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Una storia controversa. Quando il ministro del Turismo del governo israeliano
Rehavam Zeevi venne ucciso, il 17 ottobre 2001, dal Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina come rappresaglia per l’omicidio mirato del leader
del Fplp, Abu Ali Mustafa, il successore di quest’ultimo si rifugiò nella
Muqata, la fortezza di Arafat a Ramallah. L’esercito israeliano gli dava a
caccia e pose l’assedio al quartier generale dell’Autorità Nazionale
Palestinese. Era il 2002 e la situazione sembrava sempre più critica. L’Anp e
Israele, con la mediazione di Usa e Gran Bretagna, si accordarono per far
imprigionare Saadat a Gerico e i mediatori si ponevano come garanti
dell’accordo. Gli avvenimenti sono precipitati piuttosto in fretta. L’Alta
Corte palestinese aveva ritenuto, a giugno 2005, che il processo a Saadat era invalido perché non erano stati
garantiti i diritti della difesa, visto che era stato processato e condannato
da una corte militare mentre la Muqata era sotto assedio. L’Anp non l’aveva mai
liberato, ma nei giorni scorsi, da Damasco, il leader di Hamas Khaled Mashaal
aveva annunciato che liberare Saadat era un dovere. “Liberare dei terroristi
che si sono macchiati di crimini gravi in Israele”, spiega Gantz, “era
inaccettabile per il governo israeliano che ha seguito ogni mossa di Hamas in
questo senso. Il ministro Mofaz era stato molto chiaro al riguardo dichiarando
che Israele avrebbe colpito se alcuni prigionieri fossero stati rilasciati. Con
l’Autorità Nazionale Palestinese c’era un accordo, che prevedeva la presenza di
osservatori internazionali nelle carceri come Gerico, in modo che i detenuti
non fossero liberi di girare per la strada. Faccio fatica a definire quello di
Gerico un carcere, sembrava più un ‘villino’, dove i detenuti godevano di un
regime privilegiato e potevano ricevere chi volevano, ma almeno non erano a
piede libero”.
Il futuro del conflitto. I detenuti di quel carcere, secondo gli accordi internazionali,
ricadevano sotto la responsabilità della comunità internazionale, ma i tre
osservatori britannici che erano in servizio presso il penitenziario hanno
abbandonato il carcere poco prima dell’arrivo dei carri armati e degli
elicotteri israeliani. Tutti gli interessati negano, ma è davvero credibile che
non sapessero dell’operazione? “Il problema non è se lo sapevano o meno”,
risponde Gantz, “ma mi chiedo per quale motivo il governo britannico doveva
esporre i suoi funzionari a dei rischi? Credo che, quando la scarcerazione di
certi elementi era ormai decisa, e l’irruzione prossima, i britannici abbiano
pensato che non c’era nessuna ragione per far uccidere i suoi osservatori”.
Secondo molti osservatori e secondo i palestinesi, l’azione di Gerico è una
specie di spot elettorale. Ehud Olmert e il partito Kadima, pur orfani di
Sharon, sono saldamente in testa ai sondaggi. L’unico argomento
dell’opposizione di estrema destra è quello della sicurezza. Saadat in libertà
sarebbe stato un duro colpo per Olmert. “Tutti parlano delle elezioni”,
commenta Gantz, “ma nessuno considera che ci sono anche altri valori e che il
rilascio di Saadat era inaccettabile a prescindere. Comunque proviamo a
rovesciare la situazione per un momento: a nessuno conveniva che Saadat fosse
rilasciato in vista delle elezioni. Né i palestinesi del Fatah, né la comunità
internazionale hanno interesse a veder vincere in Israele l’estrema destra, e
un uomo come lui libero, magari a due giorni dalle elezioni, non avrebbe
giovato di certo ai moderati d’Israele”. Ma non crede che questa azione finisca
però per indebolire i moderati palestinesi? Non crede che Abu Mazen, dopo
Gerico, sia ancora più debole agli occhi dell’opinione pubblica interna?
“Israele ha lanciato un segnale: non tollereremo che non vengano rispettatti
gli accordi. Adesso tocca a loro. Credo che la maggioranza del popolo
palestinese abbia votato Hamas per punire il Fatah più che per adesione al
programma dei vincitori”, conclude il giornalista israeliano. “Il problema è un
altro: i palestinesi devono prendersi le loro responsabilità di governo. Dopo
la batosta elettorale, il Fatah non vuole entrare nel governo per
riorganizzarsi, ma Hamas non si aspettava un trionfo di queste proporzioni e puntava
solo a ottenere alcuni ministeri d’interesse sociale. Ma chi deve governare?
Hamas, secondo me, non cambierà in breve tempo. E’ un processo lungo”. Christian Elia