23/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra chi assiste gli sfollati del Kashmir ci sono anche organizzazioni legate alla guerriglia islamica
Tra i soccorritori presenti nel Kashmir pachistano, dove il terremoto dell’ottobre scorso ha causato oltre 70 mila morti e milioni di sfollati, ci sono anche diversi ribelli e membri di organizzazioni accusate di sostenere la guerriglia che s'infiltra e combatte nella parte indiana della regione himalayana. David Montero, del Christian Science Monitor, ne ha incontrati alcuni per capire come le aspirazioni jihadiste e separatiste ( i guerriglieri chiedono chi l’autonomia del Kashmir indiano, chi la sua annessione al Pakistan) si conciliano con quelle umanitarie.
  Aiuti
La Jamat-ud-Dawa. Una delle organizzazioni in prima fila nell’assistenza ai terremotati è la Jamat-ud-Dawa, Società della Chiamata, sospettata di avere legami con i militanti islamici che compiono attentati nel Kashmir indiano. Un medico, tuttavia, difende il suo lavoro: “I campi chiuderanno, ma noi rimarremo. Costruiremo centri di assistenza in ogni area, in ogni villaggio”. Un progetto ambizioso che si riferisce alla decisione del governo pachistano di rimandare gli sfollati nei loro villaggi entro il 31 marzo. In questi giorni, infatti, si sta passando dalla fase di emergenza a quella di ricostruzione, che intende erigere nuove case, scuole e moschee per tornare a una vita normale.
 
Un aiuto indispensabile. Le reazioni all’intervento umanitario dei gruppi radicali islamici sono contrastanti. Sopravvissuti e anche funzionari governativi apprezzano gli sforzi fatti per aiutarli, mentre gli analisti del conflitto temono azioni di proselitismo che favoriscano la diffusione del fondamentalismo. Nasir Uddin dice che l’organizzazione per cui lavora, lo Al-Rasheed Trust, accusato dal Dipartimento di Stato Usa di avere relazioni con al-Qaeda, sta diventando molto popolare nella zona. Uddin, infatti, è orgoglioso della quantità di tende e cibo distribuiti. “Stiamo lavorando solo secondo il volere di Allah onnipotente”, dice entrando in una tenda, dove un centinaio di bambini sta studiando i precetti coranici. Davanti a una tragedia di queste proporzioni non si può fare altrimenti, secondo un funzionario di Muzaffarabad: “Non sono stato aiutato da alcuna Organizzazione non governativa. Quindi se qualcuno della Jamat-ud-Dawa vuole darmi una mano, perché dovrei rifiutarla? Una persona affamata ha bisogno di pane”.
 
MilitantiRischi. Per lo studioso di questioni kashmire Ershad Mahmud, la partecipazione dei gruppi estremisti ai soccorsi “è una buona opportunità di trasformare dei militanti in operatori umanitari”. Ma per altri analisti il lavoro sociale potrebbe essere un segno delle ambizioni politiche della Jamat-ud-Dawa, un po’ come è accaduto per il movimento palestinese di Hamas. I seguaci della Jamat-ud-Dawa negano di avere tali aspirazioni, ma – sottolinea un geopolitico di Lahore – non hanno mai detto di aver abbandonato il loro sentiero, ovvero la loro ideologia. Così la macchina degli aiuti va avanti, nonostante i gruppi radicali islamici siano stati banditi da Islamabad dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Pervez Musharraf ha aderito alla guerra contro il terrorismo di Bush. E nonostante il capo della Jamat-ud-Dawa, Hafiz Mohammed Saeed, sia stato un leader del Lashkar e Toiba, il gruppo responsabile, probabilmente, degli attentati nella città indù di Varanasi (ex Benares) del 7 marzo scorso.
 

red

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