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In grande stile. Al-Mutleq non è l’unico a essere
stupito dall’operazione e, in particolare, quello che lascia perplessi è la
pubblicità data all’attacco dai militari Usa. Non era mai accaduto prima che il
comando militare statunitense in Iraq desse tanta pubblicità a un’operazione e
ne fornisse tanti dettagli. Ieri i generali Usa hanno diffuso un comunicato
alle testate giornalistiche dove specificavano, con una certa enfasi, che
sarebbe cominciata l’Operazione Swarmer, per rendere l’idea di un covo
di termiti da sterminare, “la più grande offensiva in Iraq dall’inizio della
guerra nel marzo 2003. L’azione è finalizzata a stanare i guerriglieri, in
particolare quelli stranieri che si nascondono nei villaggi attorno alla città
di Samarra, e arrestarli, oltre a distruggere i loro nascondigli e i loro
depositi di armi e munizioni. L’offensiva è destinata a durare diversi giorni”.
A questo scopo, è stata approntata una forza d’assalto composta da circa 70
elicotteri, formata dagli UH-60 Black
Hawk, dai Chinook per il trasporto truppe e dagli AH-64 Apache d’assalto. La
copertura aerea garantirà il trasporto nella zona di 1500 militari, Usa e
iracheni, e di 200 veicoli, in massima parte Humvee.
La Cnn ha interrotto le trasmissioni per un’edizione speciale, con
immagini delle truppe Usa che partivano all’assalto. In particolare è stata
trasmessa la partenza della squadriglia di elicotteri che si alzavano in volo
all’unisono, come in una scena di Apocalypse Now, il grande film di
Francio Ford Coppola sulla guerra del Vietnam.
Caccia a Zarqawi. Obiettivo dell’attacco è la zona di
Hamreen, a nord – ovest di Samarra, la città che rappresenta il vertice alto
del famigerato ‘triangolo sunnita’ (gli altri due sono Baghdad e Ramadi).
Secondo il comando Usa in Iraq, è qui che si nasconde l’Organizzazione di
al-Qaeda per la Jihad nella terra dei due Fiumi, quella comandata, secondo
Washington, da Abu Musab al-Zarqawi. Il centro da dove si muovono i cosiddetti
‘arab fighters’, cioè gli stranieri che sono affluiti in Iraq nel 2003 per
combattere la loro guerra santa contro gli invasori. L’attentato alla moschea
sciita al-Askarya del 22 febbraio scorso, a Samarra, è stato il detonatore di
una serie di brutali rappresaglie tra sunniti e sciiti. Le violenze
interconfessionali non erano una novità, ma la distruzione di un simbolo del
credo sciita ha peggiorato la situazione, portando il Paese sull’orlo di una
guerra civile. In questo senso non aiuta la paralisi del Parlamento iracheno
che, a tre mesi dalle elezioni, non è riuscito ancora a eleggere un Presidente
dell’Assemblea, un governo e un Primo Ministro.
Riflettori sull’attacco. Tutte le
informazioni fornite dal comando statunitense in Iraq rispetto a questa
operazione, iniziata in contemporanea con la prima fallimentare seduta del
parlamento iracheno, sembrerebbe fornire una spiegazione allo stupore di Saleh
al-Mutleq: dare all’opinione pubblica, soprattutto interna, un segnale forte di
risolutezza. Proprio ieri un sondaggio della Gallup constatava che
l’appoggio dell’opinione pubblica alla guerra in Iraq è ai minimi storici. La
paralisi del Parlamento iracheno, la cui elezione era il fiore all’occhiello
dell’amministrazione Bush e rappresentava il più grande successo
dell’operazione Iraqi Freedom, ha fatto aumentare ancora di più la
pressione sull’amministrazione Bush da parte degli elettori Usa, che vedono
aumentare il numero dei morti statunitensi in Iraq, ma non vedono risultati. In
particolare è Donald Rumsfeld, il capo del Pentagono, a essere nell’occhio del
ciclone, essendo diventato l’obiettivo degli attacchi dei neo-con Usa. Gli
intellettuali di destra che hanno voluto il rovesciamento di Saddam ritengono
Rumsfeld il principale artefice di quello che, nel terzo anniversario
dell’inizio della guerra, sembra sempre più un fallimento. Questo spiegherebbe
la grande pubblicità data all’attacco, al contrario di operazioni come l’assedio
di Falluja, molto più dure, sulle quali è stato imposto un vero e proprio
black-out dell’informazione. Questa volta bisognava dimostrare che gli Usa si
danno da fare e soprattutto bisognava farlo vedere in tv, il mezzo decisivo per
vincere le battaglie contemporanee. Quelle elettorali. Christian Elia