Il 17 marzo, diciassette esponenti dell’opposizione siriana
in esilio si sono dati appuntamento in un albergo di Bruxelles per fondare
un’alleanza che ha preso il nome di Fronte della Salvezza Nazionale. Lo scopo?
Preparare un cambio pacifico del regime in Siria

Un progetto pacifico. Nella stanza erano presenti
esponenti del partito nazionalista, di quello comunista e quello liberale,
assieme a Fratelli musulmani e movimenti curdi. I due giorni di confronto hanno
portato alla stesura di un “progetto nazionale di mutamento politico”, che
dovrebbe concretizzarsi grazie a una crisi interna al regime di Bashar Assad
prevista nei prossimi mesi. Il Fronte della Salvezza Nazionale ha promesso la
formazione di un governo transitorio in esilio e ha previsto la nascita di un
movimento interno di protesta dei cittadini residenti in Siria. La proposta
politica del Fronte prevede la separazione dei poteri legislativo ed esecutivo
-oggi nelle mani del presidente - e l’abolizione delle leggi di emergenza che
tengono fuori legge i partiti islamici e curdi. Gli esponenti dei Fratelli
musulmani hanno annunciato che il loro progetto punta a conciliare il carattere
laico del Paese col rispetto del pluralismo confessionale. Pur negando la
possibilità dell’imposizione della sharia, parte del movimento spera di
conquistare il Paese, agganciandosi alla “marea islamica” che ha vinto le
elezioni in Egitto e in Palestina.

Due esuli eccellenti. I due esponenti più
rappresentativi di questa coalizione sono Abdel Halim Khaddam, ex vice
presidente sotto il governo di Hafez Assad (padre dell’attuale presidente ) in
esilio da giugno scorso, e il leader dei Fratelli Musulmani, Ali Bayanouni, da
25 anni in esilio a Londra. Entrambi concordano che il cambio di regime dovrà
essere pacifico perché, come ha dichiarato Bayanouni, “Europa e Stati Uniti
devono chiudere l’ombrello della protezione internazionale del regime, che
senza di loro collasserà perché non ha l’appoggio della gente”. Anche l’ex
vicepresidente ha ribadito l’ipotesi di un rovesciamento non violento,
dichiarando di avere molti sostenitori anche tra l’alta nomenclatura del
partito Baath e nell’esercito: “saranno parte attiva del cambio di regime -ha
annunciato - non ci sarà nessun massacro”. Khaddam sostiene profeticamente che
“una serie di nuove circostanze porteranno i siriani alla sollevazione”. A suo
avviso, il cambio del regime sarà provocato, entro la fine dell’anno, dai molti
errori del presidente Assad, ma anche dalla crisi economica del Paese, che
diventerebbe intollerabile se la Siria dovesse subire anche delle sanzioni da
parte delle Nazioni Unite. Cosa che potrebbe avvenire al termine dell’inchiesta
sulla morte di Hariri.

Svolta nell’inchiesta.
L’inchiesta sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri intanto è
arrivata al terzo resoconto ufficiale, a redigerlo è stato Serge Brammertz, che
ha sostituito il procuratore tedesco Detlev Mehlis. Per la prima volta il
rapporto della commissione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è
stato lodato dalla stampa ufficiale siriana per l’ammorbidimento dei toni:
Brammertz vi sostiene che la Siria sta collaborando con le indagini e
consentirà l’interrogatorio del presidente Assad e del suo vice. Dietro queste
nuove posizioni, commenta il giornalista della Stampa ed esperto della
questione siriana, Lorenzo Trombetta, “c’è chi legge l’ombra di un accordo tra
la Siria e la comunità internazionale”. Per salvare se stesso e il suo governo,
Assad sarebbe pronto a consegnare al procuratore alcuni rappresentanti del suo
regime in Libano: il responsabile dell’intelligence siriana nel paese dei Cedri
Rostum Ghazale e il suo luogotenente Jamaa Jamaa, che secondo la stampa
libanese sarebbero prossimi a comparire nella lista di Bayanouni delle persone
da arrestare. Un altra pedina vacillante del controllo siriano sul Libano è il
premier Emile Lahoud, l’acerrimo nemico di Hariri ormai delegittimato
dall’opinione pubblica libanese. Anche lui, visto dall’esilio, sembra avere le
ore contate.