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Scarcerazione controversa. “Giovedì 16 marzo, il
giorno prima della scarcerazione di Ganji per fine pena”, racconta Karimi, “il
vice procuratore delle carceri iraniane Mohammad Salarkia ha dichiarato che il
detenuto, avendo usufruito di una serie di licenze (una sorta di permessi
premio) in occasione delle festività religiose, doveva ancora scontare 12
giorni di carcere. A quel punto tutti i sostenitori di Ganji e sua moglie erano
disperati, perché davano per scontato che il giorno dopo non sarebbe stato
liberato. Invece non è stato così e la mattina dopo, alle 10 e mezza, Ganji è
stato scaricato da un’auto davanti alla sua casa. Ma in nessun modo è stato
specificato che lui sia stato scarcerato per termine della pena. E’ questo
l’aspetto importante di questa vicenda che i mezzi d’informazione non hanno
sottolineato abbastanza: Ganji non è libero! Questa è solo un’altra forma di
detenzione”. L’opinione in merito di Karimi è chiara e la spiega con
determinazione. “Un uomo è libero quando esce dal carcere con il suo certificato
di scarcerazione, che attesta come abbia scontato la sua pena, quando rientra
in
possesso del passaporto e quando è libero di viaggiare e di tornare a vivere la
sua vita. Quella di Ganji non è libertà. Il regime ha messo un cappio
attorno al suo collo e può stringerlo quando vuole. Vivrà sotto
osservazione: controlleranno quello che dirà e come si comporterà, se
commetterà un errore tornerà in carcere. Così hanno ottenuto due risultati: da
una parte hanno fatto bella figura con la comunità internazionale, dall’altra
non perdono il controllo della situazione, limitando la libertà di azione di
Ganji, che potrà essere arrestato quando vogliono. Secondo me, alla fine, quando
uno è fuori dal carcere è anche più facile eliminarlo e, conoscendo il regime,
non mi stupirebbe affatto”.
Un abbaglio. Non c’è molto da esultare quindi, nonostante Ganji
sia tornato a casa. E secondo gli esuli iraniani non è una novità. “Sono
migliaia i giornalisti che vengono imbavagliati con lo stesso metodo”, racconta
Karimi, “vengono condannati a 5 anni di libertà condizionata in base ad accuse
pretestuose e, nel momento in cui dovessero permettersi di scrivere qualcosa
contro il regime, vengono arrestati e questa volta condannati a pene molto
lunghe. Tutto così è sotto controllo”. Karimi e la comunità iraniana
all’estero, composta in massima parte da persone che hanno abbandonato il Paese
dopo la Rivoluzione khomeinista, ha sempre sostenuto la causa di Ganji, pur
avendo una storia completamente differente dalla sua. “Ganji era un uomo di
regime”, commenta Karimi, “ha partecipato a tutte le fasi della rivoluzione ed
è stato tra i fondatori dei Pasdaran e dell’intelligence del ministero degli
Interni. Era uno di loro insomma, solo che a un certo punto si è reso conto di
come
quello che accadeva non fosse tollerabile. Si è ribellato e ha denunciato i
crimini e gli omicidi commessi in carcere. Ha pagato a duro prezzo il suo
coraggio e noi lo stimiamo. Le sue condizioni di salute non sono buone e sono
preoccupato. Anche per la sua vita: basti pensare che il regime degli ayatollah
non ha esitato a uccidere perfino il figlio di Khomeini perché parlava
troppo!”. Christian Elia