A Papua 4 morti in scontri fra polizia e manifestanti che protestavano contro una compagnia Usa
Un conflitto latente,
che rischia di esplodere ogni qualvolta si verifichino tensioni sociali. Così
si
possono spiegare i fatti di oggi a Jayapura, capoluogo della provincia
indonesiana di Papua occidentale, quando tre poliziotti e un ufficiale dell'areonautica
sono stati picchiati a
morte da un gruppo di studenti che stavano manifestando contro l’industria
mineraria statunitense Freeport McMoran. Da febbraio scorso intorno alla miniera d’oro e rame di
‘Grasberg’ , la più grande al mondo sfruttata dal gigante Usa, ci sono state
proteste da parte di minatori e cercatori, licenziati perché senza permessi
legali. Ma questa volta, alle rivendicazioni di centinaia di famiglie, che campano
con
i guadagni di questi impieghi irregolari, si sono aggiunte le aspirazioni
indipendentiste che infiammano la parte ovest dell’isola di Papua dagli anni
Sessanta.
Gli scontri. Circa 500 studenti
hanno bloccato la strada che porta all’università e risposto con la violenza ai
proiettili di gomma, ai lacrimogeni e ai blindati utilizzati dalle forze
dell’ordine per disperderli. Fino a quando la situazione è precipitata con il
linciaggio, mediante bastoni e pietre, dei quattro da parte della folla
inferocita. I loro corpi sarebbero stati poi bruciati, mentre i manifestanti
sono fuggiti sulle montagne dietro il campus.
I retroscena. Questa manifestazione
violenta per la chiusura della Freeport McMoran, che sfrutta le risorse locali
arricchendo il governo indonesiano, è stata dunque scatenata da un contesto di
malcontento decennale. Nel 1962 Papua è stata dichiarata indipendente dagli
olandesi, ma solo un anno più tardi gli indonesiani si sono sostituiti ai
vecchi colonizzatori europei. Il Movimento per la Papua libera ha così
cominciato la sua lotta secessionista contro l’esercito di Giacarta e decine di
migliaia di persone sono cadute vittime del conflitto e dei gravi abusi
perpetrati dai soldati governativi. I civili sono stati colpiti da esecuzioni
extragiudiziali, torture, stupri e rapimenti, e dalla politica di
‘trasmigrazione’ che ha spinto masse di coloni musulmani dal resto
dell’Indonesia verso la regione per farli mischiare ai papuasi, che sono invece
cristiani o animisti. A partire dal 2001, Giacarta ha concesso più poteri a
Papua per gestire le proprie risorse, stabilendo che alla provincia va l’80 per
cento dei profitti della vendita di minerali e prodotti agricoli. Le tensioni,
tuttavia, non si sono placate. Forse perché i papuasi sono in gran parte
poveri.: non hanno accesso a un’educazione base e a cure mediche adeguate, e sono
sempre di più quelli che si ammalano di Aids.