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Asilo rifiutato. La trappola è questa: in questo momento, i richiedenti asilo iracheni – non
solo in Germania – sono in una specie di terra di nessuno. Wafa ha fatto richiesta
a Berlino nel marzo 2003, pochi giorni prima dell’invasione, sulla base del timore
di vivere sotto il regime di Saddam Hussein. Il padre, un professore universitario
in disaccordo con le idee del raìs, già nel 1993 aveva portato la famiglia in
Libia. Ma a un certo punto Tripoli ha deciso di non rinnovare più il permesso
di soggiorno, così Wafa, dopo essere ritornata per un po’ in Iraq, ha provato
a raggiungere i suoi due fratelli in Germania. La sua domanda di asilo è stata
rifiutata nel luglio 2003 perché, essendo caduto Saddam, non c’erano più i presupposti.
All’inizio, Wafa non l’ha presa male: tornare in un nuovo Iraq democratico non
era poi una condanna. Ma non aveva previsto che le violenze continuassero così
a lungo.
Bloccata in Germania. Ha fatto così ricorso in appello, motivando la sua richiesta col fatto che l’Iraq
in questo momento non è un Paese sicuro. Ma è arrivato un altro rifiuto. Allo
stesso tempo, la Germania però riconosce che rimandare Wafa e la madre in Iraq
non è possibile proprio per la violenza che ancora insanguina il Paese. Le due
donne possono rimanere in Germania grazie a un permesso temporaneo di soggiorno
da rinnovare ogni tre mesi. Ricevono un piccolo sussidio, ma non possono lavorare
né studiare, e neanche spostarsi dalla città in cui vivono. Se decidono di lasciare
la Germania, sanno che non potranno più rientrarci. E ovviamente hanno paura di
essere prima o poi rimandate indietro. Per il momento, la Germania ha dato ascolto
all’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che nelle sue linee guida
ai governi riconosce l’instabilità irachena. “Le autorità – si legge nel documento
– non sono ancora in grado di proteggere i cittadini da attacchi violenti... né
di garantire loro l’accesso ai servizi di base necessari a condurre una vita sicura
e stabile”. Ma niente assicura che l’atteggiamento del nuovo governo tedesco non
possa cambiare: dal 2003, a Berlino hanno chiesto asilo più di 7.000 iracheni,
che ora si trovano in una situazione simile a quella di Wafa. PeaceReporter ha chiesto informazioni sugli iracheni in Italia al ministero dell’Interno di
Roma, che però si è rifiutato di rispondere.
Tra Londra e Baghdad. Wafa e Odai, 23 anni lei e 25 lui, si possono vedere solo quando il ragazzo
riesce a ottenere un visto per la Germania. “E di questi tempi è sempre più difficile”,
racconta Odai. Per lui vivere e studiare a Londra costa molto, e il suo visto
da studente internazionale non gli consente di lavorare: far venire la sua ragazza
in Inghilterra non è possibile, non riuscirebbero a mantenersi. “Wafa vive in
libertà limitata, ma non abbiamo scelta. Vivere in Iraq in questo momento sarebbe
una condanna a morte. Specie per me che ho lavorato con i media internazionali
e sono sciita: sono visto come un collaboratore degli americani. Ho molti amici
che sono stati uccisi per aver lavorato con i media. Tornare nel mio Paese per
me non è un opzione”. Diceva così fino a qualche giorno fa: poi l’emittente per
cui aveva lavorato l’ha richiamato, proponendogli un contratto molto ben pagato.
Soldi che fanno comodo, l’offerta è troppo allettante. Così, in gran segreto (è
stato subito prelevato all’aeroporto da una scorta) Odai è appena ritornato in
Iraq. Per soli due mesi: a maggio spera di tornare a Londra per dare gli esami
di fine corso. E poi, chissà dove e quando, di costruirsi una vita con Wafa. Alessandro Ursic