stampa
invia
“Il Cile? E’ un paese
fantastico, straordinario, un esempio di sviluppo economico… ammesso
che tu sia ricco, che tu faccia parte di quel dieci per cento che ha
soldi e potere. Per tutti gli altri è
semplicemente proibitivo, tutto da rifare”. Tomás Hirsch, candidato alla presidenza
nelle scorse presidenziali sotto la bandiera di Juntos Podemos Mas,
coalizione che comprende fra gli altri i Comunisti, gli Umanisti e i Cristiano
Sociali, è affabile e simpatico. Parla snocciolando esempi semplici e chiari
uno dietro l’altro. Sorride spesso. “Nel mio Paese se sei ricco percorri le
strade migliori, arrivi dall’aeroporto di Santiago al centro in quindici
minuti, hai un’assistenza sanitaria d’eccezione e un’istruzione delle più
avanzate – riprende, gesticolando – Se sei uno qualunque, invece, e non hai
soldi, percorri la stessa distanza in un’ora e mezzo, arrivi a malapena a
permetterti i libri per frequentare le scuole pubbliche, non hai assistenza
sanitaria e tanto meno la pensione. Il Cile è un paese per pochi”.
Nuovo ma non troppo. “Il sistema cileno è tremendamente
violento, figlio di una dittatura che ha frantumato la società, annientando la
classe media”, spiega, “Certo abbiamo appena vissuto una grossa trasformazione,
sintomo che qualcosa si sta muovendo, ma non basterà a cambiare il sistema”.
Parla del nuovo presidente, Michelle Bachelet. “Per la prima volta nella storia
del Cile una donna sale al potere. E che donna: divorziata, ragazza madre, non
cattolica. Per un Paese in cui l’Opus Dei ha fatto e disfatto per decenni –
sottolinea - è sicuramente un fenomeno interessante. Ma nonostante le sue buone
intenzioni, non le permetteranno mai di scalfire il sistema neoliberale che sta
alla base di tutto. Il modello economico non si discute, tanto che i soliti
poteri forti le hanno già imposto l’uomo giusto al dicastero giusto: all'Economia
e Finanze è
andato l'economista Andres Velasco, un liberale
indipendente laureato a Yale e docente a Harvard. È un tecnico imposto dagli Stati
Uniti”. E dalle multinazionali che in
Cile hanno trovato ricchezze senza fine da sfruttare “Gratis -
incalza Hirsch – Ci stanno portando via tutte le risorse senza sborsare un
centesimo. Parlo principalmente del rame, la nostra principale risorsa. Che
vengano pure gli stranieri in Cile, ma come soci, non come padroni”. Il
discorso si fa complesso. Parla degli intrecci fra società cilene e estere, del
connubio con i legislatori e i poteri forti: “A fare le leggi sono gli stessi
che controllano l’economia. Ogni senatore e deputato risponde a interessi
precisi. Niente è lasciato al caso. E la matassa è così ingarbugliata, che non
si risolve certo dicendo: fuori le multinazionali dal Cile. No, non è
realistico. Oggi non ci sono più multinazionali estere: le relazioni sono
complesse, molte aziende cilene sono immischiate. È difficile, occorrerebbe un
piano economico graduale e alternativo. Una profonda trasformazione. Ma
cambiamo discorso che mi deprimo”.
Il record. Il Cile è fra i primi
dieci paesi al mondo per la peggiore distribuzione del reddito. “E’ un record
e
continuando così ce la facciamo a ottenere il primo posto – sottolinea ironico
- Dicono che in molti Paesi c’è una corsa alla privatizzazione – sorride
amaramente – ma non dicono lo stesso del Cile, perché nel mio Paese è già stato
privatizzato tutto. E poi la struttura tributaria è ridicola: chi guadagna di
più paga meno tasse, mentre i salari e le pensioni sono miserabili. Tanti
esportano all’estero l’immagine di un Cile dai grandi numeri macroeconomici, ma
con la macroeconomia non si mangia. E’ la piccola e media impresa da
considerare. E quella langue, versa lacrime amare”.
La speranza. È in questo Cile che va
inserito Juntos Podemos e il suo suo 7 percento nelle presidenziali. “Per
essere la nostra prima volta siamo soddisfatti. Abbiamo racimolato centinaia di
migliaia di voti e in un sistema elettorale quale quello cileno è un bel
risultato”, sorride. “Abbiamo persino preso il maggior numero di voti fra i giovani.
Adesso andrebbe risolto il problema delle iscrizioni
elettorali: è qui che sta il nocciolo del cambiamento”. In Cile, chiunque
voglia esercitare il proprio diritto di voto deve iscriversi alle apposite
liste comunali, con un inghippo però: una volta iscritti sono obbligati a
votare, pena 110 euro di multa. Una bella somma per i cileni, dato che
corrisponde alla metà dello stipendio di un lavoratore medio. “Per questo molti
giovani preferiscono evitare – spiega Hirsch – Ho dovuto pregare persino mia
figlia. E se penso a quante volte il Parlamento ha discusso l’iscrizione
automatica e il voto volontario. Il problema è che ogni volta la votazione
viene preceduta da sondaggi del tipo: ‘Chi voterebbero i giovani?’, e i
risultati spingono i soliti noti a bocciare la legge per paura di perdere
potere e privilegi. Arriveremo a un momento in cui i più giovani votanti
saranno i sessantenni. Forse solo allora, nel pieno di una gerontocrazia,
qualcuno capirà che è ora di cambiare sistema”. Stella Spinelli