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Una legge controversa. L’obiettivo della legge sono i protestanti evangelici e
pentecostali, che da molto tempo, secondo tanti mezzi d’informazione algerini,
sarebbero all’opera per convertire quanta più gente è possibile, in massima
parte nella regione della Cabilia. Mancano dati certi sulla questione, ma
al di là dei numeri effettivi di conversioni, resta la preoccupazione per un
provvedimento che rischia di restringere la libertà di culto della comunità
cristiana in Algeria. Si parla di circa 11mila persone che, durante la guerra
civile che ha insanguinato il Paese negli anni Novanta, ha pagato un pesante
tributo ma che per il resto vive rispettata, in uno dei paesi meno religiosi a
livello istituzionale.
Un passato doloroso. La decisione lascia molto perplessi, in particolare perché
viene da un governo che ha fatto della laicità dello Stato il principio
inderogabile per il quale è scoppiata la guerra al Fronte Islamico di Salvezza,
che aveva vinto le elezioni nel 1991. L’Algeria inoltre ha grandi interessi
economici nelle relazioni con i paesi cristiani dell’altra sponda del
Mediterraneo, con l’Italia in particolare, per l’esportazioni di gas. Pare
quindi piuttosto complesso capire quale logica ispiri una legge che, se sulla
carta non è punitiva verso i cristiani algerini, non pare neanche un passo
verso la libertà di culto di uno stato laico. Una possibile interpretazione
dell’iniziativa legislativa è quella di correlare questa legge alla Carta di
Riconciliazione nazionale, proposta dal presidente algerino Bouteflika e
sottoposta a referendum popolare l’anno scorso.
Una riconciliazione difficile. La Carta, approvata a grande maggioranza, vuole nella sostanza chiudere
i conti con la Guerra civile. Nessuna delle amnistie proposte negli anni dal governo
Bouteflika ai guerriglieri ha
portato al completo cessate il fuoco. La popolazione civile, dopo un conflitto
che è costato la vita a circa 150mila persone, è adesso al sicuro, ma in certe
aree del Paese continua lo stillicidio di scontri armati e di vittime tra
l’esercito e il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, unica
formazione del vecchio Gruppo Islamico Armato a non aver deposto le armi.
D’altro canto, il governo Bouteflika non ha mai potuto agire liberamente per
punire i militari che, come i guerriglieri islamici, si sono macchiati di gravi
crimini contro i civili durante la guerra. Per tenere tutti buoni, Bouteflika
ha deciso per il colpo di spugna. Ai parenti delle vittime è stato garantito un
risarcimento economico e, nei giorni successivi all’entrata in vigore della
Carta, migliaia di ex guerriglieri sono stati scarcerati. Nei giorni scorsi, il
governo ha anche ammesso che, durante la guerra, l’esercito ha ucciso circa
17mila ribelli. Cifre mai fornite prima. Insomma pare che, in previsione delle
elezioni del 2007, Bouteflika voglia una sorta di riconciliazione nazionale e
i
partiti islamici torneranno sulla scena politica algerina. Questa legge è una
concessione agli islamisti, polemici verso un’Algeria laica, in modo da tenerli
a badasenza pagare prezzi eccessivi. Sperando che basti per tenere sotto controllo
l'integralismo religioso. Christian Elia