27/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di Odai e Wafa, emblema delle difficoltà dei richiedenti asilo iracheni
Odai e Wafa vivono contemporaneamente una storia d’amore e una trappola che soffoca tanti altri iracheni. Lui è sciita, lei è sunnita: si conoscono da anni, ma da quando è iniziata la guerra si sono visti solo per pochi mesi, e ora non sanno neanche se e quando sarà possibile farlo di nuovo. Odai, grazie al suo ottimo inglese, ha lavorato a Baghdad per una famosa emittente satellitare americana, ma ora è riuscito ad avere un visto temporaneo per studiare a Londra. Wafa ha chiesto asilo politico in Germania insieme alla madre, ma non l’ha ottenuto. Solo che, al momento, dalla Germania non può più uscire. E in Iraq non può più rientrare.
 
Un attentato in IraqAsilo rifiutato. La trappola è questa: in questo momento, i richiedenti asilo iracheni – non solo in Germania – sono in una specie di terra di nessuno. Wafa ha fatto richiesta a Berlino nel marzo 2003, pochi giorni prima dell’invasione, sulla base del timore di vivere sotto il regime di Saddam Hussein. Il padre, un professore universitario in disaccordo con le idee del raìs, già nel 1993 aveva portato la famiglia in Libia. Ma a un certo punto Tripoli ha deciso di non rinnovare più il permesso di soggiorno, così Wafa, dopo essere ritornata per un po’ in Iraq, ha provato a raggiungere i suoi due fratelli in Germania. La sua domanda di asilo è stata rifiutata nel luglio 2003 perché, essendo caduto Saddam, non c’erano più i presupposti. All’inizio, Wafa non l’ha presa male: tornare in un nuovo Iraq democratico non era poi una condanna. Ma non aveva previsto che le violenze continuassero così a lungo.
 
Bloccata in Germania. Ha fatto così ricorso in appello, motivando la sua richiesta col fatto che l’Iraq in questo momento non è un Paese sicuro. Ma è arrivato un altro rifiuto. Allo stesso tempo, la Germania però riconosce che rimandare Wafa e la madre in Iraq non è possibile proprio per la violenza che ancora insanguina il Paese. Le due donne possono rimanere in Germania grazie a un permesso temporaneo di soggiorno da rinnovare ogni tre mesi. Ricevono un piccolo sussidio, ma non possono lavorare né studiare, e neanche spostarsi dalla città in cui vivono. Se decidono di lasciare la Germania, sanno che non potranno più rientrarci. E ovviamente hanno paura di essere prima o poi rimandate indietro. Per il momento, la Germania ha dato ascolto all’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che nelle sue linee guida ai governi riconosce l’instabilità irachena. “Le autorità – si legge nel documento – non sono ancora in grado di proteggere i cittadini da attacchi violenti... né di garantire loro l’accesso ai servizi di base necessari a condurre una vita sicura e stabile”. Ma niente assicura che l’atteggiamento del nuovo governo tedesco non possa cambiare: dal 2003, a Berlino hanno chiesto asilo più di 7.000 iracheni, che ora si trovano in una situazione simile a quella di Wafa. PeaceReporter ha chiesto informazioni sugli iracheni in Italia al ministero dell’Interno di Roma, che però si è rifiutato di rispondere.
 
Un attentato con autobomba a BassoraTra Londra e Baghdad. Wafa e Odai, 23 anni lei e 25 lui, si possono vedere solo quando il ragazzo riesce a ottenere un visto per la Germania. “E di questi tempi è sempre più difficile”, racconta Odai. Per lui vivere e studiare a Londra costa molto, e il suo visto da studente internazionale non gli consente di lavorare: far venire la sua ragazza in Inghilterra non è possibile, non riuscirebbero a mantenersi. “Wafa vive in libertà limitata, ma non abbiamo scelta. Vivere in Iraq in questo momento sarebbe una condanna a morte. Specie per me che ho lavorato con i media internazionali e sono sciita: sono visto come un collaboratore degli americani. Ho molti amici che sono stati uccisi per aver lavorato con i media. Tornare nel mio Paese per me non è un opzione”. Diceva così fino a qualche giorno fa: poi l’emittente per cui aveva lavorato l’ha richiamato, proponendogli un contratto molto ben pagato. Soldi che fanno comodo, l’offerta è troppo allettante. Così, in gran segreto (è stato subito prelevato all’aeroporto da una scorta) Odai è appena ritornato in Iraq. Per soli due mesi: a maggio spera di tornare a Londra per dare gli esami di fine corso. E poi, chissà dove e quando, di costruirsi una vita con Wafa. 

Alessandro Ursic

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