vicenda personale rapportandola ai giorni nostri.
Quanto ha influito il suo peregrinare per il mondo nella sua voglia di fare teatro?
Ha influito molto. Io sono una di quelle persone che dice di essere grata all’esilio.
Sebbene sia stato molto duro perché certe ferite non si rimargineranno mai e certi
dolori ti restano dentro, mi ha permesso di conoscere il mondo e le persone. Il
teatro è il luogo per eccellenza dove si conosce ‘l’altro’. E tutte queste esperienze
mi hanno permesso di conoscere altre culture e di formarmi. Ma il mio cuore era
in Sud America e sono tornato. Non in Argentina, mio paese di origine, bensì in
Bolivia.
Noi facciamo un teatro molto legato ai sentimenti del pubblico, non commerciale,
un teatro che si propone al pubblico come testimone e mi piacerebbe che un giorno,
quando non sarò più in grado di dire cose alla gente, vorrei che la gente mi ignorasse.
Io lo capirò e cambierò mestiere.
E’ vero che ha costruito un villaggio per gli attori e per riuscire meglio a
fare teatro?
Noi non abbiamo costruito un villaggio. Tutto è nato dal nostro primo pensiero,
da cosa abbiamo per fare teatro, soprattutto in un Paese come la Bolivia dove non si spende un
solo centesimo per la cultura e per l’arte e dove non esisteva un teatro che si
potesse sostenere da sè. Esiste solo un teatro tradizionale. Io volevo creare
una cosa da professionisti. Ho risparmiato molti soldi per costruire innanzitutto
un posto dove lavorare, un posto nel quale accogliere gli attori, e ho comprato
un equipaggiamento di luci. Affittare il tutto sarebbe costato troppi soldi. Volevo
riuscire a sostenere il teatro con i proventi degli spettacoli. Sono 16 anni che
ci stiamo riuscendo e, ancora oggi, siamo in grado di dire alla gente cose che
interessano molto.
Un giorno io non ci sarò più e mi piacerebbe che la struttura da me creata servisse
per altri artisti. Deve essere considerata una piccola oasi dove altri artisti
possano dire la loro.
Quindi esiste anche una componente di formazione dell’artista?
Formare altri attori, con altre estetiche. Il problema più grande non è formare
gente che la pensa come te. Il vero problema è formare persone che abbiano le
loro vedute. Gli allievi devono ‘tradire’ i maestri. Ad un certo punto devono
andare per i cavoli loro. Questa è l’unica forma di rispetto possibile.
Come mai in sud america gli artisti sono più legati agli argomenti di rilevante
importanza sociale? Forse per la storia del continente?
Te lo dico con una frase di Quiroga: ‘il benessere addormenta’. L’America Latina
non è poi così disperatamente bisognosa, però è un luogo dove non essere attenti
al sociale significa essere complici di qualcosa. Noi siamo più attenti al sociale
perché il sociale irrompe a casa nostra. Non puoi ignorarlo. Non c’è nessun argomento
sociale che giustifichi il lavoro artistico. Il lavoro artistico si giustifica
per come lo fai. Non è l’argomento che giustifica il tuo lavoro, altrimenti sarebbe
troppo facile. Anzi molto spesso trovi persone molto sensibili politicamente,
che però non hanno capacità artistiche perché hanno troppa pietà e poca crudeltà.
E la pietà è utile nell’etica, ma nell’estetica è più utile la crudeltà. Questo
è molto importante.
I suoi spettacoli sono quasi sempre correlati alla realtà in cui viviamo, qual
è la chiave di lettura fra il teatro e il senso della vita?
Pessoa diceva: “L’arte interroga la vita. L’arte sta a fianco della vita”. Noi
viviamo raccontando tutto quello che ci succede, arrivando anche a mentire a noi
stessi. Agli artisti non basta raccontare se stessi. Devono creare un’opera. Opere
che poi sintetizzano gli aspetti più importanti della vita. E’ questo il ruolo
che mi interessa nel lavoro del teatro.
Quindi possiamo dire che ci sarà una sorta di aiuto per le generazioni che verranno
da parte dell’arte?
Sono convinto che l’arte sia parte dello spirito. Anche quando diventa blasfema,
provocatoria, oscena. Perché in questi casi l’arte evidenzia un’ipocrisia o un’oscenità
maggiore, che è quella della nostra società. Brecth lo diceva in modo molto chiaro:
“Quando la morale di una società puzza è molto utile che l’arte diventi amorale
e provocatoria. Noi viviamo in un mondo fatto di icone false. Le icone di oggi
sono legate al consumismo, alla corsa agli acquisti. Dietro a questo però c’è
la solitudine e l’angoscia della nostra società. Il teatro ha la qualità immensa
di dire alle persone ‘Io esisto’.
Cosa è cambiato negli ultimi 30 anni in America Latina? E soprattutto nei paesi
che lei conosce bene, Argentina e Bolivia?
Trent’anni fa in America Latina c’erano le dittature. Cosa è cambiato da allora?
Qual è stato il risultato di queste tirannie? Solo l’esilio di molte persone.
La distruzione, l’annientamento della possibile classe dirigente diversa, alternativa,
che non era affatto comunista e tanto meno violenta, come dicevano un tempo, e
l’imposizione di un modello economico. Su questo modello economico sono cresciute
anche democrazie corrotte e perverse. Come quelle di Menem in Argentina, o in
Bolivia dall’82 a oggi. L’unico diritto umano che si rispettava era quello del
voto, e spesso nemmeno quello. E’ notizia di questi giorni che in Bolivia hanno
iniziato solo adesso a distribuire i ‘carnet’ (le tessere elettorali) a circa
due milioni di persone (su una popolazione di 8 milioni di abitanti), soprattutto
contadini. Queste persone, che magari hanno già sessant’anni, non hanno mai potuto
esprimere il loro voto, perché nessuno si è mai preoccupato di dare loro un documento
di nascita. Questa è stata per anni la realtà della Bolivia. All’Argentina degli
ultimi anni è andata meglio. Il nuovo presidente ha da subito rivendicato i diritti
umani e cerca di creare una nuova industrializzazione per la nazione. Per quello
sono fiducioso. Con il Teatro de los Andes stiamo cercando di far capire a tutti
che quando si dice che la Bolivia fa parte dell’asse del Male, che è governata
da un narco trafficante e che è uno stato canaglia, questo non è vero. Non è
vero.
Cosa resta in un uomo che ha conosciuto una dittatura, uno stato militare? E’
mai tornato in Argentina, nei luoghi della sua infanzia?
Certo, si torna sempre, nei luoghi della giovinezza, e si commette un errore.
Come dice Rilke: ‘La patria dell’uomo è la sua infanzia’, e tutti i ricordi sono
legati all’infanzia. Io nei luoghi della mia giovinezza ci sono tornato e sono
rimasto disilluso. Quelle grandi porte che ricordavo erano diventate piccole,
ma in realtà ero io che ero diventato grande. Alla fine il ‘luogo’ non ha colpe,
è il ricordo che fa male e ti illude.
Io sono tornato in America Latina con l’enorme tristezza dovuta alla sconfitta
dei movimenti sociali degli anni ’70 e con la speranza di poter ancora credere
di cambiare le cose.Soprattutto con il ricordo di quello che Antonio Gramsci definiva
‘il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà. Credo che sia quello
che ci muove in questo momento. Credere sempre che puoi fare qualcosa e però sapere
che probabilmente non riuscirai a fare niente.
Tutte le volte che torna in Italia, che Paese trova?
L’Italia è una seconda, terza patria. Amo molto l’Italia. In questi anni l’ho
trovata peggiorata. Sembra un paese che ha perso la bussola. Quella che indicava
chi sono stati gli italiani. Gli italiani hanno un’idea sbagliata degli immigrati.
Non si ricordano che in Argentina, ad esempio, sono moltissimi gli italiani emigrati
per lavorare. Dimenticare questo è un errore. Secondo me nella scuola italiana
dovreste studiare molto bene il periodo storico che riguarda l’emigrazione verso
altri stati. Questo aiuterebbe a capire come si accolgono ‘gli altri’, visto che
anche gli italiani, in alcuni paesi del mondo, sono stati accolti molto male.
Questo però non deve servire da giustificazione per accogliere male chi arriva
in Italia.
Perché una persona dovrebbe venire a vedere un suo spettacolo?
Perché spero che vedendo un mio spettacolo veda qualcosa di sé che lo inquieti.
Io vorrei divertire e commuovere il pubblico. Vorrei riuscire a non far dormire
sonni tranquilli alle persone che assistono a questi spettacoli. Mi piacerebbe
che si svegliassero la notte e pensassero: “Ma che cosa mi ha detto questo qua?”.
Vorrei che riconoscessero se stessi nelle emozioni che hanno vissuto durante lo
spettacolo.