24/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Dietro alla rivoluzione arancione, ora in bilico, c’erano solo gli interessi energetici occidentali
Il governo degli Stati Uniti ha speso 65 milioni di dollari per finanziare la ‘rivoluzione arancione’ di Kiev, che nel dicembre 2004 spodestò il regime filo-russo di Leonid Kuchma. E ora Washington si appresta a incassare i dividendi di quell’operazione politica: la costruzione di una nuova superpipeline che, attraverso l’Ucraina, porterà sui mercati occidentali il gas e il petrolio del bacino Caspico, bypassando la rete di oleodotti e gasdotti controllati da Mosca.
A meno che il governo filo-occidentale di Yushenko non venga mandato a casa dopo le elezioni di domenica. Un rischio tutt’altro che remoto stando ai sondaggi.
 
Il pipeline Odessa-BrodyUna pipeline occidentale attraverso l’Ucraina. L’annuncio del nuovo megaoleo-gasdotto è stato dato a una conferenza energetica tenutasi a Tbilisi, in Georgia, lo scorso 16 marzo. Il progetto, che sembra coinvolga la Chevron (compagnia petrolifera che era diretta dall’attuale Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice), consisterà nella costruzione di una tubatura che correrà per mille chilometri lungo il fondale del Mar Nero, collegando il terminal georgiano di Supsa a quello Ucraino di Odessa. Stando alle previsioni dei lavori, dal 2009, attraverso questa conduttura sottomarina, il gas e il petrolio dei ricchissimi giacimenti di Azerbaijan, Turkenistan e Kazakistan verranno pompati nella pipeline ucraina Odessa-Brody (costruita nel 2001, ma rimasta inutilizzata) e da lì, via Polonia, verso l’Europa e i terminal baltici.
 
Le pipeline caspicheUn brutto colpo per gli interessi di Mosca. La Russia ha reagito subito con rabbia: Mosca ha espresso la sua contrarietà al progetto accampando rischi tecnici: il gasdotto incrocerebbe sott’acqua il ‘Blue Stream’, che porta il gas russo in Turchia. In realtà la nuova pipeline sottrarrebbe alla Russia grandi quantitativi di petrolio e gas del bacino caspico e anche il controllo del loro trasporto verso Occidente attraverso la propria rete di gasdotti e oleodotti. Una manovra che la Russia ha già subito lo scorso anno con l’apertura della pipeline occidentale Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc). Questo nuovo progetto sarebbe il completamento dell’opera, e uno scacco non da poco per il Cremlino, che continua a considerare la regione caspica di propria competenza esclusiva, storicamente rientrante nella sfera d’influenza politica ed economica della Russia.
 
La rivoluzione arancione del 2004Un affare d’importanza strategica per Washington. Dopo l’11 settembre la politica energetica di Washington è improntata alla disperata ricerca di fonti di approvvigionamento energetico alternative a quelle dei paesi Opec, troppo care e troppo condizionate dagli alti e bassi della guerra al terrorismo. Le uniche riserve petrolifere in grado di competere con quelle mediorientali (680 miliardi di barili, pari al 70 per cento delle riserve mondiali) sono quelle del bacino del Mar Caspio: Kazakistan, Turkemmistan, Azerbaigian. Risorse solo in minima parte sfruttate ed esplorate ai tempi dell’Urss. Secondo gli esperti, qui giacciono almeno 250-270 miliardi di barili di petrolio (di altissima qualità), vale a dire oltre un quarto delle riserve mondiali. Oltre a questo c’è l’enorme vantaggio che in queste aree ci sono pure immensi giacimenti di gas naturale: 15-20mila miliardi di metri cubi di gas naturale.
 
Kuchma e YanukovicPetrolio e Nato, altro che libertà e democrazia. Il 3 ottobre 2003 il presidente ucraino filo-russo Leonid Kuchma sbatté la porta in faccia alle compagnie petrolifere occidentali che, per attuare questo progetto, chiesero l’utilizzo della pipeline Odessa-Brody. Circa un anno dopo, la ‘rivoluzione arancione’ spodesta il regime di Kuchma e porta al potere il filo-americano Viktor Yushenko, che – dopo poco più di un anno – ribalta la decisione del suo predecessore e accetta il progetto occidentale. Oltre a questo, il nuovo governo ‘arancione’ apre pure le porte alla Nato, scelta fermamente avversata dal precedente regime. Due svolte non da poco che giustificano, da sole, l’operazione politica americana da 65 milioni di dollari che le ha rese possibili: la rivoluzione di Kiev del dicembre 2004. Un operazione che nulla aveva a che vedere con la democrazia, la libertà e il benessere del popolo ucraino, che anzi, sotto il governo ‘democratico’ ha conosciuto solo un vertiginoso aumento del costo della vita a parità di stipendi: 80 euro mensili di media.
 
Yushenko e la TimoshenkoGli ucraini, delusi, voltano le spalle agli arancioni. Oltre al peggioramento delle condizioni di vita, gli ucraini non hanno visto finire in galera nemmeno uno dei corrotti gerarchi del precedente regime (com’era stato promesso da Yushenko). Anzi, questi hanno continuato a stare in politica, facendo affari anche con i ‘leader rivoluzionari’.
E poi: le liti tra il presidente Yushenko e la ‘pasionaria’ Yulia Timoshenko e la conseguente crisi di governo che ha spaccato il fronte arancione, che infatti si presenta al voto con due partiti concorrenti; e la ‘guerra del gas’ con la Russia che ha messo in ginocchio il paese, dimostrando le velleità del nazionalismo filo-occidentale della dirigenza arancione.
Non stupisce che tutti i sondaggi diano in netto vantaggio l’opposizione filo-russa di Viktor Yukanovic, il grande sconfitto della ‘rivoluzione arancione’ che già pregusta la rivincita. E che sarà felice, riconquistata la maggioranza parlamentare e con essa il governo del paese, di bloccare il progetto della nuova pipeline occidentale.
 

Enrico Piovesana

Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
Pubblicità
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità