Mentre prosegue il massacro di sciiti da parte dei miliziani
legati al regime di Saddam e di sunniti da parte delle squadre della morte
sciite, le truppe della coalizione sono sempre più odiate dagli iracheni, anche
a causa di numerosi episodi, mai del tutto chiariti, di uccisioni di civili.
Oggi a Mosul un’attentato ha colpito un centro di reclutamento della polizia
irachena, uccidendo 30 aspiranti agenti. Mentre tra Baghdad e Baquba, sono
stati ritrovati altri 40 corpi di sunniti giustiziati.

La moschea di Mustafa. Nella notte tra sabato e
domenica i soldati statunitensi si sono resi protagonisti di un episodio che ha
portato all’uccisione di diversi civili e che attizzerà ulteriormente il clima
di guerra civile nel Paese. É accaduto a Sadr City, il sobborgo sciita di
Baghdad, dove forze speciali irachene con la supervisione di militari Usa
stavano conducendo una retata casa per casa alla ricerca di combattenti
insorti. Secondo le testimonianze i militari sarebbero stati attaccati e
avrebbero iniziato uno scontro a fuoco, costato la vita a 20 iracheni, perlopiù
fedeli disarmati. Tra di loro anche l’ottantenne imam della moschea. Le forze
della coalizione negano di aver portato la battaglia sin dentro la moschea,
mentre i seguaci di Moqtada Sadr sostengono che i soldati Usa hanno ucciso le
guardie del santuario e fatto irruzione all’interno dove hanno ucciso oltre 20
persone. Il ministro iracheno per la Sicurezza ha dichiarato che le
vittime del raid sono state 37 e che “erano tutti disarmati, nessuno ha sparato
contro i soldati. I soldati Usa sono entrati nella moschea, hanno legato i
presenti e hanno sparato a tutti. Non si sono lasciati nemmeno un ferito alle
spalle”.
Domenica poi, un colpo di mortaio ha colpito a Najaf, l’abitazione del
religioso sciita Moqtada Sadr, il quale non ha esitato a incolpare per i due
episodi proprio le forze della coalizione: Questi attacchi, ha dichiarato, “o
li supervisionano o li organizzano e attuano da soli (gli Usa, ndr)”. Di fronte
alla renitenza della Coalizione ad ammettere le proprie responsabilità, il
governatore di Baghdad ha annunciato che sospenderà i rapporti con gli Usa, per
protestare contro l’attacco alla moschea di Mustafa. Mentre il Primo Ministro
Jaafari ha espresso la propria preoccupazione di fonte al generale Casey, che
ha promesso l’apertura un’inchiesta, l’ennesima, per appurare la verità dei
fatti.
Ishaqi.
Il comando
della Coalizione in Iraq sta indagando sulle accuse, mosse dalla polizia irachena,
secondo cui i marines Usa sarebbero responsabili dell’eccidio di undici civili,
avvenuto due settimane fa nella città di Ishaqi, a nord di Baghdad. Accuse
contro i soldati statunitensi sono tutt’altro che rare, spesso gli incidenti
avvenuti durante i raid militari sono stati ingigantiti e i miliziani spacciati
per civili, ma questa vicenda ha costretto il comando della Coalizione ad
aprire un’inchiesta perché le accuse sono venute dalla polizia irachena,
firmate dai testimoni e sottoscritte da ufficiali di alto grado. Stando alla
ricostruzione degli eventi, il 15 marzo, poco dopo le due di notte, i militari
Usa hanno attaccato una casa dove ritenevano si trovasse un esponente di al
Qaeda. “I militari hanno raccolto tutti i membri della famiglia in una stanza
e
hanno ucciso undici persone, tra cui cinque bambini (due di cinque anni, due di
tre e uno di sei mesi) e quattro donne (una delle quali di 75 anni )”, così si
legge
nel rapporto della polizia. “Poi hanno abbattuto la casa bombardandola, bruciato
tre veicoli e ucciso i loro animali.” Secondo il resoconto della Coalizione gli
undici civili sono morti per il crollo del tetto dell’abitazione, che non
avrebbe retto al bombardamento. Il report della polizia però non lascia spazio
a dubbi: si sostiene che i soldati Usa sono entrati nella casa quando questa era
ancora in piedi e hanno giustiziato i presenti. Le autopsie eseguite
all’ospedale di Tikrit hanno rivelato che “tutte le vittime avevano un
proiettile nella testa ed erano ammanettate”. Il portavoce dalla coalizione ha
contestato allora che “nelle fotografie delle vittime non si vedono i segni
delle fascette di plastica”.
Haditha.
Nei giorni
scorsi è stata aperta anche un’altra inchiesta: anche in questo caso i militari
Usa sono accusati di aver ucciso indiscriminatamente dei civili e il comando
generale è accusato di aver tentato di insabbiare la vicenda. L’episodio è avvenuto
il 19
novembre 2005 ad Haditha, un piccolo centro nella provincia di al Anbar, ma è
venuto a galla solo adesso per via di un video-testimonianza consegnato ai
media da un’organizzazione irachena per i Diritti Umani. I fatti: il 20
novembre il rapporto della coalizione sugli eventi bellici parlava di una bomba
posta a lato della strada, esplosa contro una pattuglia di soldati
statunitensi. “Un marine e quindici civili uccisi dall’esplosione, due marine
feriti e otto insorti uccisi negli scontri a fuoco seguiti all’esplosione”. Le
testimonianze dei residenti già allora avevano sollevato dei dubbi sulla
versione ufficiale, diversi testimoni sostennero che dopo l’esplosione i marine
persero la calma e iniziarono a sparare contro l’abitazione. La settimana scorsa,
la pubblicazione del video fornito
dall’organizzazione Hammurabi ha dimostrato che i quindici civili “non
potevano essere stati uccisi da una bomba”, ha dichiarato Bobby Gosh della
Bbc. “I corpi erano crivellati di colpi –ha descritto il reporter- c’erano
evidenti segni di una sparatoria avvenuta dentro casa”. Il rapporto del comando
Usa è allora cambiato: “Un marine ucciso, due feriti e quindici civili
accidentalmente uccisi da fuoco Usa durante gli scontri con i ribelli”. Non è
ancora la verità, pensano le organizzazioni per i diritti umani irachene, e
anche Amnesty International accusa da tempo l’esercito Usa di non indagare
adeguatamente sulle accuse di abusi da parte dei suoi soldati.

Subumani.
Certamente
non occorre attendere il risultato delle inchieste, qualunque sia, per
conoscere l’opinione degli iracheni su questi episodi. L’annuncio fatto prima
della guerra secondo cui la Coalizione operava in Iraq per conquistare il cuore
e la mente degli iracheni è totalmente naufragato, e le innumerevoli storie di
abusi contro civili indifesi da parte dei marines non fanno che alimentare
l’odio dei civili verso la potenza occupante e le sue promesse mancate. Sempre
più spesso si sente dire che “quando c’era Saddam si stava meglio e si moriva
di meno”. A conferma delle accuse di insensibilità dei marines verso i
cosiddetti danni collaterali (di cui, non essendo conteggiati, non devono
rendere conto ), si è levata all’inizio di marzo la protesta di un militare
britannico delle forze speciali Sas. Ben Griffin, questo il suo nome, si è
dimesso dall’esercito rifiutandosi di combattere ancora a fianco dei militari
Usa. “Ho assistito a dozzine di azioni illegali e sbagliate. Abusi commessi da
soldati Usa che considerano gli iracheni dei subumani” ha dichiarato. “Non è
così che si conducono le operazioni militari. Senza il sostegno della gente non
si vincono le guerre” ha concluso.
Duecentocinquantamila? Le truppe della coalizione,
è un fatto noto, non tengono il conto delle vittime tra i nemici combattenti e
i civili iracheni. Le statistiche delle vittime civili che vengono riportate
dalle fonti giornalistiche parlano di oltre trentamila vittime, ma riguardano
solo gli episodi che hanno avuto un’eco sufficiente da arrivare agli organi di
stampa. Dunque con ogni probabilità i civili che negli ultimi tre anni sono
morti in modo violento in Iraq sono molto più numerosi. I soli dati certi sono
quelli che riguardano le vittime tra i soldati della Coalizione, e anche quei
numeri vengono pubblicizzati il meno possibile.
Una recente ricerca, bastata su
una metodologia simile a quella che venne usata nel ’90 per calcolare le
vittime della guerra in Kosovo, ha prodotto delle nuove stime che aumentano, e
di molto, il numero delle vittime civili irachene. La ricerca è stata
pubblicata dalla rivista medica britannica The Lancet, ed è stata realizzata in
collaborazione con la Colombia University, la Johns Hopkins University e al
Mustansiriya di Baghdad. Lo studio descrive l’enorme crescita delle morti
violente nel Paese, indicando come stima al ribasso il numero di cento mila
civili uccisi dal 2003 a oggi, ma questa cifra, si specifica, è calcolata senza
tenere conto di quanto successo a Falluja nel 2004. Falluja inclusa, il conto
delle vittime civili passerebbe i duecentocinquanta mila casi.