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I problemi. A 21 anni, Miller non è più un marine. E’ ritornato a casa, nel Kentucky orientale, e l’esercito gli ha concesso il
congedo illimitato. Soffre di insonnia, e se riesce a dormire le sue dita si muovono
nel sonno, come se dovessero premere un grilletto. E’ vittima di scatti di rabbia
che non riesce a controllare. Ha frequenti allucinazioni: giura che una volta
vide il cadavere di un iracheno fuori dalla finestra di casa sua. Se sente un
rumore simile a uno sparo il suo sguardo corre subito in quella direzione. I fuochi
d’artificio lo mandano fuori di testa. Quando era ancora in servizio, la scorsa
estate, mise le mani addosso a un suo commilitone, che aveva imitato per scherzo
il sibilo di una granata. Lo prese di forza, lo buttò a terra, gli saltò sopra.
Ma lui non si ricorda niente. “Fu la goccia che fece traboccare il vaso”, dice.
Dal Kentucky all’Iraq. La storia di Miller è quella tipica di molti soldati statunitensi. Un bianco
proveniente da una regione rurale povera, dove il lavoro che paga meglio è quello
del minatore. Suo padre, un accanito fumatore, morì di cancrò ai polmoni a soli
40 anni. Il suo papà “adottivo”, il secondo marito della nonna, era un veterano
del Vietnam. Beveva, e spesso piangeva ricordando brutti episodi della guerra.
Da parte sua, Miller cominciò a fumare a 12 anni e a lavorare a 13, in un lavaggio
auto. Di lavoretto in lavoretto, arrivò ai 18 anni con pochi soldi in tasca e
vaghe idee sul futuro. L’offerta di entrare nell’esercito era allettante. Gli
promisero l’assicurazione sanitaria pagata, una casa, i soldi per il college.
E bastavano quattro anni di arruolamento. Lui accettò: era il novembre del 2002.
Quattro mesi dopo iniziò la guerra in Iraq. “Prima che me ne rendessi conto, mi
avevano già mandato là”, ricorda. Per lo stress, cominciò a fumare sempre di più:
passò da due pacchetti a cinque pacchetti e mezzo al giorno. All’inizio le cose
non andavano neanche troppo male. Poi, però, a novembre il suo battaglione partecipò
all’assedio di Falluja. Era battaglia vera, in prima linea, e Miller ci si trovava
in mezzo per la prima volta.
La battaglia. Lui stava sul tetto di un edificio, sotto il fuoco nemico. Dava istruzioni ai
carri armati via radio. A un certo punto sentì i passi di qualcuno che saliva
sul tetto e si girò per sparare: era un fotografo del Los Angeles Times, e Miller
si fermò giusto in tempo. Poco dopo, due carri armati spararono contro l’edificio
di fronte. Il boato tramortì Miller e gli perforò un orecchio, da cui ora non
sente più. Contento di averla scampata, si prese una pausa e si fumò una sigaretta.
Lui non se ne era accorto, ma il fotografo embedded stava continuando a scattare. Il giorno dopo, il suo sergente lo fermò: “Che
tu ci creda o no, sei diventato il più famoso marine del Corpo. La tua faccia ha fatto il giro degli Usa!”. I Marines, non volendo perdere il loro soldato-simbolo, pensarono per un momento di allontanarlo
da Falluja. Ma alla fine lui restò. Uccise. Vide i suoi amici morire, e cadaveri
su cadaveri. “Come può la gente essere cristiana, andare in chiesa, e poi uccidere
altre persone in Iraq?”, chiese a sua madre durante una telefonata.
Una vita rovinata. Ora una copia gigante della fotografia che l’ha reso famoso troneggia nell’ufficio
di reclutamento della sua città. Ma lui non è più quello di prima: i suoi familiari
ricordano un ragazzo sempre allegro e chiacchierone. Ora è lunatico, parla poco,
perde la pazienza per un nonnulla. Miller ora sa come si sentono molti veterani,
e come si sentiva anche il suo papà adottivo. “Passano fino a 30-40 anni prima
che guariscano”, dice. “Non ne parlano con gli altri, diventano aggressivi, cambiano
spesso di umore”. Proprio come si è ridotto lui, il Marlboro Man con il Ptsd. Alessandro Ursic