22/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli indios bloccano le principali strade del Paese per dire no al Trattato di Libero Commercio
 
No al Tlc, anche sulle t-shirt delle ragazzeLa bandiera degli Stati Uniti lanciata dai manifestanti in un falò improvvisato lungo le strade ecuadoriane, paralizzate dalle barricate, arde crudelmente. Con questo gesto eclatante alcuni appartenenti alla Confederacion Nacionalidades Indigenas de Ecuador (Conaie),  formata in gran parte da indigeni, perlopiù piccoli produttori agricoli (ma con loro ci sono anche studenti e sindacati), dimostrano tutto il loro dissenso contro le trattative con gli Usa, per la firma del Trattato di Libero Commercio. Non è raro vedere ai bordi delle strade uomini armati di motoseghe tagliare alberi e farli cadere di traverso sulla carreggiata.
Oramai sono giorni che in Ecuador non si vive una situazione tranquilla. Dieci per la precisione. Ma è dal maggio del 2004, data di inizio dei negoziati, che i piccoli produttori agricoli protestano. Da ieri, ha fatto sapere il ministro dell’Interno Felipe Vega, in cinque province ecuadoriane (Chimborazo, Cotopaxi, Imbabura, Cañar e Pichincha),  è stato d’emergenza, con divieto assoluto per i manifestanti di radunarsi in cortei. La motivazione è chiara: cercare di limitare le proteste delle migliaia di indios che si oppongono al Tlc, che hanno già causato perdite economiche e problemi alla sicurezza del Paese. Nel frattempo le forze di sicurezza sono riuscite a sgomberare alcuni blocchi stradali, ma la regione di Imbabura è, in parte, ancora sotto il controllo dei manifestanti.
 
Indios durante le proteste (selvas.org)Paura e timore per il loro futuro. Il movimento indigeno ecuadoriano teme di venire schiacciato dalla potente macchina economica statunitense che sovvenziona la propria agricoltura e ne favorisce il commercio. E per questo hanno deciso di mettere in atto una forma di protesta molto efficace: il blocco delle principali arterie stradali della nazione, consapevoli anche di poter arrivare allo scontro con le forze dell’ordine. Come è successo martedì scorso, quando migliaia di manifestanti radunatisi nella capitale Quito hanno inscenato una fitta sassaiola contro la polizia che sparava lacrimogeni.
 
Bandiere al vento i rappresentanti del Conaie sfilano in EcuadorLe voci. “Noi non diciamo che il Trattato non debba essere firmato – dice il presidente del Conaie, Luis Macas – ma che deve essere fatto solo se questo è bene per l’Ecuador. Noi non siamo disposti a vendere il Paese. Questo accordo comporterebbe il controllo, da parte di altri, delle nostre risorse naturali e della nostra sovranità territoriale e politica”. Le autorità di Quito non sono dello stesso avviso: sostengono che dietro le proteste ci sia una manovra politica, probabilmente gestita dall’‘esterno’ e chiamano in causa il Venezuela, che nega impetuosamente.
Negano anche gli indigeni, che per voce di uno dei loro leader, Gilberto Talahua, fanno sapere che continueranno con le proteste  che “sono per il Paese e non per interessi particolari”. Nel frattempo la mobilitazione è alle stelle. Dalla provincia del Cotopaxi 8mila indios sarebbero pronti a unirsi alla lotta sociale. Per l’Ecuador si apre una nuova stagione politica che dovrà arrivare fino al prossimo mese di ottobre quando si svolgeranno le elezioni presidenziali, alle quali, probabilmente, potrà ricandidarsi Lucio Gutierrez, ex presidente costretto alle dimissioni dalla popolazione nell’aprile dello scorso anno, accusato proprio di voler consegnare le risorse naturali ecuadoriane alle multinazionali straniere.
 
 
 
 

Alessandro Grandi

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