21/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La legge afgana condanna a morte un uomo perché si è convertito al cristianesimo
Una vignetta sulla democrazia afganaStando alla propaganda occidentale, l’intervento militare occidentale in Afghanistan (costato finora la vita a circa 35 mila persone) è servito a liberare quel paese dal fanatismo di un regime che calpestava i diritti umani e la libertà degli uomini e delle donne, e a trasformarlo in un mirabile modello di ‘democrazia esportata’ (con le bombe) in cui tutti vivono finalmente liberi e felici, in cui le ingiustizie del passato sono solo un lontano ricordo. Beh, un risultato importante per cui è valsa la pena fare una guerra – dicono i sostenitori della ‘guerra giusta’.
Peccato che siano tutte fandonie, perché l’Afghanistan di oggi è un regime integralista al pari dell’Iran (o dell’Afghanistan talebano), un paese in cui, nonostante le messe in scena elettorali, comandano i fondamentalisti religiosi e vigono le medievali norme dell’antica legge coranica, la sharìa. Un paese in cui un uomo che decide di abbracciare una fede diversa da quella islamica viene sbattuto in galera e condannato all’impiccagione.
 
Abdul RahmanIl processo Rahman. Abdul Rahman è un afgano di 41 anni. Sedici anni fa, mentre lavorava in Pakistan per una Ong cristiana che assisteva i profughi di guerra afgani, ha deciso di convertirsi al cristianesimo. Pensava di avere la libertà di farlo, vivendo ora nella democrazia afgana ‘made in Usa’. Sbagliato.
Il mese scorso, Abdul è stato denunciato per apostasìa da suo suocero, il quale non voleva che le sue nipotine venissero cresciute da un infedele. La polizia ha arrestato Abdul, trovando anche la prova del suo crimine: una Bibbia nella sua borsa.
Dopo un paio di settimane di galera, l’apostata è stato portato davanti alla Corte Suprema, dove ha candidamente confessato di aver abbracciato la religione cristiana.
 
Il giudice Ansarullah Mawlavezada "Ha rinnegato l'islam, merita la morte". Il giudice Ansarullah Mawlavezada ha quindi spiegato all’imputato che il ripudio della religione islamica è un atto grave, un inammissibile attacco all’islam per cui la sharìa, su cui la Costituzione afgana si basa, prevede la pena capitale.
A quel punto è intervenuta la pubblica accusa, rappresentata dal giudice Abdul Wasi: “L’islam è la religione della tolleranza e quindi offriamo all’imputato la possibilità di venire perdonato se accetta di rinnegare la sua conversione e di riabbracciare la religione musulmana”.
Ma Abdul ha rifiutato: “Sono cristiano e lo sarò sempre”, ha risposto.
Tra due mesi il giudice Mawlavezada emetterà la sua sentenza: condanna a morte per impiccagione.
Chissà cosa pensa Abdul Rahman della ‘guerra giusta’ che ha portato la democrazia e la libertà nel suo paese. 

Enrico Piovesana

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