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Sangue e morte a Mogadiscio. “Da quando vivo a Mogadiscio, questa è
la situazione peggiore che abbiamo mai dovuto affrontare”, racconta a PeaceReporter Abdullahi Farah Duguf,
cameraman somalo. “I quartieri a nord di Mogadiscio, vicini al porto, sono
praticamente abbandonati. Migliaia di persone sono fuggite con le poche cose
che potevano portare con sé, mentre le milizie hanno passato tre giorni a
combattersi. Fonti locali parlano di almeno 97 morti, ma probabilmente il
bilancio crescerà”. Ironia della sorte, gli scontri più pesanti nella storia
recente della città sono avvenuti poco dopo la riunificazione delle istituzioni
di transizione, riunitesi per la prima volta in territorio somalo alla fine di
febbraio.
I signori della città. Secondo quanto riferito da Duguf, a
Mogadiscio sarebbe in corso una modifica delle tradizionali alleanze. Buona
parte dei signori della guerra che controllano la città si sarebbero uniti
nella Alliance
for the Restoration of Peace and Counter-Terrorism, impegnata a combattere l’ascesa di alcune milizie
islamiche che avrebbero acquisito il controllo di importanti zone della
capitale. Queste milizie avrebbero creato tribunali basati sulla sharia, la legge islamica, stringendo,
secondo i membri dell’Arpct, legami
con al-Qaeda, per conto della quale
starebbero reclutando combattenti. Accuse difficili da verificare, anche se da
anni ormai i governi occidentali, in primis Stati Uniti e Gran Bretagna,
sostengono che la Somalia sia diventata una delle principali basi per il reclutamento
e l’addestramento di terroristi islamici.
Ancora ritardi. Gli scontri spingeranno le istituzioni somale, al momento ospitate
nella città di Baidoa, a ritardare ancora il loro spostamento a Mogadiscio.
L’anno scorso le dispute sulla città che sarebbe dovuta diventare la sede del
governo spaccarono le neonate istituzioni, con un centinaio di parlamentari
frondisti che, in polemica con il presidente Abdullahi Yusuf e il premier
Mohammed Ghedi, si riunirono per mesi a Mogadiscio in un’assemblea separata. Ma
i nuovi scontri mostrano come l’ipotesi di spostarsi a breve nella capitale sia
irrealizzabile. “Per almeno altri sei mesi, le istituzioni non si muoveranno da
Baidoa”, conclude Duguf. “Cosa verrebbero a fare qui? A fare da bersaglio delle
milizie? Meglio che restino dove sono”. Per la Somalia, con 14 anni di guerra
civile e mezzo milione di morti sulle spalle, l’inferno continua ancora. Matteo Fagotto