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Una pipeline occidentale attraverso l’Ucraina.
L’annuncio del nuovo megaoleo-gasdotto è stato dato a una conferenza energetica
tenutasi a Tbilisi, in Georgia, lo scorso 16 marzo. Il progetto, che sembra
coinvolga la Chevron (compagnia petrolifera che era diretta dall’attuale
Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice), consisterà nella costruzione di una
tubatura che correrà per mille chilometri lungo il fondale del Mar Nero,
collegando il terminal georgiano di Supsa a quello Ucraino di Odessa. Stando
alle previsioni dei lavori, dal 2009, attraverso questa conduttura sottomarina,
il gas e il petrolio dei ricchissimi giacimenti di Azerbaijan, Turkenistan e
Kazakistan verranno pompati nella pipeline ucraina Odessa-Brody (costruita nel
2001, ma rimasta inutilizzata) e da lì, via Polonia, verso l’Europa e i
terminal baltici.
Un brutto colpo per gli interessi di Mosca. La Russia
ha reagito subito con rabbia: Mosca ha espresso la sua contrarietà al progetto
accampando rischi tecnici: il gasdotto incrocerebbe sott’acqua il ‘Blue
Stream’, che porta il gas russo in Turchia. In realtà la nuova pipeline
sottrarrebbe alla Russia grandi quantitativi di petrolio e gas del bacino
caspico e anche il controllo del loro trasporto verso Occidente attraverso la
propria rete di gasdotti e oleodotti. Una manovra che la Russia ha già subito
lo scorso anno con l’apertura della pipeline occidentale Baku-Tbilisi-Ceyhan
(Btc). Questo nuovo progetto sarebbe il completamento dell’opera, e uno scacco
non da poco per il Cremlino, che continua a considerare la regione caspica di
propria competenza esclusiva, storicamente rientrante nella sfera d’influenza
politica ed economica della Russia.
Un affare d’importanza strategica per Washington.
Dopo l’11 settembre la politica energetica di Washington è improntata alla
disperata ricerca di fonti di approvvigionamento energetico alternative a
quelle dei paesi Opec, troppo care e troppo condizionate dagli alti e bassi
della guerra al terrorismo. Le uniche riserve petrolifere in grado di competere
con quelle mediorientali (680 miliardi di barili, pari al 70 per cento delle
riserve mondiali) sono quelle del bacino del Mar Caspio: Kazakistan,
Turkemmistan, Azerbaigian. Risorse solo in minima parte sfruttate ed esplorate
ai tempi dell’Urss. Secondo gli esperti, qui giacciono almeno 250-270 miliardi
di barili di petrolio (di altissima qualità), vale a dire oltre un quarto delle
riserve mondiali. Oltre a questo c’è l’enorme vantaggio che in queste aree ci
sono pure immensi giacimenti di gas naturale: 15-20mila miliardi di metri cubi
di gas naturale.
Petrolio e Nato, altro che libertà e democrazia. Il 3
ottobre 2003 il presidente ucraino filo-russo Leonid Kuchma sbatté la porta in
faccia alle compagnie petrolifere occidentali che, per attuare questo progetto,
chiesero l’utilizzo della pipeline Odessa-Brody. Circa un anno dopo, la
‘rivoluzione arancione’ spodesta il regime di Kuchma e porta al potere il
filo-americano Viktor Yushenko, che – dopo poco più di un anno – ribalta la
decisione del suo predecessore e accetta il progetto occidentale. Oltre a
questo, il nuovo governo ‘arancione’ apre pure le porte alla Nato, scelta
fermamente avversata dal precedente regime. Due svolte non da poco che
giustificano, da sole, l’operazione politica americana da 65 milioni di dollari
che le ha rese possibili: la rivoluzione di Kiev del dicembre 2004. Un
operazione che nulla aveva a che vedere con la democrazia, la libertà e il
benessere del popolo ucraino, che anzi, sotto il governo ‘democratico’ ha
conosciuto solo un vertiginoso aumento del costo della vita a parità di
stipendi: 80 euro mensili di media.
Gli ucraini, delusi, voltano le spalle agli arancioni.
Oltre al peggioramento delle condizioni di vita, gli ucraini non hanno visto
finire in galera nemmeno uno dei corrotti gerarchi del precedente regime
(com’era stato promesso da Yushenko). Anzi, questi hanno continuato a stare in
politica, facendo affari anche con i ‘leader rivoluzionari’. Enrico Piovesana