
Stando alla propaganda occidentale, l’intervento militare
occidentale in Afghanistan (costato finora la vita a circa 35 mila persone) è
servito a liberare quel paese dal fanatismo di un regime che calpestava i
diritti umani e la libertà degli uomini e delle donne, e a trasformarlo in un
mirabile modello di ‘democrazia esportata’ (con le bombe) in cui tutti vivono
finalmente liberi e felici, in cui le ingiustizie del passato sono solo un
lontano ricordo. Beh, un risultato importante per cui è valsa la pena fare una
guerra – dicono i sostenitori della ‘guerra giusta’.
Peccato che siano tutte fandonie, perché l’Afghanistan di
oggi è un regime integralista al pari dell’Iran (o dell’Afghanistan talebano),
un paese in cui, nonostante le messe in scena elettorali, comandano i
fondamentalisti religiosi e vigono le medievali norme dell’antica legge
coranica, la sharìa. Un paese in cui un uomo che decide di abbracciare
una fede diversa da quella islamica viene sbattuto in galera e condannato
all’impiccagione.
Il processo Rahman. Abdul Rahman è un afgano di 41
anni. Sedici anni fa, mentre lavorava in Pakistan per una Ong cristiana che
assisteva i profughi di guerra afgani, ha deciso di convertirsi al
cristianesimo. Pensava di avere la libertà di farlo, vivendo ora nella
democrazia afgana ‘made in Usa’. Sbagliato.
Il mese scorso, Abdul è stato denunciato per apostasìa da suo
suocero, il quale non voleva che le sue nipotine venissero cresciute da
un infedele. La polizia ha arrestato Abdul, trovando anche la prova del
suo crimine: una Bibbia nella sua borsa.
Dopo un paio di settimane di galera, l’apostata è stato
portato davanti alla Corte Suprema, dove ha candidamente confessato di aver abbracciato
la
religione cristiana.
"Ha rinnegato l'islam, merita la morte". Il giudice Ansarullah Mawlavezada ha quindi spiegato
all’imputato che il ripudio della religione islamica è un atto grave, un
inammissibile attacco all’islam per cui la
sharìa, su cui la
Costituzione afgana si basa, prevede la pena capitale.
A quel punto è intervenuta la pubblica accusa, rappresentata
dal giudice Abdul Wasi: “L’islam è la religione della tolleranza e quindi
offriamo all’imputato la possibilità di venire perdonato se accetta di
rinnegare la sua conversione e di riabbracciare la religione musulmana”.
Ma Abdul ha rifiutato: “Sono cristiano e lo sarò sempre”, ha risposto.
Tra due mesi il giudice Mawlavezada emetterà la sua
sentenza: condanna a morte per impiccagione.
Chissà cosa pensa Abdul Rahman della ‘guerra giusta’ che ha portato la
democrazia e la libertà nel suo paese.