Il film di Clooney fa riferimento a persone reali e fatti veramente accaduti. Ve li sveliamo
Syriana, il film che ha fruttato a George Clooney l’Oscar come miglior attore
non protagonista, denuncia gli intrecci e gli intrighi della politica estera degli
Stati Uniti raccontando storie apparentemente immaginarie, verosimili ma che non
sembrano riferite a persone reali e a fatti veramente accaduti. Invece non è così.
La sceneggiatura – che tutti sanno essere ispirata alla biografia dell’
ex agente Cia, Robert Baer – prende spunto da vicende storiche ben precise. Non c’è nulla di inventato,
ma solo un’operazione di camuffamento.
Questo vale per la storia dell’uccisione del giovane pretendente al trono dell’emirato
del Golfo, così come per quella dei loschi affari petroliferi di una compagnia
americana in Kazakistan.
Perché il titolo ‘Siriana’? Partiamo da qui: perché hanno intitolato il film ‘Syriana’ se la Siria è uno
dei pochi paesi che non viene mai citato nella storia? Le risposte a questa domanda
sono vaghe e poco convincenti. Tranne una, che si trova tra le pieghe della storia
recente della Siria.
Nel film il trono di un vecchio emiro è conteso tra il principe Nasir e suo fratello.
Il primo, progressista, riformista, sensibile agli interessi del proprio popolo
ma poco a quelli americani, viene ucciso dalla Cia con un missile lanciato contro
la sua auto mentre viaggia verso il palazzo reale. Cosicché suo fratello, interessato
solo allo sfarzo e al potere reale ma accondiscendente verso gli interessi Usa,
eredita il trono paterno.
La vera storia del principe buono assassinato. Questa storia è la trasposizione cinematografica di un evento reale che, seppur
poco noto, ha segnato la storia della Siria. Da qui il titolo del film.
Si tratta dell’omicidio, ancora oggi avvolto nel mistero, di Basil Assad, figlio
dell’ex presidente siriano Hafez destinato alla sua successione e fratello dell’attuale
presidente, Bashar Assad.
Basil, bello, carismatico e amato dal suo popolo, era stato avviato sin dalla
giovane età alla carriera militare ed era il rampollo della famiglia Assad predestinato
alla successione. Godeva dell’appoggio della gerarchia militare e le sue innate
capacità di governo erano esaltate in tutta la propaganda del regime di Damasco.
Suo fratello Bashar, invece, era stato mandato a Londra a studiare oftalmologia.
Basil venne ucciso nel 1994 mentre guidava la sua auto sportiva sulla strada che
collega Damasco all’aeroporto cittadino.
L’identità dei mandanti dell’omicidio non è mai stata accertata.
La pista più pubblicizzata fu quella della rivalità personale che individuava
il mandante dell’assassinio nel capo delle forze di sicurezza siriane Asef Shawkat,
il quale aspirava a salire ai vertici del regime e a sposare la sorella di Basil,
Bushra. Entrambe ipotesi osteggiate da Basil, che per questo sarebbe stato eliminato.
Morto lui, Shawkat sposò Bushra e divenne capo dei servizi segreti siriani. Una
carica che ancora occupava il 12 febbraio del 2005, quando proprio su mandato
dei servizi siriani, sul lungomare di Beirut venne ucciso Rafiq Hariri.
Ma a Damasco circolava con insistenza anche l’ipotesi di un complotto ordito
da potenze straniere per impedire la continuazione del regime della famiglia alawita
degli Assad, tant’è che alla morte del padre Hafez, il fratello di Basil, Bashar,
dovette formarsi in tutta fretta alla carriera militare così da poter ereditare
la leadership del paese.
Petrolio, corruzione e Cia. Altro asse portante del film è l’inchiesta per corruzione che il Dipartimento
della Giustizia conduce sulla sospetta acquisizione dei diritti di sfruttamento
di un ricchissimo giacimento petrolifero in Kazakistan da parte di una piccola
compagnia petrolifera texana, la Killen. L’artefice dell’operazione economica
è il personaggio più enigmatico e oscuro del film: il cinico Danny Dalton, consulente
della Killen ben introdotto negli ambienti politici di Washington. E’ lui che,
corrompendo i governanti del Kazakistan con grandi quantità di denaro versate
sui loro conti svizzeri, riesce a far andare in porto l’affare. Parlando con Bennet
Holiday, l’avvocato di colore che cerca di insabbiare le prove di corruzione che
farebbero saltare l’affare, Dalton dà una lezione teorica di machiavellismo che
rappresenta una delle scene madri del film: “La corruzione – dice Dalton – è l’intrusione
del governo con le sue regole nei rendimenti del mercato. Questo dice Milton Friedman. Ha avuto un dannato Premio Nobel. Abbiamo leggi apposta per farla franca. La
corruzione
è la nostra protezione. La corruzione ci tiene al sicuro e al caldo. La corruzione
è la ragione per cui io e te andiamo in giro dandoci delle arie invece di batterci
nelle strade per degli avanzi di carne. La corruzione…. è la ragione della nostra
vittoria”. Grazie all’intervento dei poteri forti di Washington interessati a
garantire l’accesso americano al petrolio centrasiatico, alla fine Dalton e la
Killen – diventata nel frattempo Connex-Killen dopo l’acquisizione da parte della
più grande Connex – la fanno franca.
Il Kazakhgate. A quanto pare, nessuno si è accorto che Danny Dalton è la trasposizione cinematografica
di un personaggio reale, citato tra l’altro nel libro dell’ex agente Cia da cui
il film è tratto. E che tutta la vicenda giudiziaria della Killen e dei suoi loschi
affari in Kazakistan fanno riferimento a eventi realmente accaduti. Eventi che
sono stati al centro di un grosso scandalo giudiziario americano che ha avuto
poca pubblicità proprio per la sua scomodità. E che alla fine è stato insabbiato
grazie all’intervento del governo. Parliamo del ‘Kazakhgate’ che ha coinvolto
la compagnia petrolifera Mobil (la Killen del film) e il ‘mediatore’ James Giffen
(il Danny Dalton di Syriana).
Nel 1996, con un colpo da maestro, la Mobil è riuscita ad aggiudicarsi il 25
per cento delle concessioni di sfruttamento del giacimento kazako di Tengiz (un
tesoro da 6 miliardi di barili) grazie all’intermediazione del banchiere d’affari
newyorkese James Giffen, direttore della società di consulenze Mercator Corporation
e grande amico del dittatore kazako Nursultan Nazarbayev. Corrompendo i governanti
del Kazakistan con una tangente di 72 milioni di dollari versati sui loro conti
svizzeri, Giffen è riuscito a far andare in porto l’affare della Mobil. Nel 2003
il Dipartimento di Giustizia ha accusato Giffen di violazione delle leggi americane
sulla corruzione internazionale. Ma il procedimento contro di lui è stato bloccato
dopo la discesa in campo della stessa Cia, che nel 2004 ha dichiarato che Giffen
era un collaboratore dell’agenzia di spionaggio Usa fin dal 1984 e che tutte le
sue operazioni sono da considerarsi legali in quanto godevano del consenso del
governo degli Stati Uniti. Le indagini non hanno quindi fatto nemmeno in tempo
a sfiorare la Mobil, diventata nel frattempo Exxon-Mobil dopo l’acquisizione da
parte della più grande Exxon. Proprio come nel film.
Enrico Piovesana
Naoki Tomasini