La situazione, per i palestinesi che vivono in Iraq, continua a peggiorare. Oggi,
secondo il sito iracheno al-Haqq, è stato diffuso un
volantino nel quartiere al-Hurriya e nella zona di al-Doura di Baghdad che
minacciava la vita delle comunità palestinese della capitale, che conta circa
300 famiglie.

Minacce di morte. “Questo avviso è rivolto ai vigliacchi palestinesi che
collaborano con i wahabiti, elementi del takfir ed ex-bahatisti fedeli a
Saddam, ed in particolare a quelli che abitano nella zona di al-Doura – recita
il
comunicato - ci adopereremo per eliminarli tutti se non lasciano
definitivamente la zona entro 10 giorni. Questo è l’ultimo avvertimento”. L’8
marzo scorso, per puro caso, 5 palestinesi erano sfuggiti a un tentativo di
omicidio nella zona. Il volantino è firmato dalle Brigate del giorno del
Giudizio, una sigla che non aveva mai avuto visibilità prima e che si
presume possa essere legata alle milizie sciite che si muovono al di fuori di
ogni legge. L’odio verso i palestinesi da parte degli sciiti ha, allo stesso
tempo, ragioni attuali e motivazioni antiche. La comunità palestinese vive a
Baghdad da decenni, da quando è cominciato il conflitto israelo – palestinese.
L’Iraq ha sempre accolto i profughi della Terra Santa in fuga dalla guerra e il
regime di Saddam, per motivi d’immagine verso il mondo arabo e islamico, si è sempre prodigato per loro. Per gli
sciiti, maggioranza della popolazione irachena che per decenni ha subito le
angherie del regime di Saddam, i palestinesi sono quindi una sorta di
collaborazionisti della dittatura saddamita e, a complicare le cose, si
aggiunge il fatto che la comunità palestinese in Iraq è sunnita. Tra l’altro,
quello che gli sciiti non perdonano ai palestinesi, è il fatto che Arafat nel
1991, in occasione della prima guerra del Golfo, si schierò a favore di Saddam.
E gli sciiti non hanno dimenticato.
Una comunità in pericolo. I circa 34mila palestinesi che vivono in Iraq, per sottrarsi
al clima di odio sciita nei loro confronti, non possono neanche scappare
all’estero. Lunedì 20 marzo scorso, la Giordania ha chiuso la frontiera con
l’Iraq per i palestinesi, impedendone la fuga. Un gruppo di loro che si era
presentato alla frontiera, composto da circa 150 persone, è stato dirottato nel
campo profughi di Ruweished, nella terra di nessuno tra l’Iraq e la Giordania.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che si occupa di
loro, ha denunciato le condizioni di vita del campo e il fatto che, ai
palestinesi che hanno parenti in Giordania, viene impedito il
ricongiungimento con loro. Ma l’agenzia Onu per i rifugiati ha anche
accusato l’Iraq di non rispettare gli accordi internazionali in materia. “Il governo iracheno ha un dovere di
protezione nei loro confronti”, ha ricordato Antonio Guterres dell’Acnur,
“chiedo al presidente Talabani e al governo di prendere i provvedimenti
necessari alla tutela della comunità palestinese dalla violenze delle milizie”.

Negata la via di fuga. Ma questo era solo l’ultimo degli appelli lanciati dall’Acnur per i
rifugiati palestinesi. “Solo nell’ultima settimana”, dichiarava qualche
settimana fa Ron Redmond, dell’Acnur, “abbiamo saputo che almeno 10 palestinesi
sono stati uccisi a Baghdad e che molti altri sono stati rapiti o sono
scomparsi”. La Palestinian Muslims Association, che ha sede a Baghdad e che si
occupa della comunità palestinese che vive nella capitale irachena, ha raccolto
270 denunce di episodi di violenza subita dalla comunità dal settembre 2005 a
oggi. “Le famiglie vivono blindate nelle loro case e hanno il terrore di
uscire”, dice la Pma in un comunicato. La comunità dei palestinesi,
dall’invasione dell’Iraq da parte delle truppe della Coalizione, ha vissuto una
stagione di terrore. Come detto, gli sciiti delle milizie odiano i palestinesi,
ma anche i militari Usa e degli altri paesi, hanno sospettato di loro fin dal
primo
giorno, come di tutti gli stranieri in Iraq. Stesso meccanismo psicologico che
spinge anche gli iracheni che non hanno nessun motivo di tensione con i
palestinesi a sospettare di loro, come di tutti quelli che non sono iracheni,
ritenuti i principali responsabili degli attentati della guerriglia contro la
popolazione civile. Una situazione delicata insomma, alla quale palestinesi non possono porre rimedio
neanche scappando.