Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna
Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale
dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che
hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una
struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e
successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo
tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza
casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto
un campo profughi sviluppato in verticale.
4 puntata. Fa caldo oggi, sembra primavera a
Beirut, e sotto il sole di mezzogiorno gli odori si fanno più forti. Il mercato
a Sabra brulica di persone e il vocio continuo crea un sottofondo lacerato
dagli acuti dei claxon o dalle urla di
chi vende a meno. Lo attraverso, saltando rivoli di acqua e sangue che in
alcuni punti si sono accumulati nelle buche: una macelleria ha appena ucciso un
montone sul pavimento e un uomo lo sciacqua a terra con una pompa che scarica
in strada.

Sono in compagnia di Zuhur, donna
energica ed infaticabile che a volte mi accompagna a conoscere nuove famiglie
per raccoglierne le testimonianze; le donne si raccontano e lei traduce. Zuhur
è una delle assistenti sociali di Beit Atfal Assomoud al campo di Chatila,
abita proprio di fronte, al Gaza Hospital e conosce veramente tutti al suo
interno… ancora non l’ho fatto, ma un giorno raccoglierò anche la sua storia.
Sono più di venti anni che lavora con l’associazione, ha studiato lingue e il
suo sogno è fare l’insegnante di inglese all’università, ma è palestinese e in
Libano non le è concesso. Siamo appena usciti dall’edificio
numero 2 del Gaza Hospital, quello ad Est; ho conosciuto Fatimeh, che ci ha
ricevuto vestita di bianco: poche ore ancora e sarebbe partita per il
pellegrinaggio alla Mecca. Così, tra il movimento continuo delle persone che
arrivano per salutarla, registro i suoi racconti; non lo ha mai concesso a
nessuno, anche se glielo hanno chiesto molte volte: questa è la prima
intervista in video che fa… ma di lei scriverò un’altra volta, ora vorrei dire
dell’incontro con la signora Elham Yaacoub, dove mi sono diretto quando ho
salutato Zuhur nel mezzo del mercato.
Giù
per la strada di Chatila, passato il cimitero che oggi ha il cancello aperto,
e
poi a sinistra verso Ghobeiri, c’è l’Acca Hospital. “Era un luogo molto
pericoloso durante la Guerra
dei Campi” mi ha detto prima Zuhur, e
il perché è facile capirlo: un ospedale della Mezzaluna Rossa Palestinese,
vicino a Chatila ma fuori dal campo, con i cecchini di Amal appostati nelle
vicinanze.
Elham mi riceve nel suo ufficio, al
secondo piano dell’ospedale, che a differenza del Gaza è rimasto in funzione.
Neon al soffitto e pareti bianche, una grande finestra alle sue spalle; si
scusa perché non ha molto tempo, è cordiale ma sbrigativa, va diretta al
dunque. “Come posso esserti utile?”.
Sinteticamente le spiego il progetto e
lei si mette a disposizione per aiutarmi... il tempo si ferma e la fretta
scompare, anche se solo temporaneamente.
Elham ha lavorato al Gaza Hospital da
prima dell’invasione israeliana fino alla fine della Guerra dei Campi, quella
che ha segnato la fine dell’ospedale stesso. Non lo sapevo, sono arrivato a lei
perché ora occupa un ruolo importante all’interno della Mezzaluna Rossa
Palestinese in Libano.
Prende a raccontare, cerca di farlo in
modo tecnico, ma l’emozione si insinua
nei silenzi, le parole invece la fuggono.
Comincia così, semplicemente prendendo
un foglio bianco e disegnandoci sopra la pianta dell’edificio. Fa un grande
quadrato con una strada che gli gira intorno, segna un cerchio per indicarmi
dov’è il mercato.
“Vedi, questa era la parte Est, quella
operativa dove c’era la clinica e un reparto chirurgia molto attrezzato; qui
c’era l’ingresso per le auto e accanto la zona di emergenza… e questo era il
mio ufficio, proprio qui.
All’epoca
l’ospedale lavorava così bene da reggere il paragone con l’Università Americana
di Beirut”. Continua a parlare
disegnando e la pianta prende forma, posso riconoscere la struttura ma non il
suo utilizzo, tanto meno il significato che ha per lei quello schizzo.
Il Gaza Hospital nasce in una posizione
strategica e negli anni settanta e ottanta era l'edificio più alto della zona;
ecco perchè per un periodo della Guerra dei Campi le milizie sciite di Amal lo
avevano occupato e dal suo tetto sparavano su
Chatila, proprio dal palazzo del quale mi parla ora Elham, all'ottavo
piano dove abita Fatimeh. Sì perchè la zona Ovest, quella dove Abu Marher vive,
come anche Abed e Umm Farhid, era in costruzione durante l'invasione israeliana
e non è mai stata terminata.
“Era
un grande ospedale”, mi dice Elham, confermandomi l'opinione comune, c'erano
molti reparti dei quali alcuni altamente specializzati, 1500 era il numero di
letti. “Sai, se fai un lavoro come
questo... in queste condizioni - continua Elham - arriva un certo momento che
non vorresti, ma devi congelare le emozioni. Se non lo fai, dopo quello che i
nostri occhi hanno visto in quei giorni, nei giorni dell'invasione e del
massacro, non riesci ad andare avanti. Dopo quello che abbiamo visto...”. Dalle
sue
parole traspare un legame molto forte con quel luogo, con il significato stesso
del suo lavoro. Già, e per farlo devi controllare l'emotività, cerca di farmi
capire Elham, perché quello che ha attraversato in quei giorni le corsie
dell'ospedale è rimasto come un segno indelebile in chi lo ha vissuto. Solo
persone coraggiose e con un grande senso della responsabilità potevano riuscire
a fronteggiare quella situazione. La stima profonda che nutro per tutti loro è
qualcosa che mi scuote, ma non so descriverla. Elham
non è più ritornata al Gaza Hospital da quando è stato bruciato, non riesce
ancora a capire come si possa colpire in quel modo un ospedale. “Voglio
ricordarlo com’era, preservare la sua immagine di un tempo… rientrarci ora
sarebbe per me troppo doloroso”, mi dice
salutandomi; l'emozione affiora e il suo non voler tornare mi colpisce. Mi alzo
e cordialmente ringrazio;
rimarremo in contatto, la Mezzaluna Rossa Palestinese ha un archivio e Elham mi
aiuterà nella ricerca dei materiali di documentazione. Esco e
cammino, avrei dovuto prendere un service per Hamra, ma cammino... magari lo prendo più avanti.
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc