16/01/2004
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A Belfast decine di "linee della pace" dividono ancora ghetti protestanti e cattolici
Quello di Berlino tagliava in due la città tedesca, e venne giù perché così volevano
sia di qua che di là. Le decine di muri che ancora caratterizzano Belfast, invece,
sono ancora al loro posto. Anzi, crescono: ne sorgono di nuovi, o vengono allungati
di qualche metro quelli già esistenti. Perché le barriere che sezionano il centro
più importante dell’Irlanda del Nord, separando i quartieri protestanti da quelli
cattolici, sono ancora viste come indispensabili da praticamente tutta la popolazione.
I muri di Belfast sono nati nei primi anni Settanta, all’apice dei “Troubles”
– i “guai”, la fase più acuta dello scontro tra le due comunità - quando l’Irlanda
del Nord era in piena guerra civile. In quel periodo la parola era alle armi e
i gruppi paramilitari di entrambe le parti dettavano legge: le bombe squassavano
Belfast giorno dopo giorno, le ritorsioni erano reciproche. Le tensioni accumulate
da cattolici e protestanti in decenni di convivenza – da metà Ottocento decine
di migliaia di lavoratori cattolici cominciarono ad affluire nella fiorente Belfast
industriale dei coloni britannici protestanti - erano scoppiate e non c’era modo
di fermarle. L’astio s’era trasformato in puro odio, e vivere insieme non era
più possibile. L’unica soluzione era dividersi fisicamente, rinchiudersi nel proprio
microcosmo. Così, i rimescolamenti della popolazione diedero vita a “isole” religiosamente
omogenee, separate da barriere di cemento erette dalle autorità nel tentativo
di porre fine alle violenze.
Il più famoso di questi muri è quello che corre lungo Cupar Street, nella parte
occidentale di Belfast. Da una parte c’è il quartiere protestante di Shankill
Road, dall’altra quello cattolico che si sviluppa intorno a Falls Road. La barriera
è lunga più di un chilometro, e può essere oltrepassata nel solo check-point di
Lanark Way, che la polizia chiude ogni sera alle nove. Ma ce ne sono altri, tra
“ufficiali” e spontanei, tanto che fare una conta esatta è problematico. Ce n’è
persino uno che taglia in due Alexandra Park, uno dei giardini pubblici della
città sorti in epoca vittoriana. Qui sono addirittura gli alberi, l’erba e i fiori
che possono essere cattolici o protestanti.
La Belfast di oggi non è quella in piena crisi economica di trent’anni fa. Anche
rispetto ai primi anni Novanta è cambiata profondamente. Gli sgargianti negozi
del centro sono gli stessi delle città britanniche, ci sono vivaci pub dove i
giovani di entrambe le confessioni bevono fianco a fianco e fanno amicizia, dopo
l’accordo di pace del 1998 gli investimenti nella regione sono cresciuti, i turisti
hanno scoperto che l’Irlanda non è solo Dublino e paesaggi unici, i quartieri
misti della classe media si sono ingranditi.
Ma questa è la Belfast benestante. Poi c’è la Belfast della working-class, fatta
di ghetti dove un uomo su due è senza lavoro, dove bambini smunti giocano per
strada con quello che raccattano per terra, dove i negozianti pagano il pizzo
ai paramilitari, dove la polizia evita di farsi vedere. Fra un ghetto e l’altro,
i muri. Che da queste parti vengono chiamati “interfacce” o “linee della pace”.
Spesso non bastano: c’è sempre chi ha voglia di fargliela pagare, ai “bastards”
che stanno dall’altra parte. Si arrampica e scaglia bottiglie o mattoni che colpiscono
gente di cui non sa neanche il nome. Quando succede troppo di frequente, la polizia
alza le “linee della pace” di qualche metro. E la sfida ricomincia.
Perché qui il muro non è solo fisico. E’ psicologico, sociale, ti insegna a odiare
quelli dell’altra comunità da quando non sai ancora parlare, ti dice che cosa
puoi fare e cosa no, dove puoi andare e dove non mettere piede se vuoi vivere.
La tua vita è instradata fin dalla culla. Tanto che in Irlanda del Nord i ragazzi
ti dicono: se vuoi sapere se uno è cattolico o è protestante, basta chiedergli
tre cose. 1) Come si chiama 2) Che sport ha praticato da piccolo e 3) Come pronuncia
la lettera “H”. Regola che sembra bizzarra, ma che ci azzecca quasi sempre. Se
uno si chiama Seamus, Patrick o Sinead – nomi tradizionali irlandesi - non può
che essere cattolico. Se si chiama George o Ian sarà molto probabilmente protestante.
Se ha giocato al calcio gaelico, che nella Repubblica d’Irlanda è molto più seguito
del calcio praticato nel resto del mondo, sarà cattolico al cento per cento. E
la lettera “H” – per non si sa quale regola acquisita nell’ambiente in cui si
è cresciuti – si pronuncia “Eich” se sei protestante, e “Heich” (facendo sentire
l’acca aspirata) se sei cattolico.
I ragazzi delle bande che si fanno la guerra hanno il muro dentro, e non c’è
verso di buttarlo giù. D’altronde, come possono comprendersi a vicenda? Hanno
frequentato scuole diverse, praticano sport differenti, tifano per squadre di
calcio di Glasgow rivali (i protestanti per i Rangers, i cattolici per i Celtic),
e le uniche cose che scavalcano il muro sono le pietre, le bottiglie e le bombe
di vernice che si scagliano gli uni contro gli altri, senza poter neanche vedere
dove vanno a finire. La fiducia reciproca, quella mai. L’altro, si evita. L’altro,
è malvagio per definizione.
E la cosa strana è che, se si conoscessero veramente, quelli che a Belfast hanno
il muro dentro scoprirebbero di avere in comune molto più di quanto pensino: vivono
in identiche misere casette a schiera, comprano i vestiti negli stessi negozi
sportivi del centro, bevono le stesse birre, si rasano i capelli allo stesso modo,
parlano lo stesso slang. Ma non possono scoprire quanto sono uguali. Sono separati
da un muro, che finché esiste almeno impedisce che si uccidano a vicenda. Ecco
perché qui solo gli idealisti vogliono che le “linee della pace” siano demolite.
Tutti gli altri le vedono come il male minore. E per questo, accordi di pace o
no, rimarranno al loro posto ancora per molto.
Alessandro Ursic