19/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



4 puntata: Elham
Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura che è stata nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale.

 
4 puntata. Fa caldo oggi, sembra primavera a Beirut, e sotto il sole di mezzogiorno gli odori si fanno più forti. Il mercato a Sabra brulica di persone e il vocio continuo crea un sottofondo lacerato dagli acuti dei  claxon o dalle urla di chi vende a meno. Lo attraverso, saltando rivoli di acqua e sangue che in alcuni punti si sono accumulati nelle buche: una macelleria ha appena ucciso un montone sul pavimento e un uomo lo sciacqua a terra con una pompa che scarica in strada.
 
profughi che vivono nel gaza hospitalSono in compagnia di Zuhur, donna energica ed infaticabile che a volte mi accompagna a conoscere nuove famiglie per raccoglierne le testimonianze; le donne si raccontano e lei traduce. Zuhur è una delle assistenti sociali di Beit Atfal Assomoud al campo di Chatila, abita proprio di fronte, al Gaza Hospital e conosce veramente tutti al suo interno… ancora non l’ho fatto, ma un giorno raccoglierò anche la sua storia. Sono più di venti anni che lavora con l’associazione, ha studiato lingue e il suo sogno è fare l’insegnante di inglese all’università, ma è palestinese e in Libano non le è concesso. Siamo appena usciti dall’edificio numero 2 del Gaza Hospital, quello ad Est; ho conosciuto Fatimeh, che ci ha ricevuto vestita di bianco: poche ore ancora e sarebbe partita per il pellegrinaggio alla Mecca. Così, tra il movimento continuo delle persone che arrivano per salutarla, registro i suoi racconti; non lo ha mai concesso a nessuno, anche se glielo hanno chiesto molte volte: questa è la prima intervista in video che fa… ma di lei scriverò un’altra volta, ora vorrei dire dell’incontro con la signora Elham Yaacoub, dove mi sono diretto quando ho salutato Zuhur nel mezzo del mercato.
 
Giù per la strada di Chatila, passato il cimitero che oggi ha il cancello aperto, e poi a sinistra verso Ghobeiri, c’è l’Acca Hospital. “Era un luogo  molto pericoloso  durante la  Guerra  dei  Campi”  mi ha  detto prima Zuhur, e il perché è facile capirlo: un ospedale della Mezzaluna Rossa Palestinese, vicino a Chatila ma fuori dal campo, con i cecchini di Amal appostati nelle vicinanze.
Elham mi riceve nel suo ufficio, al secondo piano dell’ospedale, che a differenza del Gaza è rimasto in funzione. Neon al soffitto e pareti bianche, una grande finestra alle sue spalle; si scusa perché non ha molto tempo, è cordiale ma sbrigativa, va diretta al dunque. “Come posso esserti utile?”.
Sinteticamente le spiego il progetto e lei si mette a disposizione per aiutarmi... il tempo si ferma e la fretta scompare, anche se solo temporaneamente.
Elham ha lavorato al Gaza Hospital da prima dell’invasione israeliana fino alla fine della Guerra dei Campi, quella che ha segnato la fine dell’ospedale stesso. Non lo sapevo, sono arrivato a lei perché ora occupa un ruolo importante all’interno della Mezzaluna Rossa Palestinese in Libano.
Prende a raccontare, cerca di farlo in modo tecnico,  ma l’emozione si insinua nei silenzi, le parole invece la fuggono.
 
Comincia così, semplicemente prendendo un foglio bianco e disegnandoci sopra la pianta dell’edificio. Fa un grande quadrato con una strada che gli gira intorno, segna un cerchio per indicarmi dov’è il mercato.
“Vedi, questa era la parte Est, quella operativa dove c’era la clinica e un reparto chirurgia molto attrezzato; qui c’era l’ingresso per le auto e accanto la zona di emergenza… e questo era il mio ufficio, proprio qui.
All’epoca l’ospedale lavorava così bene da reggere il paragone con l’Università Americana di Beirut”. Continua a parlare disegnando e la pianta prende forma, posso riconoscere la struttura ma non il suo utilizzo, tanto meno il significato che ha per lei quello schizzo.
Il Gaza Hospital nasce in una posizione strategica e negli anni settanta e ottanta era l'edificio più alto della zona; ecco perchè per un periodo della Guerra dei Campi le milizie sciite di Amal lo avevano occupato e dal suo tetto sparavano su  Chatila, proprio dal palazzo del quale mi parla ora Elham, all'ottavo piano dove abita Fatimeh. Sì perchè la zona Ovest, quella dove Abu Marher vive, come anche Abed e Umm Farhid, era in costruzione durante l'invasione israeliana e non è mai stata terminata.
 
“Era un grande ospedale”, mi dice Elham, confermandomi l'opinione comune, c'erano molti reparti dei quali alcuni altamente specializzati, 1500 era il numero di letti. “Sai, se fai un lavoro come questo... in queste condizioni - continua Elham - arriva un certo momento che non vorresti, ma devi congelare le emozioni. Se non lo fai, dopo quello che i nostri occhi hanno visto in quei giorni, nei giorni dell'invasione e del massacro, non riesci ad andare avanti. Dopo quello che abbiamo visto...”. Dalle sue parole traspare un legame molto forte con quel luogo, con il significato stesso del suo lavoro. Già, e per farlo devi controllare l'emotività, cerca di farmi capire Elham, perché quello che ha attraversato in quei giorni le corsie dell'ospedale è rimasto come un segno indelebile in chi lo ha vissuto. Solo persone coraggiose e con un grande senso della responsabilità potevano riuscire a fronteggiare quella situazione. La stima profonda che nutro per tutti loro è qualcosa che mi scuote,  ma  non so descriverla. Elham non è più ritornata al Gaza Hospital da quando è stato bruciato, non riesce ancora a capire come si possa colpire in quel modo un ospedale. “Voglio ricordarlo com’era, preservare la sua immagine di un tempo… rientrarci ora sarebbe per me troppo doloroso”, mi dice salutandomi; l'emozione affiora e il suo non voler tornare mi colpisce. Mi alzo e cordialmente ringrazio; rimarremo in contatto, la Mezzaluna Rossa Palestinese ha un archivio e Elham mi aiuterà nella ricerca dei materiali di documentazione. Esco e cammino, avrei dovuto prendere un service per Hamra,  ma cammino... magari lo prendo più avanti.
 
da Sabra e Chatila,
Marco Pasquini - Kinoki mrc
Categoria: Diritti, Guerra, Profughi
Luogo: Libano
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