10/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



La "barriera di sicurezza" ha un costo: anche in vite umane
Gli israeliani lo chiamano “barriera di sicurezza”.
I palestinesi lo chiamano “muro della vergogna”. Il risultato è lo stesso: una barriera alta otto metri di cemento armato, rete elettrificata, trincee, filo spinato e sensori che rilevano i movimenti dei corpi umani. Intervallato da torrette di guardia.
 
La decisione di costruirlo è stata votata dal Consiglio dei ministri israeliani nel maggio del 2001, in base a una proposta dell’ex premier laburista d’Israele, Ehud Barak. Il muro è uno dei pochi argomenti su cui la destra e la sinistra israeliana sembrano essere d’accordo. Divergono solo le modalità della costruzione: per il Likud di Sharon bisogna comprendere nella zona della barriera anche gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, con penetrazioni fino a 20 km nel territorio che le Nazioni Unite riconoscono come futuro stato palestinese. I laburisti vorrebbero attenersi al tracciato dei confini stabiliti dalla pace del 1967, la cosiddetta Linea Verde. Per entrambi gli schieramenti politici israeliani è fondamentale per fermare gli attacchi terroristici.
 
Hanno cominciato a costruirlo da Jenin il 14 giugno del 2002 e, ad oggi, ne sono stati completati circa 150 chilometri. Il progetto finale prevede un percorso totale di 350 chilometri, esattamente quanto la Linea Verde e dovrebbe essere terminato per il 2005, ma su questo non ci sono dati certi. Non esiste un piano regolatore del muro o un progetto ufficiale del governo israeliano: le uniche informazioni disponibili sono le notifiche di esproprio che i palestinesi si vedono recapitare dall’esercito israeliano.
 
Questa barriera rischia di imprigionare, tra la Linea Verde e quella del muro, 275mila palestinesi che abitano 122 tra villaggi e centri urbani. Di questi palestinesi, 70mila circa, non godono del diritto di residenza in Israele e questo significa niente scuola, niente servizi sociali e niente libertà di movimento. Inoltre 31 pozzi d’acqua, in un paese che muore di sete, sono stati confiscati e più di 102mila olivi sono stati sradicati. Oltre al muro, infatti, restano tutte le cosiddette by-pass roads, strade riservate agli israeliani per motivi di sicurezza. Un altro pezzo della Cisgiordania finirebbe di fatto annesso ad Israele, rendendo il futuro Stato palestinese una specie di macchia di leopardo senza nessuna continuità territoriale.
 
Un movimento che si oppone alla costruzione di questa barriera è nato immediatamente e, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, è composto non solo da palestinesi, ma anche da israeliani, entrambi contrari a farsi rinchiudere in una “prigione a cielo aperto”. Le associazioni che si oppongono al muro, circa 21, si sono unite in un network chiamato Pengon. Hanno lanciato una campagna internazionale, chiamata Stop the wall, che ha organizzato una grande manifestazione contro la barriera il 9 novembre 2003. La data non è stata scelta a caso: il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino.
 
Quando si parla di questo muro ricorre spesso il paragone con quello che divise Berlino dal 1961 al 1989, che più di una città divideva il mondo in due blocchi contrapposti. In realtà, oltre che diversi fisicamente (il muro israeliano risulterà tre volte più alto e due volte più largo di quello tedesco), le due costruzioni partono da un presupposto diametralmente opposto: quello di Berlino si basava su un trattato internazionale, quello d’Israele viene costruito contro qualunque norma di diritto internazionale.
 
"La costruzione del muro fra Israele e Cisgiordania viola la legge internazionale e potrebbe danneggiare le prospettive di pace a lungo termine". Queste le parole pronunciate da Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, il 28 novembre 2003 all’assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il 9 dicembre 2003, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso che la questione del muro venga trasferita alla competenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, massimo organo giuridico dell’Onu per risolvere le controversie tra Stati. La risoluzione, che non ha potere coercitivo, è passata con 90 voti favorevoli, sette contrari (tra cui quello di Israele e degli Stati Uniti) e 74 astensioni (compresi i Paesi dell' Unione Europea, guidata dalla presidenza di turno dell'Italia). Segue di pochi mesi un'altra risoluzione di condanna dell’assemblea dell’Onu, quella del 22 ottobre 2003, votata da 144 stati e bocciata da 4 (Israele, Usa, Isole Marshall e Micronesia), 12 le astensioni.
 
La costruzione va avanti comunque e costa un milione di dollari al chilometro. Israele attraversa una delle crisi economiche più gravi della sua storia, è costretta a dolorosi tagli allo stato sociale, ma il governo di Sharon è assolutamente convinto della necessità di questa barriera per fermare gli attentatori suicidi che, nel corso della seconta Intifada, hanno causato la morte di 854 israeliani. La casistica degli attentati sembra però dargli torto: Hanadi Jaradat, la ventinovenne che si è fatta esplodere nel ristorante Maxim di Haifa il 4 ottobre 2003, uccidendo 19 persone e ferendone 50, veniva da Jenin. Aveva attraversato il muro.

Christian Elia 

Categoria: Muri
Luogo: Israele - Palestina