28/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il movimento pacifista in Israele tenta di far sentire la sua voce
Le ultime elezioni in Israele, tenutesi nel gennaio del 2003, nel cuore della Seconda Intifada, sancirono il trionfo di Ariel Sharon, rieletto Primo Ministro a larga maggioranza. L’affluenza alle urne fu piuttosto bassa, visto che solo il 68 percento degli aventi diritto si recò alle urne, ma la vittoria di Sharon, che decise di risolvere con la forza il conflitto, aveva dato un’immagine della società israeliana piuttosto compatta dietro le scelte del premier.
 
simbolo della paceUna lunga storia. In realtà il voto si spiegava più come una forma d’insofferenza verso gli attentati suicidi palestinesi che una forma di apprezzamento per la politica di Sharon. Ma comunque sembrava smarrita quella parte della società israeliana che era sempre stata favorevole al dialogo e al rispetto dei diritti dei palestinesi, nell’ambito di un accordo di pace. Un movimento che in Israele ha radici antiche, che risalgono alla guerra dei Sei Giorni del 1967, con la conseguente occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e si rafforza con la Guerra dello Yom Kippur del 1973 e con l’invasione del Libano del 1982. In quel momento, in molti israeliani si diffuse la consapevolezza che si era passato un limite: dalla legittima aspirazione del popolo ebraico alla nascita e alla difesa di uno Stato d’Israele, si era passati a una fase ‘colonizzatrice’, nella quale molti cittadini non si rivedevano. Il primo segnale fu la nascita della formazione di Yesh Gvul ("C'è un limite!") dalla presa di posizione di un gruppo di ufficiali che si rifiutavano di partecipare a quella che consideravano una campagna criminale. Il momento cruciale delle proteste risale a dopo i massacri di Sabra e Chatila, quando 400mila israeliani scesero in piazza per solidarizzare con i palestinesi. Israele si prepara adesso alle elezioni del 28 marzo prossimo, ma il movimento pacifista israeliano stenta a far sentire la sua voce, pur rappresentando una parte importante del Paese.
  
manifestazione di refusenikRefusenik. A differenza di quello che si può credere, il movimento di opposizione all’occupazione dei Territori palestinesi trova un forte riscontro tra le file dell’esercito. Nel 1982 c’erano stati i primi casi di obiezione di coscienza, ma il movimento dei militari che rifiutano la logica dell’occupazione ha vissuto il suo apice nel settembre 2003, quando 27 piloti riservisti sono apparsi in televisione per denunciare il loro rifiuto a prendere parte a operazioni militari dei Territori. “Il nostro esercito si chiama Israel Defense Force e per noi è sempre stato questo: una forza di autodifesa per Israele e il suo popolo dagli attacchi esterni di chi non voleva riconoscere il nostro diritto all’esistenza”, dice Yonathan Shapira, uno dei militari che si sono rifiutati di prestare servizio militare nei Territori, “ma a un certo punto ci siamo resi conto che le cose erano cambiate. Non difendevamo più il nostro diritto alla vita, ma infliggevamo con le nostre azioni sofferenze ingiustificate alla popolazione civile palestinese. Non potevamo accettarlo”. Nasce così il fenomeno dei refusenik, militari che rifiutano di obbedire a ordini che ritengono illegittimi. Nulla a che fare con il pacifismo militante, qui si parla di militari dei corpi speciali, di autentici patrioti che non hanno accettato di veder cambiare il senso dell’esercito israeliano e che per questo hanno anche conosciuto il carcere.
  
michael warschawskiWarschawski. Alle voci ‘contro’non potevano mancare gli intellettuali. Una delle più influenti è quella di Michel Warschawski, scrittore e giornalista, condirettore dell’Alternative Information Center che, come si legge sul sito, “è un'organizzazione israelo-palestinese che diffonde informazione, ricerca e analisi politica sulla società palestinese e israeliana e sul conflitto israelo-palestinese”. Il lavoro consiste nello sviluppare un dialogo e nel denunciare le derive anti-democratiche, sia dello Stato d’Israele che dell’Autorità Nazionale Palestinese. "La frontiera non è un luogo fisico, è un'idea", dice Warschawski, "può essere ermetica, sigillata o può essere un posto vivo, che respira. Uno dei compiti di tutti quelli che si battono per cambiare le cose, dev'essere quello di far respirare le frontiere, rendendo i confini permeabili alle idee, rimuovendo i blocchi dati dalle contrapposizioni semplicistiche: ebrei contro musulmani, arabi contro israeliani. Bisogna uscire dalla logica colonizzatore – colonizzato e spingere israeliani e palestinesi a parlare tra loro. Per questo motivo ritenevamo e riteniamo tutt'ora fondamentale il lavoro di traduzione in ebraico e di diffusione di testi, idee e proposte dei palestinesi. Così come nel senso opposto la traduzione in arabo del dibattito della società civile israeliana rispetto all'occupazione".  
  
rabbi asherman e i suoi collaboratori mentre ostacolano un'azione dell'esercito israelianoRabbini per la pace. Uno dei luoghi comuni più diffusi sui mezzi d’informazione rispetto al conflitto israelo – palestinese è quello che descrive quest’ultimo come una sorta di guerra di religione. Non è affatto così, e sono tanti gli esempi di come esistano una serie di religiosi che si battono affinché Israele rispetti il diritto internazionale e i diritti dei palestinesi.
E’il caso dei Rabbis for human rights, rabbini che hanno da tempo preso posizione contro l’occupazione dei Territori e che denunciano gli abusi che l’esercito commette nei confronti della popolazione civile palestinese. Il gruppo nasce a metà degli anni Novanta e ruota attorno al rabbino Arik Asherman che, nel 1998, ne è diventato il leader. Asherman, statunitense di nascita, è da sempre impegnato sul fronte del dialogo con il mondo islamico in generale e con quello palestinese in particolare. “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alle gravi violazioni compiute nei Territori dal governo e dall’esercito israeliani”, dice Rabbi Asherman. Non è raro trovare questi rabbini di tutte le età fedeli a quest’idea, con l’immancabile kippah sulla testa, in giro per i Territori Occupati: mentre difendono i contadini che vedono sradicati gli alberi dalle loro terre, mentre raccolgono fondi per acquistare nuove piante e organizzano cerimonie simboliche della semina con israeliani e palestinesi per sostituire gli ulivi che i militari israeliani sradicano, mentre si battono per la rimozione di blocchi stradali e di check-point, o mentre s’impegnano nella ricostruzione di case palestinesi demolite dall'esercito israeliano per motivi di sicurezza.”Alcuni ci dicono che stiamo salvando l’ebraismo”, spiega Asherman, dopo uno degli innumerevoli arresti che ha subito, ”altri ci osteggiano, soprattutto i religiosi, perché siamo una minaccia per quella comoda strumentalizzazione che correla opinioni estremiste e religione. Noi facciamo solo quello che è il dovere di tutti i religiosi di tutte le religioni: lottare per la vita e la giustizia”.
  
check-point israelianoDonne al check point. Al movimento israeliano che si batte per la pace danno un contributo fondamentale le donne. Nell’ambito dell’organizzazione delle Donne in Nero israeliane, spicca il lavoro dell’organizzazione Machsom Watch, nata nel 2001 dall’iniziativa di tre donne: Ronnee Jaeger, un’attivista che aveva già lavorato in Guatemala e Messico, Adi Kuntsman, una femminista in fuga dall’ex Unione Sovietica, e Yehudit Keshet, un’ebrea ortodossa. Machsom, in ebraico, significa ‘blocco stradale’ e il lavoro di queste donne è proprio quello di presenziare fisicamente in tutti i luoghi dove la libertà di movimento dei palestinesi sbatte su check point, muri, torrette di guardia e posti di blocco. In modo da denunciare eventuali abusi commessi dai militari e far capire ai palestinesi che esistono israeliani con la divisa e il fucile e israeliani che si battono per i diritti dei palestinesi. L’elenco non è esaustivo, perché i gruppi, le associazioni e le iniziative di cittadini israeliani che si battono per il rispetto dei diritti dei palestinesi sono tanti. Questi sono solo alcuni esempi di una società civile israeliana che esiste e che cercherà di far sentire la sua voce anche alle prossime elezioni. 

Christian Elia

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