22/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Secondo l'opposizione iraniana, Ganji non è stato liberato
“Anche secondo lei hanno liberato Ganji?”, risponde con veemenza al telefono Karimi Davud, uno dei portavoce dei dissidenti iraniani in Italia. “Beh, non è affatto così!”.
Tutte le agenzie, venerdì 17 marzo, hanno annunciato la scarcerazione di Akbar Ganji, giornalista in prigione dal gennaio del 2001, per aver scritto nel 1998 che alti funzionari della magistratura iraniana erano coinvolti in prima persona nell’ondata di omicidi di intellettuali e dissidenti che aveva scosso l’Iran in quegli anni.
 
un momento del processo di akbar ganjiScarcerazione controversa. “Giovedì 16 marzo, il giorno prima della scarcerazione di Ganji per fine pena”, racconta Karimi, “il vice procuratore delle carceri iraniane Mohammad Salarkia ha dichiarato che il detenuto, avendo usufruito di una serie di licenze (una sorta di permessi premio) in occasione delle festività religiose, doveva ancora scontare 12 giorni di carcere. A quel punto tutti i sostenitori di Ganji e sua moglie erano disperati, perché davano per scontato che il giorno dopo non sarebbe stato liberato. Invece non è stato così e la mattina dopo, alle 10 e mezza, Ganji è stato scaricato da un’auto davanti alla sua casa. Ma in nessun modo è stato specificato che lui sia stato scarcerato per termine della pena. E’ questo l’aspetto importante di questa vicenda che i mezzi d’informazione non hanno sottolineato abbastanza: Ganji non è libero! Questa è solo un’altra forma di detenzione”. L’opinione in merito di Karimi è chiara e la spiega con determinazione. “Un uomo è libero quando esce dal carcere con il suo certificato di scarcerazione, che attesta come abbia scontato la sua pena, quando rientra in possesso del passaporto e quando è libero di viaggiare e di tornare a vivere la sua vita. Quella di Ganji non è libertà. Il regime ha messo un cappio attorno al suo collo e può stringerlo quando vuole. Vivrà sotto osservazione: controlleranno quello che dirà e come si comporterà, se commetterà un errore tornerà in carcere. Così hanno ottenuto due risultati: da una parte hanno fatto bella figura con la comunità internazionale, dall’altra non perdono il controllo della situazione, limitando la libertà di azione di Ganji, che potrà essere arrestato quando vogliono. Secondo me, alla fine, quando uno è fuori dal carcere è anche più facile eliminarlo e, conoscendo il regime, non mi stupirebbe affatto”.
 
una delle manifestazione in favore di ganjiUn abbaglio. Non c’è molto da esultare quindi, nonostante Ganji sia tornato a casa. E secondo gli esuli iraniani non è una novità. “Sono migliaia i giornalisti che vengono imbavagliati con lo stesso metodo”, racconta Karimi, “vengono condannati a 5 anni di libertà condizionata in base ad accuse pretestuose e, nel momento in cui dovessero permettersi di scrivere qualcosa contro il regime, vengono arrestati e questa volta condannati a pene molto lunghe. Tutto così è sotto controllo”. Karimi e la comunità iraniana all’estero, composta in massima parte da persone che hanno abbandonato il Paese dopo la Rivoluzione khomeinista, ha sempre sostenuto la causa di Ganji, pur avendo una storia completamente differente dalla sua. “Ganji era un uomo di regime”, commenta Karimi, “ha partecipato a tutte le fasi della rivoluzione ed è stato tra i fondatori dei Pasdaran e dell’intelligence del ministero degli Interni. Era uno di loro insomma, solo che a un certo punto si è reso conto di come quello che accadeva non fosse tollerabile. Si è ribellato e ha denunciato i crimini e gli omicidi commessi in carcere. Ha pagato a duro prezzo il suo coraggio e noi lo stimiamo. Le sue condizioni di salute non sono buone e sono preoccupato. Anche per la sua vita: basti pensare che il regime degli ayatollah non ha esitato a uccidere perfino il figlio di Khomeini perché parlava troppo!”. 

Christian Elia

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