Tra chi assiste gli sfollati del Kashmir ci sono anche organizzazioni legate alla guerriglia islamica
Tra i soccorritori
presenti nel Kashmir pachistano, dove il terremoto dell’ottobre scorso
ha
causato oltre 70 mila morti e milioni di sfollati, ci sono anche
diversi
ribelli e membri di organizzazioni accusate di sostenere la guerriglia
che s'infiltra e combatte nella parte indiana della regione himalayana.
David
Montero, del Christian Science Monitor, ne ha incontrati alcuni per
capire come
le aspirazioni jihadiste e separatiste ( i guerriglieri chiedono chi
l’autonomia del Kashmir indiano, chi la sua annessione al Pakistan) si
conciliano con quelle umanitarie.

La Jamat-ud-Dawa. Una delle
organizzazioni in prima fila nell’assistenza ai terremotati è la Jamat-ud-Dawa,
Società della Chiamata, sospettata di avere legami con i militanti islamici che
compiono attentati nel Kashmir indiano. Un medico, tuttavia, difende il suo
lavoro: “I campi chiuderanno, ma noi rimarremo. Costruiremo centri di
assistenza in ogni area, in ogni villaggio”. Un progetto ambizioso che si
riferisce alla decisione del governo pachistano di rimandare gli sfollati nei
loro villaggi entro il 31 marzo. In questi giorni, infatti, si sta passando
dalla fase di emergenza a quella di ricostruzione, che intende erigere nuove
case, scuole e moschee per tornare a una vita normale.
Un aiuto indispensabile. Le reazioni
all’intervento umanitario dei gruppi radicali islamici sono contrastanti.
Sopravvissuti e anche funzionari governativi apprezzano gli sforzi fatti per
aiutarli, mentre gli analisti del conflitto temono azioni di proselitismo che
favoriscano la diffusione del fondamentalismo. Nasir Uddin dice che
l’organizzazione per cui lavora, lo Al-Rasheed Trust, accusato dal Dipartimento
di Stato Usa di avere relazioni con al-Qaeda, sta diventando molto popolare
nella zona. Uddin, infatti, è orgoglioso della quantità di tende e cibo
distribuiti. “Stiamo lavorando solo secondo il volere di Allah onnipotente”,
dice entrando in una tenda, dove un centinaio di bambini sta studiando i
precetti coranici. Davanti a una tragedia di queste proporzioni non si può fare
altrimenti, secondo un funzionario di Muzaffarabad: “Non sono stato aiutato da
alcuna Organizzazione non governativa. Quindi se qualcuno della Jamat-ud-Dawa
vuole darmi una mano, perché dovrei rifiutarla? Una persona affamata ha bisogno
di pane”.
Rischi. Per lo studioso di
questioni kashmire Ershad Mahmud, la partecipazione dei gruppi estremisti ai
soccorsi “è una buona opportunità di trasformare dei militanti in operatori
umanitari”. Ma per altri analisti il lavoro sociale potrebbe essere un segno
delle ambizioni politiche della Jamat-ud-Dawa, un po’ come è accaduto per il
movimento palestinese di Hamas. I seguaci della Jamat-ud-Dawa negano di avere
tali aspirazioni, ma – sottolinea un geopolitico di Lahore – non hanno mai
detto di aver abbandonato il loro sentiero, ovvero la loro ideologia. Così la
macchina degli aiuti va avanti, nonostante i gruppi radicali islamici siano
stati banditi da Islamabad dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente
Pervez Musharraf ha aderito alla guerra contro il terrorismo di Bush. E
nonostante il capo della Jamat-ud-Dawa, Hafiz Mohammed Saeed, sia stato un
leader del Lashkar e Toiba, il gruppo responsabile, probabilmente, degli
attentati nella città indù di Varanasi (ex Benares) del 7 marzo scorso.