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I nuovi schiavi.
Da tre giorni infatti è in atto uno
sciopero senza precedenti degli operai, circa 2500, che lavorano al
progetto.
Chiedono salari più congrui e condizioni di lavoro più umane, ma è
comunque
troppo per i ricchi sceicchi dell’emirato di Dubai, che hanno reagito
mandando
la polizia a caricare i dimostranti. In realtà il principale azionista
del
consorzio che sta costruendo il Burj Dubai è la sudcoreana Samsug, ma
la classe
dirigente degli Emirati non tollera che l’attrazione irresistibile
esercitata da questo paese da anni sugli investitori stranieri possa
venire inficiata da questo
sciopero, che rovina l’immagine del nuovo paradiso fiscale del mondo.
Da anni
negli Emirati si lavora per rendere il paese un eldorado per i capitali
stranieri che qui trovano le migliori condizioni d’investimento e un
costo del
lavoro tra i più bassi del mondo. E’ il caso di tutti i cosiddetti
‘elefanti bianchi’,
una serie di costruzioni eccentriche che hanno ridisegnato il profilo
degli
Emirati e che hanno contribuito a far conoscere il paese nel mondo.
Solo che
tutto il gioco si basa sullo sfruttamento inumano dei lavoratori
immigrati, in
prevalenza dall’Estremo Oriente. Aziende edili locali forniscono, a
costi
irrisori, la manodopera alle aziende investitrici straniere. Così la
Samsug si
è rivolta, per la costruzione del Burj Dubai, all’impresa degli Emirati
al-Naboodah. Quest’ultima ha ottenuto l’appalto grazie al basso costo
della
manodopera.
La rabbia degli sfruttati. Il prezzo si spiega con la
totale mancanza di sicurezza sul lavoro, con le paghe da fame agli operai, che
vivono in veri e propri accampamenti alle porte di Dubai, in baracche senza
luce e senza acqua, stipati come sardine. Gli operai hanno incrociato le
braccia per chiedere un salario adeguato e per chiedere condizioni
igienico-sanitarie minime. Il salario giornaliero per un operaio specializzato
negli Emirati Arabi Uniti è di circa 6 euro,
per un operaio senza qualifica scende a meno di 4 euro. E si parla di
giornate lavorative di 12/14 ore. La rabbia degli operai immigrati ha causato
un violento scontro, durato due giorni, con la polizia locale che, secondo
fonti della stampa di Dubai, avrebbe causato danni per un milione di dollari.
Dopo le manganellate, che non hanno convinto i lavoratori a riprendere il
lavoro, gli ispettori del ministero del Lavoro degli Emirati hanno fatto sapere
che sono in corso colloqui per sanare la controversia tra gli operai e i
manager della al-Naboodah. Ma, per la prima volta, gli artefici del boom
edilizio degli Emirati Arabi Uniti hanno dovuto confrontarsi con la
disperazione delle migliaia di lavoratori provenienti dall’Estremo Oriente. Gli
immigrati che lavorano in condizioni disumane rappresentano ormai la metà della
popolazione residente nel paese e, se questa volta hanno sfasciato solo uffici
e macchinari, in futuro potrebbero minacciare lo sviluppo forsennato degli
Emirati. Non a caso, anche questo per la prima volta, è apparso da qualche
tempo in internet un sito che funziona da megafono delle lamentele degli operai
stranieri sfruttati. Non si può certo parlare di sindacato, ma qualcosa nella
consapevolezza degli sfruttati si muove e non sempre le richieste dei nuovi
schiavi possono venire soffocate dai manganelli.Christian Elia