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Una lunga storia. In realtà il voto si spiegava più
come una forma d’insofferenza verso gli attentati suicidi palestinesi che una
forma di apprezzamento per la politica di Sharon. Ma comunque sembrava smarrita
quella parte della società israeliana che era sempre stata favorevole al
dialogo e al rispetto dei diritti dei palestinesi, nell’ambito di un accordo di
pace. Un movimento che in Israele ha radici antiche, che risalgono alla guerra
dei Sei Giorni del 1967, con la conseguente occupazione israeliana della
Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e si rafforza con la Guerra dello Yom
Kippur del 1973 e con l’invasione del Libano del 1982. In quel momento, in
molti israeliani si diffuse la consapevolezza che si era passato un limite:
dalla legittima aspirazione del popolo ebraico alla nascita e alla difesa di
uno Stato d’Israele, si era passati a una fase ‘colonizzatrice’, nella quale
molti cittadini non si rivedevano. Il primo segnale fu la nascita della
formazione di Yesh Gvul ("C'è un limite!") dalla presa di
posizione di un gruppo di ufficiali che si rifiutavano di partecipare a quella
che consideravano una campagna criminale. Il momento cruciale delle proteste
risale a dopo i massacri di Sabra e Chatila, quando 400mila israeliani scesero
in piazza per solidarizzare con i palestinesi. Israele si prepara adesso alle
elezioni del 28 marzo prossimo, ma il movimento pacifista israeliano stenta a
far sentire la sua voce, pur rappresentando una parte importante del Paese.
Refusenik. A differenza di quello che si può credere,
il movimento di opposizione all’occupazione dei Territori palestinesi trova un
forte riscontro tra le file dell’esercito. Nel 1982 c’erano stati i primi casi
di obiezione di coscienza, ma il movimento dei militari che rifiutano la logica
dell’occupazione ha vissuto il suo apice nel settembre 2003, quando 27 piloti
riservisti sono apparsi in televisione per denunciare il loro rifiuto a
prendere parte a operazioni militari dei Territori. “Il nostro esercito si
chiama Israel Defense Force e per noi è sempre stato questo: una forza
di autodifesa per Israele e il suo popolo dagli attacchi esterni di chi non
voleva riconoscere il nostro diritto all’esistenza”, dice Yonathan Shapira, uno
dei militari che si sono rifiutati di prestare servizio militare nei Territori,
“ma a un certo punto ci siamo resi conto che le cose erano cambiate. Non
difendevamo più il nostro diritto alla vita, ma infliggevamo con le nostre
azioni sofferenze ingiustificate alla popolazione civile palestinese. Non
potevamo accettarlo”. Nasce così il fenomeno dei refusenik, militari che
rifiutano di obbedire a ordini che ritengono illegittimi. Nulla a che fare con
il pacifismo militante, qui si parla di militari dei corpi speciali, di
autentici patrioti che non hanno accettato di veder cambiare il senso
dell’esercito israeliano e che per questo hanno anche conosciuto il carcere.
Warschawski. Alle voci ‘contro’non potevano mancare
gli intellettuali. Una delle più influenti è quella di Michel Warschawski,
scrittore e giornalista, condirettore dell’Alternative Information Center che,
come si legge sul sito, “è un'organizzazione israelo-palestinese che diffonde
informazione, ricerca e analisi politica sulla società palestinese e israeliana
e sul conflitto israelo-palestinese”. Il lavoro consiste nello sviluppare un
dialogo e nel denunciare le derive anti-democratiche, sia dello Stato d’Israele
che dell’Autorità Nazionale Palestinese. "La frontiera non è un luogo fisico, è
un'idea", dice Warschawski, "può essere ermetica, sigillata o può
essere un posto vivo, che respira. Uno dei compiti di tutti quelli che si
battono per cambiare le cose, dev'essere quello di far respirare le frontiere,
rendendo i confini permeabili alle idee, rimuovendo i blocchi dati dalle
contrapposizioni semplicistiche: ebrei contro musulmani, arabi contro
israeliani. Bisogna uscire dalla logica colonizzatore – colonizzato e spingere
israeliani e palestinesi a parlare tra loro. Per questo motivo ritenevamo e
riteniamo tutt'ora fondamentale il lavoro di traduzione in ebraico e di
diffusione di testi, idee e proposte dei palestinesi. Così come nel senso
opposto la traduzione in arabo del dibattito della società civile israeliana
rispetto all'occupazione".
Rabbini per la pace. Uno dei luoghi comuni più
diffusi sui mezzi d’informazione rispetto al conflitto israelo – palestinese è
quello che descrive quest’ultimo come una sorta di guerra di religione. Non è
affatto così, e sono tanti gli esempi di come esistano una serie di religiosi
che si battono affinché Israele rispetti il diritto internazionale e i diritti
dei palestinesi.
Donne al check point. Al
movimento israeliano che si batte per la pace danno un contributo fondamentale
le donne. Nell’ambito dell’organizzazione delle Donne in Nero israeliane,
spicca il lavoro dell’organizzazione Machsom Watch, nata nel 2001
dall’iniziativa di tre donne: Ronnee Jaeger, un’attivista che aveva già
lavorato in Guatemala e Messico, Adi Kuntsman, una femminista in fuga dall’ex
Unione Sovietica, e Yehudit Keshet, un’ebrea ortodossa. Machsom, in ebraico,
significa ‘blocco stradale’ e il lavoro di queste donne è proprio quello di
presenziare fisicamente in tutti i luoghi dove la libertà di movimento dei
palestinesi sbatte su check point, muri, torrette di guardia e posti di blocco.
In modo da denunciare eventuali abusi commessi dai militari e far capire ai
palestinesi che esistono israeliani con la divisa e il fucile e israeliani che
si battono per i diritti dei palestinesi. L’elenco non è esaustivo, perché i
gruppi, le associazioni e le iniziative di cittadini israeliani che si battono
per il rispetto dei diritti dei palestinesi sono tanti. Questi sono solo alcuni
esempi di una società civile israeliana che esiste e che cercherà di far
sentire la sua voce anche alle prossime elezioni. Christian Elia