24/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I palestinesi in Iraq minacciati dalle milizie sciite
La situazione, per i palestinesi che vivono in Iraq, continua a peggiorare. Oggi, secondo il sito iracheno al-Haqq, è stato diffuso un volantino nel quartiere al-Hurriya e nella zona di al-Doura di Baghdad che minacciava la vita delle comunità palestinese della capitale, che conta circa 300 famiglie.
  Uomini attendono al confine tra Iraq e Giordania
Minacce di morte. “Questo avviso è rivolto ai vigliacchi palestinesi che collaborano con i wahabiti, elementi del takfir ed ex-bahatisti fedeli a Saddam, ed in particolare a quelli che abitano nella zona di al-Doura – recita il comunicato - ci adopereremo per eliminarli tutti se non lasciano definitivamente la zona entro 10 giorni. Questo è l’ultimo avvertimento”. L’8 marzo scorso, per puro caso, 5 palestinesi erano sfuggiti a un tentativo di omicidio nella zona. Il volantino è firmato dalle Brigate del giorno del Giudizio, una sigla che non aveva mai avuto visibilità prima e che si presume possa essere legata alle milizie sciite che si muovono al di fuori di ogni legge. L’odio verso i palestinesi da parte degli sciiti ha, allo stesso tempo, ragioni attuali e motivazioni antiche. La comunità palestinese vive a Baghdad da decenni, da quando è cominciato il conflitto israelo – palestinese. L’Iraq ha sempre accolto i profughi della Terra Santa in fuga dalla guerra e il regime di Saddam, per motivi d’immagine verso il mondo arabo e islamico,  si è sempre prodigato per loro. Per gli sciiti, maggioranza della popolazione irachena che per decenni ha subito le angherie del regime di Saddam, i palestinesi sono quindi una sorta di collaborazionisti della dittatura saddamita e, a complicare le cose, si aggiunge il fatto che la comunità palestinese in Iraq è sunnita. Tra l’altro, quello che gli sciiti non perdonano ai palestinesi, è il fatto che Arafat nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo, si schierò a favore di Saddam. E gli sciiti non hanno dimenticato.
 
rifugiato palestinese in un campo profughi in IraqUna comunità in pericolo. I circa 34mila palestinesi che vivono in Iraq, per sottrarsi al clima di odio sciita nei loro confronti, non possono neanche scappare all’estero. Lunedì 20 marzo scorso, la Giordania ha chiuso la frontiera con l’Iraq per i palestinesi, impedendone la fuga. Un gruppo di loro che si era presentato alla frontiera, composto da circa 150 persone, è stato dirottato nel campo profughi di Ruweished, nella terra di nessuno tra l’Iraq e la Giordania. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che si occupa di loro, ha denunciato le condizioni di vita del campo e il fatto che, ai palestinesi che hanno parenti in Giordania, viene impedito il ricongiungimento con loro. Ma l’agenzia Onu per i rifugiati ha anche accusato l’Iraq di non rispettare gli accordi internazionali in materia.  “Il governo iracheno ha un dovere di protezione nei loro confronti”, ha ricordato Antonio Guterres dell’Acnur, “chiedo al presidente Talabani e al governo di prendere i provvedimenti necessari alla tutela della comunità palestinese dalla violenze delle milizie”.
  rifugiato palestinese in un campo profughi in Iraq
Negata la via di fuga. Ma questo era solo l’ultimo degli appelli lanciati dall’Acnur per i rifugiati palestinesi. “Solo nell’ultima settimana”, dichiarava qualche settimana fa Ron Redmond, dell’Acnur, “abbiamo saputo che almeno 10 palestinesi sono stati uccisi a Baghdad e che molti altri sono stati rapiti o sono scomparsi”. La Palestinian Muslims Association, che ha sede a Baghdad e che si occupa della comunità palestinese che vive nella capitale irachena, ha raccolto 270 denunce di episodi di violenza subita dalla comunità dal settembre 2005 a oggi. “Le famiglie vivono blindate nelle loro case e hanno il terrore di uscire”, dice la Pma in un comunicato. La comunità dei palestinesi, dall’invasione dell’Iraq da parte delle truppe della Coalizione, ha vissuto una stagione di terrore. Come detto, gli sciiti delle milizie odiano i palestinesi, ma anche i militari Usa e degli altri paesi, hanno sospettato di loro fin dal primo giorno, come di tutti gli stranieri in Iraq. Stesso meccanismo psicologico che spinge anche gli iracheni che non hanno nessun motivo di tensione con i palestinesi a sospettare di loro, come di tutti quelli che non sono iracheni, ritenuti i principali responsabili degli attentati della guerriglia contro la popolazione civile. Una situazione delicata insomma, alla quale  palestinesi non possono porre rimedio neanche scappando. 

Christian Elia

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