
Gli occhi scuri che osservano la sabbia sono
carichi di responsabilità. Lo sguardo lascia trasparire un misto di
ansia e fierezza. Djibril, il capo carovana, dalla cima osserva il
cordone di dune che si allunga ininterrotto verso l'orizzonte. La carovana dovrà
proseguire
ancora verso sud prima di riuscire a superarlo. I dromedari carichi non
riuscirebbero a salire il ripido pendio di sabbia soffice. Dall'alto
può vedere bene i suoi duecento animali che camminano a ridosso delle
dune. Dalle sue scelte dipende la vita delle bestie e delle persone che
avanzano lentamente sotto il sole. Oltre il cordone, dopo aver
scavalcato molte altre lingue di sabbia, si innalza l'Albero del Ténéré, la
loro meta. Finalmente le bestie potranno abbeverarsi ai pozzi scavati
attorno a un albero stilizzato di metallo. Al suo posto, fino al 1973,
cresceva solitaria un'acacia, l'unica nella parte meridionale del
deserto del Ténéré. Si racconta che un autista libico, probabilmente
ubriaco, l'abbia abbattuta con il suo camion. Ora quel che resta dell'albero giace
al
museo nazionale di Niamey, come una reliquia. L'albero è il punto dove
convergono le
azalai, le carovane dei Touareg, che arrivano dalle
montagne dell'Air per proseguire per Bilma, l'oasi dove compreranno il
sale.

"Ci impiegheremo tra i 9 e i 13 giorni per attraversare il deserto",
spiega Djibril. Il mare di dune che va dall'Albero del Ténéré all'oasi di Bilma
è
largo circa 400 chilometri. I carovanieri lo percorrono a piedi,
raramente salgono in sella per non affaticare gli animali. Le zampe dei
dromedari si adagiano sulla sabbia, allargandosi per affondare solo
qualche centimetro nonostante il peso dell'animale e del carico. Sulla
sabbia appena compressa resta una leggera patina lucida, che fa capire
da quanto è passata la carovana. I dromedari alzano in aria un pulviscolo che
ne
nasconde le zampe. I loro movimenti sono lenti e costanti, nella loro marcia non
si
fermano mai avanzando legati l'uno all'altro. A volte greggi di
montoni, guidati dai ragazzi più giovani, accompagnano la carovana.
Verrano scambiati con il sale e i datteri delle oasi. Il passaggio
delle
azalai
non turba il silenzio del deserto, ma ne è parte. Solo
avvicinandosi si può sentire il fruscio dei granelli di sabbia. A volte
i carovanieri si lanciano qualche messaggio fischiando. Attorno, il
deserto sembra immobile. Il sole della mattina porta rapidamente la
temperatura da una decina di gradi a quasi quaranta. L'
azalai
non può fermarsi, comincia a ondeggiare alle prime luci dell'alba e si
arresterà solo al tramonto.

Il
taguelmoust, il turbante dei Touareg formato da una strisca di
cotone colorato lunga almeno cinque metri, lascia scoperti solo una
fascia di pelle scura e gli occhi. Molto spesso moderni occhiali da
sole coprono anche questa parte. L'unica pelle sempre esposta al sole è
quella delle mani e dei piedi. Nessuno ha scarpe, solamente i pochi
apprendisti, ragazzi quasi quindicenni che imparano il mestiere dei
padri, portano scarpette blu di plastica. A metà giornata la luce del
sole arriva perpendicolare e non permette più di distinguere i pendii
delle dune. La sabbia appare di un colore omogeneo, senza ombre. Un
dromedario dà segni di stanchezza, non riesce più ad avanzare,
affaticato dai molti giorni di cammino. I carovanieri lo slegano e lo
alleggeriscono lasciando a terra il carico. Se così ce la farà a stare al passo
degli
altri, arriverà con loro all'oasi e si salverà. Altrimenti si lascerà
morire e diventerà un mucchietto di ossa bianche sulla sabbia ocra.