29/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Si chiama Noma e divora il volto dei bambini. Nel silenzio.
Può essere considerata un simbolo delle malattie dimenticate. Fra le tante che assai di rado conquistano l’attenzione dei media, la Noma, o stomatite cancrenosa, o cancro orale, è forse la più dimenticata. Ma Noma è anche il simbolo della povertà, della tragedia fra le tragedie: colpisce i più poveri fra i poveri, e i più piccoli, soprattutto sotto i sei anni, uccidendoli in 7-8 casi su dieci e sfigurando i sopravvissuti per tutta la vita.

Una mamma africana. Foto di Maria Serena Lunghi.Cicatrici indelebili. “Quando abbiamo sentito il suo nome per la prima volta, non sapevamo cosa fosse. Quando abbiamo sentito la sua descrizione, non potevamo crederci. E da quando abbiamo visto la devastazione causata dalla malattia con i nostri stessi occhi, non siamo più stati gli stessi”. Sono le parole con cui la descrive Bertrand Piccard, presidente della Winds of Hope Foundation, che si occupa di prevenzione e trattamento della malattia. Già il nome scelto per indicare questa condizione patologica fornisce un’idea della devastazione del volto che lascia dietro di sé nei pochi casi in cui non porta a morte. Noma viene infatti dal greco nomein, divorare. Quello che la malattia divora è il volto dei malati: partendo da una lesione alle gengive, coinvolge poi le labbra o la guancia, distruggendo a poco a poco le mucose e poi anche le ossa, parti della mascella e della mandibola. Si vengono così a formare cavità che affiorano all’esterno e sfigurano per sempre il viso e la vita di bambini nati nella povertà estrema. I pochi che sopravvivono, non potranno più mangiare o parlare in modo normale: le cicatrici residue infatti deturpano il volto e impediscono una normale funzione respiratoria e masticatoria. Ma rimane segnata per sempre anche la vita sociale dei piccoli, confinati, al pari dei lebbrosi, ai margini di una società che non vuole vedere e in cui talora vi sono credenze per le quali la malattia è collegabile agli spiriti, e si sospetta persino che le famiglie con casi di Noma attirino il malocchio.

Donne in cammino. Foto di Maria Serena Lunghi.Malattia della povertà estrema. I dati precisi sulla diffusione non sono noti, perché si manifesta soprattutto in zone dove non vi sono registrazioni accurate delle condizioni sanitarie. Le stime dell’Organizzazione Mondiale della sanità del 1998 parlano di 140mila casi l’anno nel mondo (soprattutto in Africa ma anche in Asia e America latina) e valutazioni più recenti riportano 25mila nuovi casi ogni anno nei Paesi lungo il confine con il Sahara. “Ma queste stime riflettono la punta dell’iceberg” ammonisce sulle pagine della rivista medica New England Journal of Medicine Cyril Enwonwu, raccontando la sua esperienza con i bambini dei villaggi a nord ovest della Nigeria, “dato che si pensa che non più del 10 per cento delle persone malate siano viste da un medico”. Fino all’inizio del ventesimo secolo la malattia era diffusa anche in Europa e nel Nord America, per poi sparire con il miglioramento delle condizioni igieniche e dell’alimentazione. Unica eccezione la ricomparsa di casi durante la seconda guerra modiale, nei campi di concentramento di Auschwits e Bergen-Belsen e, in tempi recenti, con la diffusione di terapie immunosoppressive e dell’Aids, condizioni cioè di marcata riduzione delle difese immunitarie dell’organismo.

Verdure al mercato in Africa. Foto di Maria Serena Lunghi. Puntare sulla prevenzione. Non è certa la causa di questa stomatite ulcerosa, o ulcera della povertà estrema, come definito sul New England Journal of Medicine. Probabilmente è il risultato di una combinazione di fattori, riuniti nella parola povertà: malnutrizione (con carenze di vitamine, proteine e ferro), scarsa igiene orale, lesioni sulle gengive e sistema immunitario compromesso. Infatti compare spesso dopo una precedente infezione, morbillo ma anche malaria, varicella, scarlattina, che lascia indebolito l’organismo di un bambino, già di base malnutrito e con scarse difese. In alcuni casi (ma non in tutti, e non si sa perché), queste condizioni, associate verosimilmente a più tipi di germi introdotti con acqua e cibo contaminati, portano, in poche decine di giorni, all’evoluzione in Noma della lesione iniziale alle gengive. Eppure la prevenzione è possibile, con educazione sanitaria delle famiglie, nutrizione equilibrata dei bimbi, corretta pulizia orale e qualche accorgimento igienico. Ed è ancora possibile intervenire con successo nelle primissime fasi di malattia, con disinfettanti orali e antibiotici. Assai più difficile, e costoso, intervenire negli stadi avanzati, con interventi di chirurgia complessi e ripetuti. La strada principe da seguire resta dunque la prevenzione, perché la Noma non tolga il sorriso ai bimbi in Africa, Asia e America latina, come ormai da tempo non fa più nei Paesi ricchi.

 

Valeria Confalonieri

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