scritto per noi da
Francesca Micheletti
“Il processo di identificazione delle vittime in Kosovo
procede troppo lentamente”. L’allarme è stato lanciato dal Comitato della
Croce
Rossa Internazionale, dopo l’ultima assemblea a Pristina del gruppo di lavoro
sulle persone scomparse.

Istituito due anni fa, il gruppo sta giocando un ruolo
importante nei negoziati di Vienna sul futuro status del Kosovo: il suo compito
è infatti quello di ricostruire nel maggiore dettaglio possibile i fatti
accaduti nella tormentata provincia serba fra il gennaio 1998 e il dicembre
2000. Per farlo, si avvale soprattutto di colloqui con la popolazione locale e
dello strumento che ha messo la scienza al servizio della verità e della
riconciliazione: la comparazione del Dna. Dopo due anni di lavoro, tuttavia,
rimane ancora molto da fare. Sui tremila casi iniziali, è sceso a 2398 persone
l’elenco di coloro che non hanno ancora trovato un nome e una collocazione nel
doloroso passato della pulizia etnica. Solo di 206 persone è dunque stato
chiarito il destino. Sul perché le operazioni procedano a rilento prova a dare
spiegazioni Kern Bertrand, responsabile operativo per il Kosovo: “Oltre alle
difficoltà di coordinamento interne, anche la popolazione non è sempre
disponibile a collaborare: hanno paura che se collaborano, indicando ad esempio
un sito dove ci sono tombe sospette, automaticamente verranno ritenuti
implicati nelle vicende. Temono insomma di esser arrestati anche senza motivo.
Oltre a difficoltà che dagli uffici di Ginevra della Croce Rossa definiscono
culturali, permane una certa diffidenza nei confronti del metodo del
Dna
matching, che ricompone le famiglie di dispersi . Francois Stamm, a capo
delle operazioni della Icrc nell’Europa Sud orientale, commenta: “I ritardi
nell’ottenere risultati tangibili creano il rischio che il gruppo di lavoro
perda legittimità agli occhi della popolazione e delle famiglie degli
scomparsi”.

A ciò si aggiunge la stagione invernale, che rende il
terreno impraticabile per gli escavatori e dunque praticamente impossibili le
esumazioni dei cadaveri. Contrariamente a quanto si riscontra in Bosnia, in
Kosovo è più rara la presenza di fosse comuni: “Si trovano siti dove ci sono
gruppi isolati di poche tombe - in genere da una a 5 - anche in mezzo alla
vegetazione, e occorre capire di chi sono, come rintracciarle”, spiega
Bertrand.
Il lavoro della Croce Rossa si svolge sotto l’egida del
rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Kosovo, Soren Jessen Petersen,
che sfrutta la neutralità riconosciuta dell’organismo di Ginevra. “Dobbiamo
interloquire continuamente con entrambe le parti, Pristina e Belgrado”, spiega
ancora Bertrand, che spesso ricopre un ruolo “navetta” fra la capitale serba e
il capoluogo kosovaro. Un elemento che rende ancora più laborioso il processo
di ricostruzione e identificazione. Ma anche se il lavoro sembra infinito, in
nome della verità
va portato avanti. Per questo la Croce Rossa, con questa autocritica, sembra
volersi dare una scossa: forse anni di lavoro faticoso e con risultati non
sempre esaltanti ha generato demotivazione. Ma oggi più che mai è essenziale
capire che cosa è successo, prima di porre le basi per uno status che, se non
sarà l’indipendenza, sarà sicuramente qualcosa di nuovo e svincolato dal
protettorato internazionale del presente.