
Siamo nel cuore della selva, sugli altopiani della
Cordigliera centrale. La lunga conversazione con uno dei nove comandanti delle
Forze armate rivoluzionarie della Colombia inizia a mezzogiorno di una calda
domenica di fine gennaio. Pastor Alape è a capo del blocco del Magdalena Medio,
un'ampia regione che si estende dal centro al nordest del paese, seguendo il
corso dell'omonimo fiume, culla di molte delle zone più calde di una guerra che
da quaranta anni insanguina la Colombia.
Ha circa 45 anni e da quasi trenta fa il
guerrigliero. Il suo sguardo è duro, ma la sua ironia è bonaria. Parla in
maniera fluente, a lungo, con fare gentile. Il suo scandire ogni singola parola
tradisce l'attitudine al comando e le sue frasi suonano come comunicati
ufficiali. E' seduto a un tavolo di legno, sotto una tenda mimetica agganciata
ai fitti rami. La conversazione

è disturbata da canti di uccelli, grida di
scimmie, il gorgoglio delle acque in un susseguirsi di cascate. E alcune voci:
una decina di guerriglieri e guerrigliere intenti a lavorare. Chi spacca la
legna, chi cucina, chi fa il bucato. In lontananza qualche sparo.
Alape indossa un basco nero, adornato da una spilla
centrale raffigurante la Colombia. Sta maneggiando un computer portatile di
ultima generazione, occhiali calati sul naso. Sparpagliati qua e là un palmare,
con la sua tastiera pieghevole che scompare in una piccola scatola quadrata,
due cellulari e un satellitare. Alla sua sinistra tre libri accatastati: Cent'anni
di solitudine di Garcia Marquez, Le vene aperte dell'America Latina di
Galeano e la Divina Commedia.
Complimenti per le sue letture. Che sorpresa
trovare il Sommo Poeta anche quassù.
In che mani, eh? - ride di cuore - Ma non
stupitevi, anche noi guerriglieri leggiamo. E non solo Marx, Engels, Gramsci,
Bolivar, Che Guevara o Mao Tse Tung. Ci dilettiamo con la poesia di Neruda e
con L'insostenibile leggerezza dell'essere di Kundera. Affrontiamo la
Bibbia e l'Odissea, sogniamo con Saramago e Marquez. Leggiamo Cervantes e
Tolstoij. Adoriamo Boccaccio, ci diverte. E Dante, quanto impegno per seguirlo.
Essere aperti alla cultura è basilare, anche quassù. Anzi, una mentalità
elastica è fondamentale per recepire i principi rivoluzionari e coltivarli. Ma
accomodatevi. Siete miei ospiti.
Possiamo farle tutte le domande che voglio?
Certo. Pensate che vi abbia fatto fare un'arrampicata
di quattro ore in groppa a un mulo per niente? Le Farc non hanno niente da
nascondere.
A parte oltre tremila sequestrati.
La guerra è disumana. Non fa sconti. E i
rapimenti sono una delle più brutali regole di questo gioco. Privare della
libertà un essere umano è straziante. Ma non abbiamo scelta. Combattiamo per
cambiare la Colombia, che da sempre è sfruttata, violentata, derubata dai pochi
potenti colombiani che si spartiscono la torta con i soliti noti
internazionali. Non ci restava che piegare la testa o lottare.
Per forza con le armi?
In un paese dove l'opposizione politica è da sempre
annichilita da minacce, omicidi, stragi, sì, per forza con le armi.
Ma come potete pretendere di cambiare un Paese,
strappando alla loro vita padri e madri di famiglia, per anni?
Ci sono due tipi di rapimenti. Quelli per costringere la
gente a rispettare l'imposta rivoluzionaria – che condiziona anche le merci,
coca compresa, e che sembra assicurarli un giro di denaro che si aggira fra i
200 e i 350 milioni di dollari - e quelli politici. I primi terminano con il
pagamento del riscatto mentre i politici ci servono. Secondo la legge delle
Farc, chiunque si candidi a ricoprire cariche di potere in questo sistema di
governo da abbattere è un nemico. E averli nelle nostre mani è un punto di
forza per noi. Sono merce preziosa per gli scambi umanitari, per riavere
indietro i nostri compagni catturati dall'esercito.
In questi giorni cade il quarto anniversario del
rapimento della franco-colombiana Ingrid Betancourt, la sequestrata delle Farc
più famosa al mondo. Poco tempo fa ho potuto incontrare sua figlia, Melanie. La
domanda che più l'assilla è perché proprio sua madre, perché rapire la
candidata presidenziale che, almeno sulla carta, era la meno lontana dalla
vostra visione di una Colombia ideale?
Perchè è capitata nel posto sbagliato al
momento sbagliato. Niente di quel rapimento era programmato. La zona in cui
Ingrid Betancourt aveva scelto di viaggiare quel 23 febbraio 2002 era la più
rischiosa. San Vicente del Caguan, stato del Caqueta, dal gennaio 1999 era
teatro dei colloqui di pace fra noi e il governo di Andres Pastrana.
Esattamente tre giorni prima del rapimento, le trattative franarono
miseramente. Il governo spedì migliaia di soldati per riprendere possesso del
territorio. Cominciarono pesanti bombardamenti. Distrussero ponti, accampamenti
e un centro di primo soccorso. Noi tornammo in tutta fretta verso i monti.
E alcuni guerriglieri si imbatterono nell'auto
della Betancourt.
E' passata e l'abbiamo presa. E' un politico, ripeto.
E quindi è un bottino importante per noi.
Non si sente di dire niente a Melanie, alla sua
famiglia?
L'unica cosa da dire è che trattiamo Ingrid e tutti
gli altri prigionieri con rispetto. Fisicamente stanno bene. Camminano molto,
questo sì. Li spostiamo continuamente. Tutti noi viviamo così. Ma
l'alimentazione è regolare e per qualsiasi problema di salute abbiamo medici,
infermieri, medicine, centri di salute mobili. Quando possono riposarsi leggono
e ascoltano la radio, anche l’emittente Caracol con i messaggi dei familiari.
Capisco l'angoscia dei loro cari, ma siamo in guerra. L’unica speranza per loro
di riabbracciarli presto è che il presidente Alvaro Uribe non venga rieletto e
che il prossimo presidente accetti le condizioni per uno scambio umanitario,
che noi delle Farc andiamo proponendo da anni. La logica rivoluzionaria non ci
permette di avere bambini, non possiamo crescerli tra fucili e pallottole, ma
rispettiamo il dolore dei figli.
Perché allora li reclutate? Che ci dice dei
bambini-soldato?
Eh no. Sono generalizzazioni inculcate dalla stampa
che manipola la verità. La nostra legge parla chiaro: reclutiamo persone dai 16
ai 30 anni. Con eccezioni, naturalmente.
Se ci troviamo di fronte a bambini
orfani per la violenza di esercito e paramilitari, li prendiamo con noi,
formandoli, facendoli studiare e insegnando loro la lotta per un futuro
migliore. Diamo loro una speranza.
Lei sembra sicuro. Ma Uribe dice che la guerriglia
è ridotta a un manipolo di terroristi, senza speranza di vittoria.
Se è per questo Uribe e i suoi burattinai della Casa
Bianca dicono pure che siamo solo dei corrotti narcotrafficanti. E' propaganda.
E' lui l'unico narcoterrorista qui. Ha militarizzato il paese. Sta coprendo
crimini e massacri contro centinaia di poveri contadini. Continua a finanziare
i paramilitari, che finge di smobilitare, ma che in realtà sta trasformando in
loschi miliziani pronti a far tutto per soldi. Specialmente a gestire il
mercato della cocaina. E, nel frattempo, ruba e svende le immense risorse di
questo paese alle multinazionali. E'
l'ora che qualcuno lo dica questo. Voi giornalisti dite raramente la verità
Quindi vuol dire che le Farc non trafficano la
cocaina e non uccidono i civili?
Noi prendiamo un'imposta sulle foglie di coca che i
contadini vendono ai narcotrafficanti. Non vendiamo cocaina. E riguardo ai
civili: volontariamente non uccidiamo la gente innocente. Ma siamo in guerra,
e
durante gli scontri a fuoco col nemico capita che muoiano anche umili
contadini. Ma sono gli effetti collaterali di ogni conflitto. Ripeto, le guerre
sono brutali.
Ma voi usate le mine anti-uomo. E quelle uccidono molti
civili. Persino tanti bambini. Molte statistiche dicono che in Colombia una
persona al giorno salta su una mina.
In guerra ci tocca applicare tutto quello che ci permette
di difenderci. Quindi usiamo anche le mine. Le costruiamo da soli. Sono
economiche. Sono l'arma dei poveri. Ed è anche vero che ogni tanto capita che
qualche civile venga ferito. Ma si tratta sempre di incidenti. Certo non è
molto etico, ma sbagliano le bombe intelligenti del ricco impero della guerra,
può sbagliare un contadino-guerrigliero che deve difendersi per sopravvivere.
E
comunque, non si può generalizzare. Si devono analizzare i singoli contesti
prima di giudicare. Noi raccogliamo sempre i nostri ordigni inesplosi. La
nostra casa è la selva. Se ogni volta che abbiamo teso una trappola al nemico
minando una zona avessimo lasciato le bombe inesplose, adesso saremmo in
gabbia. E poi l'esplosivo costa, non possiamo permetterci di sprecarlo.
E allora come mai una persona al giorno salta su una mina
in questo paese? di chi sono?
Non siamo certo solo noi a usarle. Ma ci prendiamo le
nostre responsabilità. Sono errori. Ripeto. Qualche volta ci sbagliamo.