Ollanta Humala, ex colonnello nazionalista, è uno dei favoriti per le presidenziali peruviane
scritto per noi da
Maurizio Campisi

Si chiama Ollanta
Humala lo spauracchio delle prossime elezioni del 9 aprile in Perù.
Nazionalista, nemico della globalizzazione e anticileno, Humala, 43 anni, è un
ex colonnello che, lo dice lui, non ha mai perso l’interesse per le armi e per
le azioni militari.
Invece di impaurire,
attira simpatie aumentando giorno dopo giorno la sua percentuale nei sondaggi,
attingendo da quei settori popolari che vedono in lui un cacicco a metà tra
Hugo Chávez ed Evo Morales.
Sguardo al passato. Ollanta Humala è però differente. Nelle sue
arringhe i diritti delle popolazioni andine o le pari opportunità rimangono al
margine, sopraffatti dalle rivendicazioni per un Perù dal destino manifesto,
chiamato ad un ruolo da mattatore in America Latina.
Eroe della guerra con
l’Ecuador, Humala anche ora che ha smesso l’uniforme, ha linguaggio e modi da
soldato. Vuole nazionalizzare le risorse naturali del Paese e, seguendo
un’ideologia indigenista spinta all’estremo, creare una nazione dove l’etnia
autoctona si riprenda i posti chiave nell’amministrazione dello Stato.
L’elettorato più intransigente, quello che vive nella miseria dei “pueblos
nuevos” o nella desolazione della sierra, lo applaude. Nemmeno le
circostanziate accuse di avere torturato dei prigionieri di Sendero Luminoso lo
hanno smosso dal 30% delle intenzioni di voto che lo piazzano a ridosso di
Lourdes Flores, la candidata centrista che sembrava avviata ad una vittoria
sicura.
Tutto in famiglia. “Quello di cui ha
bisogno il Perù sono Forze Armate moralmente forti e fisicamente
dissuasive” ha dichiarato in una delle ultime conferenze stampa. C’è da
credergli, visto che il fratello Antauro l’anno scorso ha dato vita alla presa
di Andahuaylas, cittadina dell’altopiano, in un’azione di forza che era costata
otto morti. Ollanta ed Antauro, il primo che vuole essere presidente e l’altro
ora in galera, hanno seguito per anni la stessa carriera e lo stesso pensiero,
radicato in loro dal padre, Isaac: l’etnocacerismo, una creazione ibrida che
mischia l’indigenismo a un forte sentimento nazionalista. Il movimento deve il
nome al generale Andrés Cáceres, un militare che alla fine del XIX secolo aveva
combattuto, senza esito, l’esercito cileno. Non è un caso che tra le pretese
degli etnocaceristi ci sia la restituzione della grossa fetta di territorio che
il Cile, considerato potenza imperialista, ha tolto al Perù durante quel
lontano conflitto.
La speranza dei delusi. I peruviani cercano
insomma una rivincita, non importa da dove questa venga. Il deficitario governo
di Alejandro Toledo non ha fatto altro che acuire la voglia di riscatto di un
Paese che deve fare i conti con un diffuso pessimismo. Controllata nell’ultimo
anno l’inflazione, Toledo non è riuscito ad offrire molto di più: la
disoccupazione è aumentata, non ci sono state le riforme promesse e i casi di
corruzione nel governo sono stati all’ordine del giorno. Nel 2001 anche Toledo
aveva fatto ricorso all’immaginario popolare per smuovere l’elettorato. I
riferimenti all’indigenismo, l’autoincoronarsi guida dei popoli andini
ripercorrendo le gesta dell’epico guerriero inca Pachakutek, gli servirono su
un piatto d’argento la presidenza. I cinque anni che ne sono seguiti, però,
sono stati tutt’altro che rosei. Toledo ha addirittura mandato i carri armati
ad Arequipa per reprimere una protesta cittadina.
Disimparare dagli errori. Eppure, non sembra che
i peruviani abbiano appreso la lezione. Colpa forse della proposta politica
degli altri candidati e della frammentazione delle forze in campo. Il centro si
divide tra Lourdes Flores, che perse nelle elezioni precedenti con Toledo, e
Valentín Paniagua, il pacato burocrate che riuscì nella difficile impresa di
traghettare, come presidente di transizione, il Perù del post-Fujimori alla
democrazia. Nel calderone dei candidati c’è posto anche per Alan García,
appesantito dagli anni, ma sempre sorretto dalla proverbiale dialettica. Su di
lui pesa però una presidenza disastrosa che, venti anni fa, portò il Paese al
bordo della rovina. Gli ultimi sondaggi danno la Flores con un solo punto
percentuale di vantaggio su Humala. I margini di differenza sono così minimi
che rendono plausibile il ricorso al ballottaggio.
Chi gongola è Alberto
Fujimori. Dalla sua prigione all’acqua di rose di Santiago, con l’estradizione
che viene rinviata di giorno in giorno, istruisce i suoi sostenitori per
conquistare più seggi possibile nel Congresso. Il suo piano è quello di
trasformarsi da sconfitto a eroe e, dati i precedenti della politica peruviana,
anche questo sarà presto possibile.