21/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Ollanta Humala, ex colonnello nazionalista, è uno dei favoriti per le presidenziali peruviane
scritto per noi da
Maurizio Campisi
 
Ollanta Humala, candidato alle presidenziali 2006Si chiama Ollanta Humala lo spauracchio delle prossime elezioni del 9 aprile in Perù. Nazionalista, nemico della globalizzazione e anticileno, Humala, 43 anni, è un ex colonnello che, lo dice lui, non ha mai perso l’interesse per le armi e per le azioni militari.
Invece di impaurire, attira simpatie aumentando giorno dopo giorno la sua percentuale nei sondaggi, attingendo da quei settori popolari che vedono in lui un cacicco a metà tra Hugo Chávez ed Evo Morales.
 
Chavez e HumalaSguardo al passato. Ollanta Humala è però differente. Nelle sue arringhe i diritti delle popolazioni andine o le pari opportunità rimangono al margine, sopraffatti dalle rivendicazioni per un Perù dal destino manifesto, chiamato ad un ruolo da mattatore in America Latina.
Eroe della guerra con l’Ecuador, Humala anche ora che ha smesso l’uniforme, ha linguaggio e modi da soldato. Vuole nazionalizzare le risorse naturali del Paese e, seguendo un’ideologia indigenista spinta all’estremo, creare una nazione dove l’etnia autoctona si riprenda i posti chiave nell’amministrazione dello Stato. L’elettorato più intransigente, quello che vive nella miseria dei “pueblos nuevos” o nella desolazione della sierra, lo applaude. Nemmeno le circostanziate accuse di avere torturato dei prigionieri di Sendero Luminoso lo hanno smosso dal 30% delle intenzioni di voto che lo piazzano a ridosso di Lourdes Flores, la candidata centrista che sembrava avviata ad una vittoria sicura.
 
Flores, candidata alla presidenzaTutto in famiglia. “Quello di cui ha bisogno il Perù sono Forze Armate moralmente forti e fisicamente dissuasive” ha dichiarato in una delle ultime conferenze stampa. C’è da credergli, visto che il fratello Antauro l’anno scorso ha dato vita alla presa di Andahuaylas, cittadina dell’altopiano, in un’azione di forza che era costata otto morti. Ollanta ed Antauro, il primo che vuole essere presidente e l’altro ora in galera, hanno seguito per anni la stessa carriera e lo stesso pensiero, radicato in loro dal padre, Isaac: l’etnocacerismo, una creazione ibrida che mischia l’indigenismo a un forte sentimento nazionalista. Il movimento deve il nome al generale Andrés Cáceres, un militare che alla fine del XIX secolo aveva combattuto, senza esito, l’esercito cileno. Non è un caso che tra le pretese degli etnocaceristi ci sia la restituzione della grossa fetta di territorio che il Cile, considerato potenza imperialista, ha tolto al Perù durante quel lontano conflitto.
 
Indigeno peruvianoLa speranza dei delusi. I peruviani cercano insomma una rivincita, non importa da dove questa venga. Il deficitario governo di Alejandro Toledo non ha fatto altro che acuire la voglia di riscatto di un Paese che deve fare i conti con un diffuso pessimismo. Controllata nell’ultimo anno l’inflazione, Toledo non è riuscito ad offrire molto di più: la disoccupazione è aumentata, non ci sono state le riforme promesse e i casi di corruzione nel governo sono stati all’ordine del giorno. Nel 2001 anche Toledo aveva fatto ricorso all’immaginario popolare per smuovere l’elettorato. I riferimenti all’indigenismo, l’autoincoronarsi guida dei popoli andini ripercorrendo le gesta dell’epico guerriero inca Pachakutek, gli servirono su un piatto d’argento la presidenza. I cinque anni che ne sono seguiti, però, sono stati tutt’altro che rosei. Toledo ha addirittura mandato i carri armati ad Arequipa per reprimere una protesta cittadina.
 
FujimoriDisimparare dagli errori. Eppure, non sembra che i peruviani abbiano appreso la lezione. Colpa forse della proposta politica degli altri candidati e della frammentazione delle forze in campo. Il centro si divide tra Lourdes Flores, che perse nelle elezioni precedenti con Toledo, e Valentín Paniagua, il pacato burocrate che riuscì nella difficile impresa di traghettare, come presidente di transizione, il Perù del post-Fujimori alla democrazia. Nel calderone dei candidati c’è posto anche per Alan García, appesantito dagli anni, ma sempre sorretto dalla proverbiale dialettica. Su di lui pesa però una presidenza disastrosa che, venti anni fa, portò il Paese al bordo della rovina. Gli ultimi sondaggi danno la Flores con un solo punto percentuale di vantaggio su Humala. I margini di differenza sono così minimi che rendono plausibile il ricorso al ballottaggio.
Chi gongola è Alberto Fujimori. Dalla sua prigione all’acqua di rose di Santiago, con l’estradizione che viene rinviata di giorno in giorno, istruisce i suoi sostenitori per conquistare più seggi possibile nel Congresso. Il suo piano è quello di trasformarsi da sconfitto a eroe e, dati i precedenti della politica peruviana, anche questo sarà presto possibile. 
Categoria: Politica
Luogo: Perù