22/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



A rilento le identificazioni delle vittime del 1999 in Kosovo
scritto per noi da
Francesca Micheletti
 
 
“Il processo di identificazione delle vittime in Kosovo procede troppo lentamente”. L’allarme è stato lanciato dal Comitato della Croce Rossa Internazionale, dopo l’ultima assemblea a Pristina del gruppo di lavoro sulle persone scomparse.
 
una delle fosse comuni rinvenute in kosovoIstituito due anni fa, il gruppo sta giocando un ruolo importante nei negoziati di Vienna sul futuro status del Kosovo: il suo compito è infatti quello di ricostruire nel maggiore dettaglio possibile i fatti accaduti nella tormentata provincia serba fra il gennaio 1998 e il dicembre 2000. Per farlo, si avvale soprattutto di colloqui con la popolazione locale e dello strumento che ha messo la scienza al servizio della verità e della riconciliazione: la comparazione del Dna. Dopo due anni di lavoro, tuttavia, rimane ancora molto da fare. Sui tremila casi iniziali, è sceso a 2398 persone l’elenco di coloro che non hanno ancora trovato un nome e una collocazione nel doloroso passato della pulizia etnica. Solo di 206 persone è dunque stato chiarito il destino. Sul perché le operazioni procedano a rilento prova a dare spiegazioni Kern Bertrand, responsabile operativo per il Kosovo: “Oltre alle difficoltà di coordinamento interne, anche la popolazione non è sempre disponibile a collaborare: hanno paura che se collaborano, indicando ad esempio un sito dove ci sono tombe sospette, automaticamente verranno ritenuti implicati nelle vicende. Temono insomma di esser arrestati anche senza motivo. Oltre a difficoltà che dagli uffici di Ginevra della Croce Rossa definiscono culturali, permane una certa diffidenza nei confronti del metodo del Dna matching, che ricompone le famiglie di dispersi . Francois Stamm, a capo delle operazioni della Icrc nell’Europa Sud orientale, commenta: “I ritardi nell’ottenere risultati tangibili creano il rischio che il gruppo di lavoro perda legittimità agli occhi della popolazione e delle famiglie degli scomparsi”.
 
un ricercatore analizza il dna in laboratorioA ciò si aggiunge la stagione invernale, che rende il terreno impraticabile per gli escavatori e dunque praticamente impossibili le esumazioni dei cadaveri. Contrariamente a quanto si riscontra in Bosnia, in Kosovo è più rara la presenza di fosse comuni: “Si trovano siti dove ci sono gruppi isolati di poche tombe - in genere da una a 5 - anche in mezzo alla vegetazione, e occorre capire di chi sono, come rintracciarle”, spiega Bertrand.
Il lavoro della Croce Rossa si svolge sotto l’egida del rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Kosovo, Soren Jessen Petersen, che sfrutta la neutralità riconosciuta dell’organismo di Ginevra. “Dobbiamo interloquire continuamente con entrambe le parti, Pristina e Belgrado”, spiega ancora Bertrand, che spesso ricopre un ruolo “navetta” fra la capitale serba e il capoluogo kosovaro. Un elemento che rende ancora più laborioso il processo di ricostruzione e identificazione. Ma anche se il lavoro sembra infinito, in nome della verità va portato avanti. Per questo la Croce Rossa, con questa autocritica, sembra volersi dare una scossa: forse anni di lavoro faticoso e con risultati non sempre esaltanti ha generato demotivazione. Ma oggi più che mai è essenziale capire che cosa è successo, prima di porre le basi per uno status che, se non sarà l’indipendenza, sarà sicuramente qualcosa di nuovo e svincolato dal protettorato internazionale del presente.
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Serbia