scritto per noi da
Massimo Zucchetti
L’attuale
questione del nucleare in Iran, al centro dell’attenzione nel panorama
internazionale, necessita di un qualche chiarimento tecnico, anche se neppure
troppo complicato, per capire se davvero, e quanto, l’Iran possa costituire una
minaccia a causa del suo programma nucleare, e quali siano i passi più logici
da intraprendere per risolvere la situazione.
Va innanzitutto
chiarito che la bomba atomica all’uranio, come quella che si sostiene avrebbe
la potenzialità di sviluppare l’Iran, è uno strumento di guerra abbastanza
obsoleto, tanto che le nazioni dotate di armi nucleari non lo testano e non lo
sviluppano più da oltre mezzo secolo. La bomba H, o bomba termonucleare
all’idrogeno, ha totalmente soppiantato la bomba A (all’uranio o al plutonio)
negli arsenali di USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, eccetera. La potenza
esplosiva di una bomba H sorpassa anche di alcuni ordini di grandezza (10, 100
volte) quella di una bomba A, e gli stati sopra citati ne possiedono un
arsenale sufficiente a radere al suolo molte volte non solo l’Iran, ma anche
l’intera superficie del globo.
Occorre poi
puntualizzare come il progresso nella tecnologia nucleare bellica si sia
spostato, dopo l’invenzione della bomba H negli anni ’50, verso lo sviluppo
delle tecnologie complementari ad essa, quali, per fare solo un esempio,
l’adozione di missili intercontinentali o continentali sempre più affidabili,
potenti, precisi, dotati di testate nucleari multiple. Oltre alle basi sul
proprio territorio e su quello degli alleati (per gli Stati Uniti, annoveriamo
anche il territorio italiano), i missili nucleari si trovano a bordo delle
portaerei e dei sommergibili nucleari sparsi sui mari del mondo. Per decenni
USA e URSS hanno combattuto una guerra silenziosa basata sull’innovazione
tecnologica in questo campo, con testate sempre più potenti e diversificate.
Se quindi l’Iran
stesse cercando di sviluppare una bomba atomica “vecchio stile” all’uranio
partendo – come avviene ora – da zero, questo non potrebbe costituire
assolutamente una minaccia seria per gli Stati Uniti o per i paesi occidentali,
tranne che in due casi:
- Bombardamento di
Israele, il quale peraltro ha ampie possibilità di difendersi per proprio
conto e di minacciare una risposta molto dura, essendo dotato da
moltissimi anni di armamenti nucleari pronti ad essere utilizzati in caso
di necessità.
- Bombardamento di basi e
stati occupati nell’area del medio oriente. Anche in questo caso,
tuttavia, l’Iran saprebbe molto bene di andare incontro ad una risposta
sicura e tremenda da parte degli attaccati: basta una sola delle portaerei
nucleari americane a surclassare qualunque eventuale “forza nucleare”
iraniana.
Possono essere
discorsi che mettono i brividi, ma qualunque esperto di armamenti nucleari
potrà confermare che, militarmente, la minaccia nucleare iraniana semplicemente
non esiste. Diverso, ovviamente, è il discorso dal punto di vista politico. Una
volta assodato che la minaccia nucleare iraniana riguarda soltanto eventuali
spostamenti d’asse negli equilibri in Medio Oriente, infatti avere il proprio
“peggior nemico” (così viene definito l’Iran
dagli Stati Uniti, dopo che questo titolo è stato detenuto prima dai
Talebani e poi a lungo dall’Iraq) che diventa una potenza nucleare è certamente
un fatto non gradito agli Stati Uniti. Vediamo allora quali fatti debbano
verificarsi affinché l’Iran possa effettivamente dotarsi di armamenti nucleari.
Attualmente
l’Iran sta perseguendo un programma nucleare civile, teso allo sviluppo di
almeno una centrale nucleare (centrale di Bushehr), oltre che vari reattori di
ricerca e centri di ricerca, i principali dei quali si trovano, oltre che a
Tehran, ad Isfahan ed a Shiraz.
Per il
funzionamento dell’impianto nucleare di Bushehr, i cui scopi “civili” sono
accertati e non messi in dubbio da nessuno, l’Iran deve poter fabbricare o
avere a disposizione combustibile nucleare. Questo è costituito da uranio,
arricchito nella sua componente fissile (U-235) fino a circa il 3%. Teniamo conto
che l’uranio naturale di cui l’Iran ha molti giacimenti, ha un arricchimento
dello 0.7%, e non è quindi utilizzabile a scopi energetici senza prima essere
arricchito. L’Iran ha
pensato di dotarsi di tecnologie atte all’arricchimento dell’uranio, in modo da
effettuare tutto il “ciclo del combustibile” in casa, senza ricorrere
all’estero. Questo è abbastanza comprensibile, in una nazione da sempre
abituata, data l’abbondanza di risorse quali petrolio e gas, a non dipendere
dall’estero per i suoi approvvigionamenti energetici. Il programma nucleare
iraniano risale ai tempi dello Scià: non si vede il motivo per cui una nazione
come l’Iran, pur avendo petrolio e gas a volontà, debba rinunciare ad una
tecnologia avanzata come quella nucleare, che già possiede e che sarebbe in
grado di fornirle energia in forma pregiata, ovvero energia elettrica, cosa
della quale l’Iran ha sicuramente bisogno.
Tornando al
programma nucleare iraniano, la tecnologia di arricchimento della quale l’Iran
si è dotato è quella dell’ultracentrifugazione, che è in quest’ambito una delle
più moderne ed avanzate.
Teoricamente,
l’ultracentrifugazione può essere utilizzata per spingere fino all’estremo
l’arricchimento del combustibile, e passare dal 3% al 90%. Quindi si può dire
che ogni nazione che possiede tecnologie nucleari, e sono svariate decine nel
mondo, ha in teoria le potenzialità per fabbricare del combustibile a scopi
bellici.
A questo punto
va però detto che:
- Il Trattato di Non
Proliferazione (NPT), cui anche l’Iran aderisce, prevede ispezioni
costanti da parte dell’IAEA di tutte le installazioni di rilevanza
nucleare, proprio per evitare questo tipo di problemi
- La fabbricazione di
combustibile nucleare arricchito è comunque soltanto uno dei passi
necessari a dotarsi di armamenti nucleari
Detto questo,
dobbiamo chiarire che – a causa della situazione di tensione esistente e, non
nascondiamocelo, anche a causa delle pressioni di Stati Uniti ed Europa, da un
lato, e dell’atteggiamento del governo iraniano dall’altro - l’IAEA ha finito
per richiedere all’Iran non soltanto di lasciar ispezionare le proprie
installazioni nucleari, come tutti gli altri paesi, ma anche di interrompere
qualunque procedimento di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio.
Questo, indipendentemente dal fatto che l’arricchimento sia a pretesi scopi
pacifici oppure meno. Ciò è dovuto non a motivi tecnici, ma semplicemente al
fatto che l’Iran non è considerata una
nazione affidabile da questo punto di vista e c’è il timore voglia conservare
questa tecnologia per scopi bellici, contrariamente alle assicurazioni fornite.
L’Iran,
irrigidendosi dinanzi a questa richiesta ritenuta eccessiva e rigida, a sua
volta ha continuato a permettere ispezioni ai suoi impianti, ma non ha
rinunciato all’arricchimento come punto di principio. Da qui il “deferimento”
–
abbastanza inevitabile date le premesse - dell’Iran al consiglio di sicurezza
dell’ONU, i tentativi della Russia di far accettare all’Iran che
l’arricchimento del combustibile per Bushehr venga svolto appunto in Russia
piuttosto che in Iran.
Questi, finora, sono i nudi fatti.
Vediamone ora qualche interpretazione.
La IAEA deve, secondo il nostro parere,
continuare nell’opera di mediazione che l’ha contraddistinta in questi mesi.
Quest’opera di mediazione ha una possibilità di successo se le sanzioni che
verranno comminate all’Iran dall’ONU non saranno troppo pesanti. Che qualche
sanzione venga comminata, viste le premesse, appare inevitabile. Ci pare però
che il discorso vada articolato secondo livelli diversi: un conto è imporre
qualche sanzione ad una nazione “ribelle”, magari decretando l’embargo sulle
forniture nucleari fino a quando non si troverà un accordo sulla questione
dell’arricchimento. Un altro conto è pensare di sovvertire il governo di un
paese scomodo, ingerendo pesantemente nella sua politica interna con metodi che
una volta erano quelli che la CIA adottava in segreto, e che invece ora sono
portati avanti alla luce del sole. Un altro conto ancora è pensare di
bombardare un paese, soltanto in vista di una sua pretesa minaccia potenziale,
mettendo in conto migliaia di vittime innocenti e – cosa da non sottovalutare
–
esponendo tutto l’occidente ai danni di una frattura insanabile con i paesi
islamici. L’Iran, contrariamente a quanto alcuni vogliono farci credere, non è
un paese inerme, non solo a livello militare, ma soprattutto a livello di
relazioni con altri paesi dell’area. Non si tratta di un paese isolato, come
potevano essere i regimi dei talebani e quello di Saddam Hussein nell’ultimo
periodo.
Veniamo ora a qualche considerazione più
generale sui corsi e ricorsi di questa pretesa minaccia nucleare, questa volta
proveniente dall’Iran. L’utilizzo del mito dell’arma segreta, cioè della paura
delle armi avversarie, ha avuto un grande sviluppo negli ultimi anni, dopo
Adolf Hitler da una parte e il progetto Manhattan con l’atomica statunitense
dall’altra. Stando a tempi recenti, da oltre mezzo secolo si paventa che
organizzazioni terroristiche riescano a impadronirsi o addirittura a
fabbricarsi una bomba atomica. Questo – come sanno bene gli esperti in questo
campo – è tecnicamente così difficile da risultare in pratica impossibile: sono
necessarie tecnologie e disponibilità di attrezzature che soltanto una
organizzazione statale può avere a disposizione. Gli stati che possono farlo,
poi, si contano sulle dita di una mano. L'Afghanistan, l’Iraq e altri "stati canaglia" (secondo
l’attuale delirante definizione) non sono mai stati – finora - effettivamente
in grado. Gli unici paesi entrati surrettiziamente nel club atomico,
ricordiamolo, sono l’India, il Pakistan e Israele, tutti e tre ampiamente
collegati con l’orbita occidentale. La tecnologia nucleare
gode di un’attenzione e di una sorveglianza strettissime; l’Agenzia Internazionale per l’Energia
Atomica (IAEA) ha il compito di sorvegliare il funzionamento di ogni
installazione nucleare esistente sulla faccia della Terra e – contrariamente a
quanto sostengono gli scrittori di libri gialli – si ha una immagine
precisissima dell’inventario di materiali radioattivi di potenziale interesse
militare, e delle attività connesse, in ogni angolo del Pianeta. L’Iran, e sono
parole queste del presidente dell’IAEA El-Baradei, ha finora dichiarato
all’Agenzia ogni singolo grammo di materiale nucleare transitato o presente sul
suo territorio.
Guardiamo adesso un attimo
indietro e chiediamoci che ne è stato delle notizie circolate in questi anni,
a
partire dall'allarme sulla “atomica di Bin Laden”, per non parlare della
tragicomica ricerca delle “armi di distruzione di massa” in Iraq. Attendiamo
ancora una spiegazione dal governo britannico, relativamente al documento da
loro emesso nel 2002
[1],
con tanto di ferma e trionfale premessa da parte del “Prime Minister, The Right
Honourable Tony Blair MP”, che assicurava la
presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, incluse armi nucleari. Altrettanto esempio di scienza d’accatto e a
pagamento, sebbene più prevedibile e scontato, è stato l’analogo documento
della CIA.
[2] Per non parlare, poi, del cosiddetto
Nigergate: pare proprio – al di là delle rassicurazioni del nostro governo –
che una delle principali “prove” della presunta e assolutamente falsa attività
in campo nucleare dell’Iraq sia stata fabbricata dai servizi segreti italiani,
mettendo a punto dei “dossier” taroccati che vennero creduti veri dalla Casa
Bianca.
Questi “rapporti
scientifici e di intelligence” vanno presi davvero con grande diffidenza: sono
spesso delle semplici montature allarmistiche che fanno leva sulla grande
sensibilità del pubblico e dei governi verso le questioni che hanno a che fare
con la radioattività e il nucleare. Si sfruttano l'ignoranza e la
disinformazione per generare panico e giustificare qualunque spesa o atto di
guerra.
Chi scrive si è recato
personalmente in Iran nell’aprile 2004, ha partecipato ai lavori di un convegno
internazionale sull’energia nucleare organizzato con il supporto dell’IAEA, ha
visitato il costruendo impianto nucleare iraniano di Bushehr e ha potuto
verificare l’assoluta volontà – da parte dei colleghi iraniani – di fugare ogni
dubbio sull’utilizzo pacifico dell’energia nucleare in quel paese.
[3]
Certamente, è un fatto che
il governo iraniano stia ultimamente cercando di strumentalizzare la
questione nucleare a scopi politici,
principalmente per cementare il fronte interno e orientare il potenziale
malcontento della popolazione verso un nemico esterno (l’occidente): si pensi
alle dichiarazioni “a muso duro” del presidente iraniano e ognuno potrà capire
quanto queste somiglino al “Dio
stramaledica gli inglesi” che ci ha riguardato non più tardi di settant’anni
fa, oppure a certe dichiarazioni sullo “scontro di civiltà” un poco più
recenti.
Riflettiamo ancora su un
ulteriore punto: è proprio il ricorso
allo spauracchio di grandi sviluppi militari da parte del cosiddetto “nemico”
una delle grandi scuse di chi spinge sulla tecnologia militare e ci vuole
precipitare in una guerra. Pensiamo infatti a coloro che apertamente si
occupano di queste tecnologie, direttamente al soldo dell’apparato militare, o
che tifano per la guerra in ogni circostanza. La motivazione “etica” che viene
addotta è in questo caso la seguente: si è costretti a sviluppare nuove armi,
o
addirittura a fare la guerra preventiva per contrastare il nemico, che
altrimenti distruggerà entro breve tempo il “mondo libero” (quale che sia, è
sempre quello dove si sta, secondo la vecchia regola del Gott mit Uns). Dobbiamo essere in questo caso chiari e severi,
definendo costoro come individui che hanno identificato nelle tecnologie
militari o nella guerra la via più breve per fare carriera, per avere
finanziamenti, per occuparsi impunemente dell’inutile, per sfogare poco nobili
passioni ideologiche estreme, per acquisire risorse e potere, o per tutte
queste cose messe insieme. Chi scrive non ha sempre un
atteggiamento ghandiano, purtroppo, specialmente se posto davanti a casi di
provata malafede, come in questo caso si possono riscontrare in entrambe le
parti politiche coinvolte nella crisi iraniana, tuttavia è perfettamente
appropriata, per concludere, una frase di Ghandi: “Rispondere alla brutalità
con la brutalità equivale ad ammettere la propria bancarotta intellettuale e
morale”. Aggiungiamo anche un passo del tanto vituperato (da coloro che non
l’hanno mai letto) Corano: “Se il tuo nemico prepara la pace, tu fai lo
stesso”. Ci pensino bene i cantori della guerra ad ogni costo, da qualuque
parte essi si trovino.
[3] Second International Conference on
Nuclear Science and Technology in Iran, Shiraz, April 2004.