Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna
Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale
dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che
hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una
struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e
successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo
tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza
casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto
un campo profughi sviluppato in verticale.
5 puntata. Mohammed Abu Rudeina indica con la mano
un giornale.
È il suo nome quello stampato lì, su
una pagina ingiallita… non ricordo bene, mi sembra fosse un quotidiano tedesco.
“That’s me, from behind”. Stavolta
è una foto scattata da un reporter in un vicolo del campo quella che mi mostra,
lui di spalle che cammina e sopra un articolo con la sua storia.
Parla un buon inglese, Mohammed, spesso
gli capita di usarlo per raccontare la sua esperienza; in questi giorni lo ho
incontrato ancora e mi ha detto che è rientrato da poco da Londra, dove ha
partecipato ad una serie di convegni.
È seduto a terra, sul pavimento della sua casa nuova nel
campo di Chatila, a Beirut; è
palestinese, ha ventisette anni e ne dimostra molti di più, fino a poco
tempo
fa viveva in un pian terreno molto più piccolo di questo nuovo
bilocale. “Gli sono diventati i capelli bianchi da piccolo”, mi
ha detto un
giorno Jamila, la direttrice della sede di Assomoud del campo; è lì che
l’ho
incontrato la prima volta.
Si prendono cura dei bambini, al
centro, Mohammed mi racconterà che lo hanno praticamente adottato quando è
rimasto orfano, lui come molti altri che hanno
perso la famiglia in una lunga serie di violenze che nel tempo hanno
coinvolto i palestinesi in Libano. Beit Atfal Assomoud nasce nel 1976,
subito dopo il massacro di Tall El
Zaatar, per dare asilo ai bambini che ne erano sopravvissuti. “Mi
chiamo Mohammed e sono nato nel 1977, studio Amministrazione all’università e
vorrei anche imparare a fare il cameraman, ma finirò gli studi per avere una possibilità… non sono sicuro
di poter trovare lavoro. Dipenderà dalle circostanze, sono loro che
decideranno. Vivo con mia
sorella e abbiamo
una nuova casa,
grazie a Dio, abbiamo una nuova casa…ecco, così è la
vita, come va avanti...”. È alto e robusto, ha un fare nervoso e
un portamento deciso, senza girare intorno alle cose, va dritto al dunque
quando parla… credo sia una malcelata sicurezza la sua, lo sento fragile dietro
l’apparenza e porta chiari i segni di una forte depressione.
Mi adatto ai suoi ritmi e lo seguo,
prima di portarmi a casa e raccontarmi la sua storia mi accompagna in un
cimitero all’interno del campo, sotto la moschea. Perde presto la pazienza e
vorrebbe subito muoversi, poi capisce che i tempi della ripresa sono diversi da
quelli di una camminata e si tranquillizza, mentre io cerco di essere veloce.
Il cimitero è al chiuso, essenziale:
tre lunghe lastre di cemento e poche foto ingiallite tra le colonne, molti nomi
alle pareti tra le quali orgogliosa rimbalza la sua voce.
“Nel
1985 iniziò la Guerra dei Campi e questi sono i nomi delle persone che difesero
Chatila dalla milizia libanese di Amal, che ci
attaccava con l’artiglieria militare ed i mortai. Questi sono i loro
nomi, noi li ricordiamo ogni giorno e
veniamo a visitarli ad ogni occasione”. Hanno sepolto i martiri
nel campo perché a quel tempo Sabra e Chatila, come Burj El Barajneh, erano
completamente assediate e portarli all’esterno non era possibile. Siamo a casa
ormai, e dopo aver preso un tè guardiamo una
serie di ritagli di giornale che lo riguardano. “Questa
è la mia famiglia, e questo sono io, mio padre, quella è mia madre, mia
sorella, le mie due sorelle”. È una foto che ne racchiude altre in
una sorta di collage, quella che, avvicinandomi, il giornale mi mostra; ho la
telecamera in mano, sto girando e lui
non aspetta risposte. Rimango in silenzio, ho paura di invadere e non lo forzo,
lascio fare a lui che sceglie di continuare. Mohammed ha scelto di parlare, nella sua vita; non so se
è la consapevolezza dell’importanza di preservare memoria che lo spinge, o
l’impossibilità di farne a meno. C’è l’estremo dolore di un torto subito nelle
sue parole, l’impossibilità di colmarne l’ingiustizia.
Survivor Chatila è il titolo di un altro articolo che
cerca tra le pagine. I tempi sono ora lunghi e dilatati, improvvisamente, non
è più per me che sfoglia quei giornali, potrei anche non esserci, ma la mia
telecamera registra e il suono di ogni pagina aperta è come una frustata. “Commemoration
of Sabra and Chatila, we will never forget” dice un altro titolo sopra
l’immagine di una donna in corteo, con in mano la foto di un bambino. Poi si alza
da terra, ripone il tutto dentro una grande
busta, tranne alcuni articoli… quelli li vuole fotocopiare per portarli a
Londra. Siamo sul divano ormai e ha fretta di parlare, lo fa
velocemente e in modo conciso.
“Appartengo
a quel gruppo di famiglie che nel 2001 hanno incriminato Sharon al tribunale del Belgio.
Ho
perso la mia famiglia… un certificato prova che sono una delle vittime
sopravvissute al massacro, un certificato con la firma del Presidente della
Croce Rossa Internazionale che ha visto coi propri occhi i corpi di mio padre,
mia sorella e metà della mia famiglia. Quel giorno alle
5.00 di pomeriggio gli Israeliani hanno circondato il campo ed hanno fatto luce
con i bengala ai falangisti, facendoli entrare per colpire la gente che era
dentro. Ricordo che
ci hanno radunato in una stanza poco più grande di questa e ci hanno detto che
eravamo in stato di assedio. I falangisti sono entrati in casa e ci hanno
costretto ad uscire. Hanno messo gli
uomini in
fila contro il muro e hanno fatto fuoco”. Aveva poco più di cinque anni all’epoca,
e ha visto
tutto.
Prima che vada via vuole mostrarmi un’altra cosa, mi
invita a farlo di là, dove la sorella con la quale vive sta riordinando
la
stanza. Aspetto sulla porta, lui si avvicina all’armadio e da
sopra ne prende una busta trasparente, con dentro una vecchia
foto in una cornice col vetro rotto. È una bella ragazza, quella in
primo piano, sorridente e
col capo scoperto. Senza neanche levare il ritratto dalla busta si
avvicina e
ci batte sopra con le dita, afferrandola poi con due mani per porla
proprio
davanti l’obbiettivo della camera.
“Questa è la
fotografia di mia sorella, quando venne mutilata e uccisa nel massacro lei era
incinta…e questa foto del 1982 è un suo ricordo di quel giorno, la foto è
vecchia…ha ventidue anni ormai”.
Ho incontrato ancora Mohammed in questo viaggio, durante
la marcia per la nascita di Al Fatah e poi giorni fa a casa sua. Gli ho lasciato
una cassetta di “Incontri”, quel
documentario è più suo che mio; è stato contento, non se lo aspettava. Abbiamo
parlato dell’Italia, dell’Europa, mi ha chiesto
dove ero stato e quali posti mi sono piaciuti di più, se ero mai andato in
Inghilterra, come sono la Danimarca e la Germania.
Vorrebbe
viaggiare, Mohammed, non gli piace vivere al campo a Chatila e l’augurio più
grande che posso fargli è quello di riuscirci.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc