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La bandiera degli Stati Uniti lanciata dai manifestanti in un falò improvvisato
lungo le strade ecuadoriane, paralizzate dalle barricate, arde crudelmente. Con
questo gesto eclatante alcuni appartenenti alla Confederacion Nacionalidades Indigenas
de Ecuador (Conaie), formata in gran parte da indigeni, perlopiù piccoli produttori
agricoli (ma con loro ci sono anche studenti e sindacati), dimostrano tutto il
loro dissenso contro le trattative con gli Usa, per la firma del Trattato di Libero
Commercio. Non è raro vedere ai bordi delle strade uomini armati di motoseghe
tagliare alberi e farli cadere di traverso sulla carreggiata.
Paura e timore per il loro futuro. Il movimento indigeno ecuadoriano teme di venire schiacciato dalla potente macchina
economica statunitense che sovvenziona la propria agricoltura e ne favorisce il
commercio. E per questo hanno deciso di mettere in atto una forma di protesta
molto efficace: il blocco delle principali arterie stradali della nazione, consapevoli
anche di poter arrivare allo scontro con le forze dell’ordine. Come è successo
martedì scorso, quando migliaia di manifestanti radunatisi nella capitale Quito
hanno inscenato una fitta sassaiola contro la polizia che sparava lacrimogeni.
Le voci. “Noi non diciamo che il Trattato non debba essere firmato – dice il presidente
del Conaie, Luis Macas – ma che deve essere fatto solo se questo è bene per l’Ecuador.
Noi non siamo disposti a vendere il Paese. Questo accordo comporterebbe il controllo,
da parte di altri, delle nostre risorse naturali e della nostra sovranità territoriale
e politica”. Le autorità di Quito non sono dello stesso avviso: sostengono che
dietro le proteste ci sia una manovra politica, probabilmente gestita dall’‘esterno’
e chiamano in causa il Venezuela, che nega impetuosamente.Alessandro Grandi