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Mentire è lecito. Pagare le stampa per falsificare le notizie non è un reato. La notizia giunge
al termine dell’inchiesta sull’operato di un agenzia privata in Iraq, ed è filtrata
tramite alcuni ufficiali, che però non l’hanno divulgata per evitare imbarazzi
al Pentagono. A inizio gennaio suscitò scandalo la scoperta che l’agenzia statunitense,
Lincoln Group, commissionava articoli spudoratamente favorevoli alla Coalizione,
da pubblicare sulla stampa irachena. A due mesi di distanza, la commissione militare
d’indagine allestita dal generale Casey, ha decretato che il Lincoln Group non
ha violato né le regole dell’esercito statunitense, né gli impegni definiti dall’ingaggio
e potrà continuare la sua opera di propaganda in Iraq. Oltre ad avallare la legalità
delle falsificazioni giornalistiche, l’inchiesta conclude delegando al Dipartimento
della Difesa statunitense la decisione sull’eventualità di regolamentare in qualche
modo i limiti della propaganda, “conformemente al valore americano della libertà
di stampa”.
Zarqawi “gonfiato”. Tra le campagne di disinformazione che hanno guadagnato più credito c’è sicuramente
quella che, negli ultimi due anni, ha dipinto Abu Mussab Al Zarqawi come la guida
dei terroristi in Iraq. Lo ha svelato una recente inchiesta del Washington Post.
Il quotidiano ha citato Derek Harvey, funzionario dell’intelligence Usa in Iraq,
che la scorsa estate dichiarava: ”Il nostro focus su Zarqawi ne ha ingrandito
la caricatura, rendendolo più importante di quanto non sia in realtà. La minaccia
a lungo termine non sono Zarqawi o gli estremisti religiosi, ma gli esponenti
del caduto regime”. Il Post cita anche un briefing della coalizione in cui il
generale Mark Kimmit ha dichiarato che “il programma di operazioni Psicologiche
(Psyop) relativo a Zarqawi è a oggi la campagna di informazione più riuscita”.
Pare che l’obiettivo primo del programma di propaganda fossero gli iracheni: la
figura dello straniero Zarqawi serviva a creare una frattura tra i gruppi ribelli,
ma è innegabile che il condizionamento abbia raggiunto tutta la stampa internazionale.
Non a caso la campagna mediatica per affermare l’esistenza del militante giordano
come collegamento tra al Qaeda e l’insurrezione irachena è partita sul territorio
statunitense. Sulle pagine del New York Times, il 9 febbraio 2004, comparve la
notizia del ritrovamento di un documento, firmato dall’allora sconosciuto Zarqawi,
in cui si chiedeva il sostegno di al Qaeda per infiammare la ribellione nel Paese.
Operazione Swarmer? Il 16 marzo le forze della Coalizione annunciavano l’inizio di una nuova offensiva
contro Samarra, una città a loro avviso infestata dai ribelli: l’operazione Swarmer
(sciame, ndr). La maggior parte dei media internazionali ha ripreso acriticamente
l’annuncio che parlava della più imponente operazione aerea nel Paese dal 2003.
Altri raid in passato sono stati presentati come “il colpo di grazia contro gli
insorti”, ma in diversi casi i battaglioni di marine sono giunti quando i ribelli
avevano già lasciato la città e, a fare le spese delle bombe, sono stati i civili
che non sono riusciti a fuggire. É successo in tutte le città della provincia
sunnita di al Anbar. L’indomani, però, autorevolissime fonti giornalistiche pubblicavano,
a proposito dell’operazione in corso a Samarra, resoconti assai tranquillizzanti:
Jim Muir, della Bbc, scriveva che l’operazione era stata battezzata “sciame” non
per indicare bombardamenti a tappeto, bensì in riferimento al grande numero di
elicotteri impiegati per il trasporto delle truppe. “Non ci sono stati scontri
coi ribelli, nessuna notizia di feriti”. Raymond Whitaker, del quotidiano The
Independent, il 19 marzo scriveva: “lungi dall’essere una massiccia campagna contro
l’insurrezione, come quella che distrusse Falluja nel 2004, l’operazione Swarmer
è solo un’esercitazione di tiro in un’area desertica scarsamente popolata”. Il
cineasta italiano Roberto Zamparini, tra gli autori di un blog chiamato "The Cat's
Blog”, ha pubblicato lo scambio di e-mail che ha avuto con gli autori dei suddetti
articoli, in cui chiedeva loro per quale motivo avessero ignorato il report delle
Nazioni Unite (Irin News), in cui si sosteneva una versione completamente differente
dei fatti, e domandava loro se fossero disposti a rivedere quanto affermato. Il
19 marzo Irin News scriveva che centinaia di famiglie erano fuggite da Samarra
e generi di prima necessità erano stati spediti per sostenerle, che la città era
stata effettivamente bombardata, che 75 ribelli erano stati arrestati, che 35
civili erano stati ricoverati all’ospedale cittadino e che dall’inizio dell’operazione
17 corpi erano giunti all’obitorio. I due autori si sono rifiutati di fornire
spiegazioni e hanno sostenuto la falsità dei resoconti di Irin, che dal canto
suo ha confermato le notizie. A poche settimane di distanza, il 6 aprile, molti
degli sfollati ritornati nelle loro case riportavano la notizia secondo cui “Samarra
è ancora saldamente nelle mani dei ribelli. É fuori dalla giurisdizione e dal
controllo dello stato”.
Una buona notizia. Le due circostanze sopra citate mostrano in modo esemplare quanto sia oggi complesso
verificare le notizie che giungono dall’Iraq. Tra i principali motivi per cui
anche i grandi network internazionali non riescono sempre ad essere oggettivi,
imparziali e bene informati, bisogna sicuramente citare la mancanza di giornalisti
al lavoro nel Paese. I martiri della stampa in Iraq dall’inizio della guerra sono
86, e molti altri sono stati arrestati e detenuti per mesi dall’esercito Usa,
che non si è curato di tutelare la loro indispensabile professione e nemmeno di
concedere loro le minime garanzie legali. Il 20 marzo il Generale Jack Gardner,
responsabile delle carceri della Coalizione nel Paese, ha annunciato un cambio
nelle procedure dell’esercito per cui “d’ora in avanti ogni arrestato sarà trattato
come un caso quasi unico. Faremo sì che nessuno venga trattenuto per sei o otto
mesi” ha spiegato, e ha aggiunto che “osservare o filmare i combattimenti, o incontrare
i ribelli, non saranno motivi sufficienti per l’arresto”. Se le affermazioni di
Gardner non sono pura propaganda forse segneranno un miglioramento per chi da
tre anni rischia la vita per raccontare l’orrore della guerra. Gardner però ha
dovuto specificare anche un’altra variazione rispetto alle regole di ingaggio:
“E' chiaro –ha aggiunto - che i soldati non devono aprire il fuoco sui giornalisti”.
Un cellulare ad Abu Ghraib. Quando l’informazione ufficiale perde credibilità, come in questo contesto iracheno,
il vuoto che lascia viene riempito da una moltitudine di fonti ufficiose, dai
giornali locali fino ai blog e le newsletter dei cittadini iracheni. Internet
è il solo mezzo che permette di tirare le fila di quel che accade, o perlomeno
di farsi una idea chiara di quali e quante siano le versioni dei fatti. Ma la
rete è anche il mezzo con cui tutta l’insorgenza irachena, dai baathisti ai seguaci
di al Qaeda, comunica con se stessa e col mondo. Nella rete si trovano oggi centinaia
di video di azioni dei ribelli, di comunicati stampa e messaggi della cosiddetta
resistenza irachena. Le notizie riportate sono in larga parte poco verosimili
e impossibili da verificare, ma lo stesso vale anche, ad esempio, per le falsificazioni
propagandistiche che la Coalizione pubblica sui giornali iracheni e anche sui
network internazionali. Sono due mezze verità in concorrenza tra loro. Non è un
caso che a inizio marzo il comando delle forze armate Usa in Iraq abbia imposto
la chiusura di tutti gli internet point della provincia sunnita di al Anbar, accusati
di favoreggiare i terroristi. Questo provvedimento forse servirà a ostacolare
le comunicazioni tra i gruppi ribelli nel Paese, ma impedirà anche a centinaia
di civili iracheni di accedere a informazioni utili per la loro stessa sicurezza
e, oltretutto, di fornire testimonianze dirette che, come è già accaduto diverse
volte, potrebbero smentire le bugie della Coalizione. Questo provvedimento ricorda
il tentativo che fece Donald Rumsfeld nel 2004, quando cercò di proibire ai militari
Usa l’uso dei cellulari con fotocamera incorporata. Il tentativo fallì, e i cellulari
in questione furono proprio quelli che scattarono le prime foto agli aguzzini
di Abu Ghraib. Naoki Tomasini