Israele solleva l’embargo imposto da 2 mesi sulla Striscia di Gaza, ma solo per mezzora
A partire dalle elezioni palestinesi di gennaio Israele ha
deliberatamente usato il suo controllo sulle vie di comunicazione dei Territori
Occupati e, in particolare, dei valichi che collegano la Striscia di Gaza al
mondo esterno, per mettere pressione sull’Autorità Palestinese.
Confini chiusi. Per oltre due mesi il valico di
Karni, “la spina dorsale dell’economia della Striscia” secondo il responsabile
dei valichi palestinese, è stato tenuto chiuso da Israele per timore di
attacchi terroristici. Questo ha reso ancor più grave del solito la situazione
dell’economia locale, che è stata portata all’asfissia dall’impossibilità di
ricevere dall’esterno le scorte necessarie alla sopravvivenza e di esportare i
prodotti locali.
In questi due mesi i generi di prima necessità sono entrati
solo a singhiozzo, mentre l’importazione di tutti gli altri prodotti è stata
bloccata. Sabato scorso la situazione è giunta al limite, con i panificatori
della Striscia che dichiaravano di dover fermare la produzione per mancanza di
farina e il panico della gente che si affrettava a fare scorte di cibo. Israele
premeva perché la sola via di accesso fosse il valico di Kerem Shalom (che sta
nel punto in cui si incontrano Israele, la Striscia e l’Egitto) ma i
palestinesi lamentavano l’insufficienza della sua capacità rispetto alle
esigenze del territorio. Gli appelli dell’Autorità Palestinese, insieme alle
pressioni degli Stati Uniti, del Quartetto e di diverse organizzazioni per i
diritti umani, hanno fatto sì che domenica le parti si incontrassero in
presenza dell’ambasciatore Usa Richard Jones, per concordare una pausa nella
serrata.
Mezz'ora. Il risultato dell’incontro è stata una
concessione minima, cioè l’apertura di Karni ( che collega la Striscia col
territorio israeliano ) per un giorno intero, per consentire l’accesso alla
striscia di un centinaio di tir da giorni in attesa di consegnare gli alimenti.
Ma Israele, non è un segreto, punta a mantenere il regime di chiusure fino alle
elezioni di settimana prossima. Martedì mattina il terminal di Karni è stato
dunque aperto, ma il transito dei mezzi pesanti è durato solo mezz'ora, giusto
il tempo di far transitare alcune tonnellate di farina, patatine fritte e un
carico di diet coke. Dopodiché i vertici dell’esercito israeliano hanno
ordinato nuovamente la chiusura, sospettando un attacco imminente contro il
valico. La minaccia era probabilmente infondata, ma la polizia Israeliana è in
stato di massima allerta da settimana scorsa, per il timore di ritorsioni dopo
l’attacco alla prigione di Gerico e la cattura di Saadat. Pochi minuti dopo la
chiusura del transito di Karni l’esercito israeliano ha annunciato di aver
fermato, sulla strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, un gruppo di palestinesi con
una bomba in procinto di compiere un attentato.

L’embargo economico. Recentemente, un rapporto
delle Nazioni Unite ha accusato la politica del soffocamento, adottata da
Israele a partire dalle elezioni di metà gennaio, di aver provocato un danno
grave umanitario ai palestinesi. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il
Coordinamento degli Affari Umanitari, Ocha, sostiene che le chiusure dei
valichi, insieme alla scelta di Israele di trattenere le tasse sull’export dei
Territori Occupati, hanno portato l’Autorità Palestinese sull’orlo del
collasso, limitando la sua capacità di fornire i servizi essenziali alla
popolazione. Tra i settori che hanno risentito del taglio forzato dei fondi ci
sono le scuole, le strutture sanitarie, le forniture di acqua e corrente
elettrica, la raccolta dei rifiuti e soprattutto la polizia, i cui 73 mila
salari non pagati hanno certamente contribuito all’esasperazione della violenza
e all’aumento di criminalità e rapimenti delle ultime settimane. Dov Weisglass,
consigliere del premier israeliano Olmert, ha recentemente scherzato sulle
sanzioni israeliane verso l’Ap sostenendo che “è come un appuntamento col
dietologo: i palestinesi dimagriranno parecchio, ma non moriranno”, una battuta
fuori luogo se si considera che il 40 percento dei bambini della Striscia oggi
soffre di malnutrizione. Nell’agosto 2005 il 65 percento dei palestinesi di
Gaza viveva sotto la soglia della povertà con meno di 2 dollari al giorno,
mentre oggi, otto mesi dopo il disimpegno israeliano, sotto quella soglia si
trova oltre il 70 percento della popolazione (Statistiche dalla Banca Mondiale
).