22/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il dossier del Prof.Zucchetti sul nucleare iraniano
scritto per noi da
Massimo Zucchetti
 
L’attuale questione del nucleare in Iran, al centro dell’attenzione nel panorama internazionale, necessita di un qualche chiarimento tecnico, anche se neppure troppo complicato, per capire se davvero, e quanto, l’Iran possa costituire una minaccia a causa del suo programma nucleare, e quali siano i passi più logici da intraprendere per risolvere la situazione.
 
Va innanzitutto chiarito che la bomba atomica all’uranio, come quella che si sostiene avrebbe la potenzialità di sviluppare l’Iran, è uno strumento di guerra abbastanza obsoleto, tanto che le nazioni dotate di armi nucleari non lo testano e non lo sviluppano più da oltre mezzo secolo. La bomba H, o bomba termonucleare all’idrogeno, ha totalmente soppiantato la bomba A (all’uranio o al plutonio) negli arsenali di USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, eccetera. La potenza esplosiva di una bomba H sorpassa anche di alcuni ordini di grandezza (10, 100 volte) quella di una bomba A, e gli stati sopra citati ne possiedono un arsenale sufficiente a radere al suolo molte volte non solo l’Iran, ma anche l’intera superficie del globo.
Occorre poi puntualizzare come il progresso nella tecnologia nucleare bellica si sia spostato, dopo l’invenzione della bomba H negli anni ’50, verso lo sviluppo delle tecnologie complementari ad essa, quali, per fare solo un esempio, l’adozione di missili intercontinentali o continentali sempre più affidabili, potenti, precisi, dotati di testate nucleari multiple. Oltre alle basi sul proprio territorio e su quello degli alleati (per gli Stati Uniti, annoveriamo anche il territorio italiano), i missili nucleari si trovano a bordo delle portaerei e dei sommergibili nucleari sparsi sui mari del mondo. Per decenni USA e URSS hanno combattuto una guerra silenziosa basata sull’innovazione tecnologica in questo campo, con testate sempre più potenti e diversificate.
Se quindi l’Iran stesse cercando di sviluppare una bomba atomica “vecchio stile” all’uranio partendo – come avviene ora – da zero, questo non potrebbe costituire assolutamente una minaccia seria per gli Stati Uniti o per i paesi occidentali, tranne che in due casi:
  • Bombardamento di Israele, il quale peraltro ha ampie possibilità di difendersi per proprio conto e di minacciare una risposta molto dura, essendo dotato da moltissimi anni di armamenti nucleari pronti ad essere utilizzati in caso di necessità.
  • Bombardamento di basi e stati occupati nell’area del medio oriente. Anche in questo caso, tuttavia, l’Iran saprebbe molto bene di andare incontro ad una risposta sicura e tremenda da parte degli attaccati: basta una sola delle portaerei nucleari americane a surclassare qualunque eventuale “forza nucleare” iraniana.
Possono essere discorsi che mettono i brividi, ma qualunque esperto di armamenti nucleari potrà confermare che, militarmente, la minaccia nucleare iraniana semplicemente non esiste. Diverso, ovviamente, è il discorso dal punto di vista politico. Una volta assodato che la minaccia nucleare iraniana riguarda soltanto eventuali spostamenti d’asse negli equilibri in Medio Oriente, infatti avere il proprio “peggior nemico” (così viene definito l’Iran  dagli Stati Uniti, dopo che questo titolo è stato detenuto prima dai Talebani e poi a lungo dall’Iraq) che diventa una potenza nucleare è certamente un fatto non gradito agli Stati Uniti. Vediamo allora quali fatti debbano verificarsi affinché l’Iran possa effettivamente dotarsi di armamenti nucleari.
Attualmente l’Iran sta perseguendo un programma nucleare civile, teso allo sviluppo di almeno una centrale nucleare (centrale di Bushehr), oltre che vari reattori di ricerca e centri di ricerca, i principali dei quali si trovano, oltre che a Tehran, ad Isfahan ed a Shiraz.
Per il funzionamento dell’impianto nucleare di Bushehr, i cui scopi “civili” sono accertati e non messi in dubbio da nessuno, l’Iran deve poter fabbricare o avere a disposizione combustibile nucleare. Questo è costituito da uranio, arricchito nella sua componente fissile (U-235) fino a circa il 3%. Teniamo conto che l’uranio naturale di cui l’Iran ha molti giacimenti, ha un arricchimento dello 0.7%, e non è quindi utilizzabile a scopi energetici senza prima essere arricchito. L’Iran ha pensato di dotarsi di tecnologie atte all’arricchimento dell’uranio, in modo da effettuare tutto il “ciclo del combustibile” in casa, senza ricorrere all’estero. Questo è abbastanza comprensibile, in una nazione da sempre abituata, data l’abbondanza di risorse quali petrolio e gas, a non dipendere dall’estero per i suoi approvvigionamenti energetici. Il programma nucleare iraniano risale ai tempi dello Scià: non si vede il motivo per cui una nazione come l’Iran, pur avendo petrolio e gas a volontà, debba rinunciare ad una tecnologia avanzata come quella nucleare, che già possiede e che sarebbe in grado di fornirle energia in forma pregiata, ovvero energia elettrica, cosa della quale l’Iran ha sicuramente bisogno.
Tornando al programma nucleare iraniano, la tecnologia di arricchimento della quale l’Iran si è dotato è quella dell’ultracentrifugazione, che è in quest’ambito una delle più moderne ed avanzate.
Teoricamente, l’ultracentrifugazione può essere utilizzata per spingere fino all’estremo l’arricchimento del combustibile, e passare dal 3% al 90%. Quindi si può dire che ogni nazione che possiede tecnologie nucleari, e sono svariate decine nel mondo, ha in teoria le potenzialità per fabbricare del combustibile a scopi bellici.
A questo punto va però detto che:
  • Il Trattato di Non Proliferazione (NPT), cui anche l’Iran aderisce, prevede ispezioni costanti da parte dell’IAEA di tutte le installazioni di rilevanza nucleare, proprio per evitare questo tipo di problemi
  • La fabbricazione di combustibile nucleare arricchito è comunque soltanto uno dei passi necessari a dotarsi di armamenti nucleari
Detto questo, dobbiamo chiarire che – a causa della situazione di tensione esistente e, non nascondiamocelo, anche a causa delle pressioni di Stati Uniti ed Europa, da un lato, e dell’atteggiamento del governo iraniano dall’altro - l’IAEA ha finito per richiedere all’Iran non soltanto di lasciar ispezionare le proprie installazioni nucleari, come tutti gli altri paesi, ma anche di interrompere qualunque procedimento di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. Questo, indipendentemente dal fatto che l’arricchimento sia a pretesi scopi pacifici oppure meno. Ciò è dovuto non a motivi tecnici, ma semplicemente al fatto che l’Iran non  è considerata una nazione affidabile da questo punto di vista e c’è il timore voglia conservare questa tecnologia per scopi bellici, contrariamente alle assicurazioni fornite.
L’Iran, irrigidendosi dinanzi a questa richiesta ritenuta eccessiva e rigida, a sua volta ha continuato a permettere ispezioni ai suoi impianti, ma non ha rinunciato all’arricchimento come punto di principio. Da qui il “deferimento” – abbastanza inevitabile date le premesse - dell’Iran al consiglio di sicurezza dell’ONU, i tentativi della Russia di far accettare all’Iran che l’arricchimento del combustibile per Bushehr venga svolto appunto in Russia piuttosto che  in Iran.
Questi, finora, sono i nudi fatti. Vediamone ora qualche interpretazione.
 
La IAEA deve, secondo il nostro parere, continuare nell’opera di mediazione che l’ha contraddistinta in questi mesi. Quest’opera di mediazione ha una possibilità di successo se le sanzioni che verranno comminate all’Iran dall’ONU non saranno troppo pesanti. Che qualche sanzione venga comminata, viste le premesse, appare inevitabile. Ci pare però che il discorso vada articolato secondo livelli diversi: un conto è imporre qualche sanzione ad una nazione “ribelle”, magari decretando l’embargo sulle forniture nucleari fino a quando non si troverà un accordo sulla questione dell’arricchimento. Un altro conto è pensare di sovvertire il governo di un paese scomodo, ingerendo pesantemente nella sua politica interna con metodi che una volta erano quelli che la CIA adottava in segreto, e che invece ora sono portati avanti alla luce del sole. Un altro conto ancora è pensare di bombardare un paese, soltanto in vista di una sua pretesa minaccia potenziale, mettendo in conto migliaia di vittime innocenti e – cosa da non sottovalutare – esponendo tutto l’occidente ai danni di una frattura insanabile con i paesi islamici. L’Iran, contrariamente a quanto alcuni vogliono farci credere, non è un paese inerme, non solo a livello militare, ma soprattutto a livello di relazioni con altri paesi dell’area. Non si tratta di un paese isolato, come potevano essere i regimi dei talebani e quello di Saddam Hussein nell’ultimo periodo.
 
Veniamo ora a qualche considerazione più generale sui corsi e ricorsi di questa pretesa minaccia nucleare, questa volta proveniente dall’Iran. L’utilizzo del mito dell’arma segreta, cioè della paura delle armi avversarie, ha avuto un grande sviluppo negli ultimi anni, dopo Adolf Hitler da una parte e il progetto Manhattan con l’atomica statunitense dall’altra. Stando a tempi recenti, da oltre mezzo secolo si paventa che organizzazioni terroristiche riescano a impadronirsi o addirittura a fabbricarsi una bomba atomica. Questo – come sanno bene gli esperti in questo campo – è tecnicamente così difficile da risultare in pratica impossibile: sono necessarie tecnologie e disponibilità di attrezzature che soltanto una organizzazione statale può avere a disposizione. Gli stati che possono farlo, poi, si contano sulle dita di una mano. L'Afghanistan, l’Iraq e altri  "stati canaglia" (secondo l’attuale delirante definizione) non sono mai stati – finora - effettivamente in grado. Gli unici paesi entrati surrettiziamente nel club atomico, ricordiamolo, sono l’India, il Pakistan e Israele, tutti e tre ampiamente collegati con l’orbita occidentale. La tecnologia nucleare gode di un’attenzione e di una sorveglianza strettissime;  l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha il compito di sorvegliare il funzionamento di ogni installazione nucleare esistente sulla faccia della Terra e – contrariamente a quanto sostengono gli scrittori di libri gialli – si ha una immagine precisissima dell’inventario di materiali radioattivi di potenziale interesse militare, e delle attività connesse, in ogni angolo del Pianeta. L’Iran, e sono parole queste del presidente dell’IAEA El-Baradei, ha finora dichiarato all’Agenzia ogni singolo grammo di materiale nucleare transitato o presente sul suo territorio.
 
Guardiamo adesso un attimo indietro e chiediamoci che ne è stato delle notizie circolate in questi anni, a partire dall'allarme sulla “atomica di Bin Laden”, per non parlare della tragicomica ricerca delle “armi di distruzione di massa” in Iraq. Attendiamo ancora una spiegazione dal governo britannico, relativamente al documento da loro emesso nel 2002[1], con tanto di ferma e trionfale premessa da parte del “Prime Minister, The Right Honourable Tony Blair MP”, che assicurava la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, incluse armi nucleari.  Altrettanto esempio di scienza d’accatto e a pagamento, sebbene più prevedibile e scontato, è stato l’analogo documento della CIA.[2]  Per non parlare, poi, del cosiddetto Nigergate: pare proprio – al di là delle rassicurazioni del nostro governo – che una delle principali “prove” della presunta e assolutamente falsa attività in campo nucleare dell’Iraq sia stata fabbricata dai servizi segreti italiani, mettendo a punto dei “dossier” taroccati che vennero creduti veri dalla Casa Bianca.
Questi “rapporti scientifici e di intelligence” vanno presi davvero con grande diffidenza: sono spesso delle semplici montature allarmistiche che fanno leva sulla grande sensibilità del pubblico e dei governi verso le questioni che hanno a che fare con la radioattività e il nucleare. Si sfruttano l'ignoranza e la disinformazione per generare panico e giustificare qualunque spesa o atto di guerra.
Chi scrive si è recato personalmente in Iran nell’aprile 2004, ha partecipato ai lavori di un convegno internazionale sull’energia nucleare organizzato con il supporto dell’IAEA, ha visitato il costruendo impianto nucleare iraniano di Bushehr e ha potuto verificare l’assoluta volontà – da parte dei colleghi iraniani – di fugare ogni dubbio sull’utilizzo pacifico dell’energia nucleare in quel paese.[3]
Certamente, è un fatto che il governo iraniano stia ultimamente cercando di strumentalizzare la questione  nucleare a scopi politici, principalmente per cementare il fronte interno e orientare il potenziale malcontento della popolazione verso un nemico esterno (l’occidente): si pensi alle dichiarazioni “a muso duro” del presidente iraniano e ognuno potrà capire quanto queste somiglino al “Dio stramaledica gli inglesi” che ci ha riguardato non più tardi di settant’anni fa, oppure a certe dichiarazioni sullo “scontro di civiltà” un poco più recenti.
 
Riflettiamo ancora su un ulteriore punto:  è proprio il ricorso allo spauracchio di grandi sviluppi militari da parte del cosiddetto “nemico” una delle grandi scuse di chi spinge sulla tecnologia militare e ci vuole precipitare in una guerra. Pensiamo infatti a coloro che apertamente si occupano di queste tecnologie, direttamente al soldo dell’apparato militare, o che tifano per la guerra in ogni circostanza. La motivazione “etica” che viene addotta è in questo caso la seguente: si è costretti a sviluppare nuove armi, o addirittura a fare la guerra preventiva per contrastare il nemico, che altrimenti distruggerà entro breve tempo il “mondo libero” (quale che sia, è sempre quello dove si sta, secondo la vecchia regola del Gott mit Uns). Dobbiamo essere in questo caso chiari e severi, definendo costoro come individui che hanno identificato nelle tecnologie militari o nella guerra la via più breve per fare carriera, per avere finanziamenti, per occuparsi impunemente dell’inutile, per sfogare poco nobili passioni ideologiche estreme, per acquisire risorse e potere, o per tutte queste cose messe insieme. Chi scrive non ha sempre un atteggiamento ghandiano, purtroppo, specialmente se posto davanti a casi di provata malafede, come in questo caso si possono riscontrare in entrambe le parti politiche coinvolte nella crisi iraniana, tuttavia è perfettamente appropriata, per concludere, una frase di Ghandi: “Rispondere alla brutalità con la brutalità equivale ad ammettere la propria bancarotta intellettuale e morale”. Aggiungiamo anche un passo del tanto vituperato (da coloro che non l’hanno mai letto) Corano: “Se il tuo nemico prepara la pace, tu fai lo stesso”. Ci pensino bene i cantori della guerra ad ogni costo, da qualuque parte essi si trovino.
 


[1] “Iraq's weapons on mass destruction. The assessment of the British Government”. Reperibile sul sito ufficiale del governo britannico:  http://www.number-10.gov.uk/files/pdf/iraqdossier.pdf
[3] Second International Conference on Nuclear Science and Technology in Iran, Shiraz, April 2004.
 
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Iran