Un ennesimo muro di separazione tra due popoli è stato fermato dalla ragionevolezza

“I nostri due grandi Paesi hanno trovato un accordo amichevole. Dopo i colloqui
di Riad, la costruzione del muro di separazione tra l’Arabia Saudita e lo Yemen
sarà sospesa, ma non terminerà la collaborazione con i fratelli sauditi per combattere
il terrorismo.”
Abubaker al-Qirbi, ministro degli Esteri dello Yemen, ha commentato con queste
rassicuranti parole l’accordo tra i governi di Riad e di Sana’a rispetto alla
barriera di sicurezza che l’Arabia Saudita stava costruendo, da un anno a questa
parte, al confine con lo Yemen.
L’annuncio è stato dato dopo due giorni di colloqui, cominciati il 16 febbraio
scorso, a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, tra Ali Abdullah Saleh, presidente
dello Yemen, e Abdullah bin Abd al-Aziz al Saud, principe saudita erede designato
al trono di re Fahd.
“I controlli di polizia al confine tra i due Paesi saranno rafforzati e gestiti
in concerto tra gli apparati di sicurezza dei due governi”, ha commentato al-Qirbi,
“il traffico di droga, armi e clandestini attraverso la frontiera con l’Arabia
Saudita sarà combattuto con ogni mezzo.”
Sembra così definitivamente scongiurato l’ennesimo muro tra due Paesi che hanno
invece scelto la via del dialogo, disinnescando le tensioni che si erano venute
a creare dall’inizio del 2004.
Il 2 febbraio scorso, l’ambasciata dello Yemen a Riad, aveva inoltrato una protesta
ufficiale al governo saudita, denunciando la costruzione della barriera di separazione
tra i due stati in quanto la stessa violava un trattato internazionale tra i due
Paesi che, stipulato nel 2000, aveva posto fine a una disputa di confine che durava
da decenni.
L’accordo sanciva una zona smilitarizzata di 20 km circa al confine tra Arabia
Saudita e Yemen, lasciando libero accesso nella zona solo alle mandrie al pascolo.
Per lo Yemen, la barriera voluta da Riad entrava nella “no man’s land” nei pressi
di Sada, nello Yemen settentrionale.
Il 9 febbraio, il governo saudita ammette che sono in corso dei lavori per erigere
una barriera al confine con lo Yemen, ma dichiara assolutamente infondato ogni
paragone con il muro israeliano nei Territori Occupati in Palestina.
Il clima era stato surriscaldato dalle accuse lanciate da alcuni giornali yemeniti
che presentavano il progetto come una violazione degli accordi internazionali,
ma soprattutto dalle dichiarazioni minacciose di uno dei capi della Waylah, una
delle tribù nomadi che abitano il confine tra i due Paesi, che intimava all’Arabia
Saudita di sospendere immediatamente i lavori della barriera, altrimenti 3000
guerrieri pronti a tutto avrebbero attaccato le postazioni saudite al confine.
Secondo il portavoce dei nomadi, che sono i primi sospettati dei traffici di
droga e armi con l’Arabia Saudita, il governo di Riad, nella zona di confine tra
i villaggi di Jabal Habash e Jabal al-Fara, aveva sconfinato rispetto al trattato
del 2000.
La campagna stampa e le dichiarazioni dei nomadi avevano infiammato gli animi
dell’opinione pubblica yemenita, provocando molte manifestazioni anti-saudite,
soprattutto nella capitale Sana’a.
Per fortuna le cancellerie dei due Paesi, con la mediazione dell’Egitto, hanno
scelto la via del dialogo e della ragionevolezza. “La vicenda è stata troppo
amplificata”, ha commentato il principe Ahmed, ministro saudita degli Interni,
“la costruzione del filtro alla frontiera, visto che è assurdo parlare di muro,
assolutamente identico a quelli già esistenti con Qatar, Kuwait e Iraq, è cominciata
un anno fa, per difendere il territorio saudita dai traffici illegali e dalle
infiltrazioni di terroristi.”
Il ministro saudita minimizza, ma la tensione tra i due Paesi era notevole, vista
anche la diffusione sulla stampa francese della notizia di un appalto in Arabia
Saudita vinto dall’azienda parigina Thales, per 8,7 miliardi di dollari. La gara
si riferiva alla fornitura di un sistema di controllo elettronico della barriera,
costruita con tubi di cemento riempiti di calcestruzzo uniti per formare una palizzata
invalicabile per i mezzi dei contrabbandieri, simile in tutto e per tutto a quello
degli israeliani in Palestina.
L’Arabia Saudita, in realtà, ha rinunciato al suo progetto solamente per le pressioni
subite dai partner occidentali e dai Paesi arabi. In realtà, la monarchia dei
Saud, vive un assedio sempre più stringente da parte dell’integralismo islamico
nel Paese, che ha vissuto il suo momento più terribile con l’attentato del 12
maggio 2003 nella capitale Riad, quando alcuni camion carichi di esplosivo colpiscono
tre lussuosi complessi residenziali abitati in maggioranza da cittadini stranieri.
Più di cinquanta i morti, molti dei quali colti nel sonno.
Da quel momento la repressione poliziesca nel Paese si è fatta violenta, con
centinaia di arresti e sequestri di enormi quantitativi di armi e di esplosivi.
L’intelligence di Riad è convinta che il materiale passi dal poroso confine tra
Arabia Saudita e Yemen, una terra di nessuno dove spadroneggiano le tribù di nomadi
del deserto dedite a traffici di ogni genere.
Per ostacolare questi contrabbandieri si era deciso di erigere una barriera al
confine, lungo 1300 km, fatta a tratti di sabbia e a tratti di palizzate di cemento,
di cui sono stati completati circa 75 km, che per Sana’a però, sconfinano nella
zona smilitarizzata istituita dal trattato del 2000.
Ha prevalso la ragionevolezza e i comuni interessi. Da anni, infatti, lo Yemen
si avvale della consulenza di esperti statunitensi dell’anti-terrorismo, avendo
il presidente Saleh, gli stessi problemi di Riad nella gestione degli integralisti
islamici.
I due Paesi collaboreranno istituendo un’equipe di esperti sauditi e yemeniti,
che coordineranno le operazioni congiunte di controllo alle frontiere. Un nuovo
muro tra due Paesi, con tutto quello che succede nel mondo, era l’ultima cosa
di cui si sentiva il bisogno.
Christian Elia