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Il confine con la California era la zona più permeabile al passaggio dei clandestini, perché per il resto, a fare guardia al confine, pensano il deserto e il Rio Grande che, per i messicani, si chiama Rio Bravo do Norte. “Il solo risultato di questo irrigidimento è stato quello di spostare l’immigrazione clandestina verso zone meno visibili, ma molto più pericolose”. A sostenerlo è Claudia Smit, un’attivista americana del California Rural Legal Assistence(CRLA), che si occupa della tutela dei lavoratori latinoamericani. I clandestini, per sfuggire ai controlli, tentano di attraversare il deserto dell’Arizona, dove la temperatura arriva anche a 50 gradi, oppure il fiume che ha correnti fortissime. Questo ha aumentato il numero dei decessi tra quelli che tentano di entrare illegalmente negli Stati Uniti per disidratazione o annegamento. Sempre che non cadano vittima dei raggiri dei cosiddetti polleros, i contrabbandieri di vite umane.
I “traghettatori”, dopo aver incassato cifre enormi per garantire l’ingresso
negli Usa agli immigrati, spesso li derubano e li abbandonano nel deserto. Non
esistono cifre ufficiali in proposito. Per alcune associazioni umanitarie che
cercano di aiutare questa gente, come quella chiamata Stopgatekeeper, sarebbero più di 1600 dal 1995 al 2002. «Il flusso degli immigranti illegali,
che qui chiamiamo semplicemente indocumentados ma dall'altra parte diventano intruders, è diminuito almeno del 30 per cento negli ultimi mesi. Bastano le cifre degli
arresti, in calo costante, a dimostrarlo. Eppure le morti da frontiera continuano
a crescere in modo allarmante. Nel mese di giugno sono state almeno 70. La grande
stampa e la televisione hanno altre cose di cui occuparsi», dice padre Luiz Kendzierski,
un sacerdote che dirige una casa-rifugio per emigranti a Tijuana.
I clandestini sono bersaglio di tutti: dai polleros ai predoni senza scrupoli. Da un po’ di tempo a loro si sono aggiunti alcuni proprietari terrieri statunitensi che hanno la proprietà sul confine: si sono organizzati in ronde armate e pattugliano il confine alla ricerca di clandestini, che braccano come animali. Hanno anche un sito dove illustrano la loro attività. Spesso i morti non vengono nemmeno identificati: prima di cremarli, la polizia li classifica con un numero e la sigla “John Doe”.
Dalla parte messicana invece, c’è un cimitero con centinaia di croci di legno. E’ il “muro dei caduti”, dove i parenti possono piangere i loro cari che sono morti cercando una vita migliore. Secondo la Liga Binacional de Protecciòn a Migrantes, gli Stati Uniti hanno bisogno degli immigrati. Senza di loro, l’agricoltura di Stati come la California e il Texas andrebbe in crisi di manodopera, per non parlare dell’economia messicana che riceve 22 milioni di dollari di rimesse dagli immigrati negli Usa, meno importante nel bilancio solo dei proventi del narcotraffico, del petrolio e del turismo. La disoccupazione in Messico si aggrava sempre di più, perché le fabbriche che sorgevano al confine, si sono spostate in Estremo Oriente, dove i costi del lavoro si abbassano. Sul confine, a pochi chilometri di distanza, si guardano due mondi. Una giornata lavorativa di 8 ore vale 60 dollari a San Diego, negli Usa, e una di 12 ore vale 4-5 dollari a Tijuana, in Messico. Nel mezzo un muro, disperazione, violenza e tanti John Doe.
Christian Elia