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Paralisi politica. “Se il mio
popolo me lo chiede, sono pronto a farmi da parte”, ha detto oggi Ibrahim
al-Jaafari, primo ministro uscente. Il suo nome era stato indicato
dall’Alleanza sciita che ha stravinto le elezioni come candidato premier, ma le
divisioni all’interno del nuovo Parlamento hanno consigliato a Jaafari di fare
un passo indietro. Il ritardo dell’accordo sul futuro mette in luce tutte le
forzature che il voto del 15 dicembre scorso aveva mascherato. I 275 deputati
riuniti nella sala del Parlamento, nella blindata ‘zona verde’ di Baghdad,
sembravano l’orchestra del Titanic che suona mentre la nave affonda.
Isolati e divisi tra loro, chiusi in una stanza a litigare mentre l’Iraq va in
pezzi. Per questioni di sicurezza, dalle ore 20 di ieri sera e fino alle
16 di oggi, le autorità hanno imposto il blocco della circolazione nella
capitale, ma questo non ha evitato che accadessero episodi di violenza. Solo
nell’ultima settimana, sono stati ritrovati centinaia di cadaveri, legati tra
loro, soffocati o assassinati brutalmente. La tensione tra sunniti e sciiti,
dopo l’attentato di Samarra è sempre più evidente. Le comunità religiose si
auto - organizzano in milizie di difesa, sulle quali il governo e i deputati non
hanno alcun controllo.
Insorgono anche i curdi.
Anche zone
che parevano più tranquille, come il Kurdistan iracheno, danno segnali
d’insofferenza. Oggi ricorre l’anniversario del massacro di Halabja,
dove il 16
marzo 1982 gli aerei di Saddam usarono il gas contro la popolazione
civile,
uccidendo migliaia di innocenti. La commemorazione di Halabja era
sempre stata un momento di aggregazione per i curdi, vessati da
Baghdad. Ma
oggi i dirigenti curdi giunti nella cittadina per la cerimonia sono
stati
accolti da centinaia di dimostranti inferociti. “Siamo stanchi delle
promesse
dei politici”, ha dichiarato Zacharia Mahmood, uno dei leader della
protesta,
“vengono qui solo per farsi pubblicità, ma non sono stati capaci di
mantenere
nessuna promessa. Sono tre anni che aspettiamo dei risultati, ma a
Baghdad non
sanno che pesci prendere”. La manifestazione è stata sciolta con la
forza e la
polizia ha sparato sui più facinorosi uccidendo un dimostrante. Ma si
tratta
di forme di protesta, mai viste in Kurdistan, verso gli stessi politici
curdi.
La rabbia è tanta che, dopo gli scontri, è rimasto danneggiato un
simbolo del Kurdistan: il monumento che ricorda i curdi massacrati.
L’insofferenza pare fuori controllo dopo tre anni di guerra che hanno
portato
alla caduta del regime di Saddam, ma che non hanno portato pace e
sicurezza.
Il fronte occidentale.
Anche gli Stati Uniti, dopo
tre anni di guerra, sembrano essersi resi conto, a tutti i livelli, di
aver
sbagliato tutto in Iraq. “Abbiamo un dialogo con gli uomini armati che
hanno
come obiettivo gli interessi dell’Iraq, ma che si oppongono anche alla
nostra
presenza qui”. Zalmay Khalilzad, ambasciatore Usa a Baghdad, ha
confermato il
12 marzo scorso in un’intervista quello che oramai era di dominio
pubblico: gli
Usa trattano con la guerriglia. Troppi militari Usa hanno perso la vita
in Iraq
e la situazione non sembra migliorare. La carenza di risultati nella
campagna
d’Iraq ha spinto molti personaggi favorevoli all’invasione a cambiare
idea. Che
il vento negli Stati Uniti abbia iniziato a cambiare, lo si era capito
nei mesi
scorsi quando, per la prima volta, i neo-con hanno cominciato ad avere
dubbi sull’invasione dell’Iraq, che caldeggiavano dal 1998. "La
democrazia
non può essere imposta con la forza a un paese che non la vuole", ha
dichiarato Francis Fukuyama il mese scorso. Al suo intervento sono
seguiti una
serie di ‘ripensamenti’ da parte di giornalisti, storici e
intellettuali che avevano sempre sostenuto il rovesciamento forzato dei
regimi mediorientali
avversi.
La delusione a stelle e strisce. Un
cambiamento che non riguarda solo i pensatori dei salotti culturali, ma che
coinvolge anche la gente comune in Usa. Questa settimana un sondaggio
effettuato dall’istituto Gallup, su richiesta del network televisivo Cnn, ha
indicato che solo il 38 percento dei cittadini Usa sono convinti che le cose in
Iraq stiano andando per il verso giusto. A gennaio 2006 erano il 46 percento.
Un crollo verticale, dovuto anche alla mancata formazione del nuovo governo
iracheno dopo l’entusiasmo mediatico suscitato dalle elezioni in Iraq del 15
dicembre scorso. Ma non è solo l’opinione pubblica ad aver perso la fiducia
nella gestione della guerra in Iraq da parte dell’amministrazione Bush. “La
nascita di questa Commissione è stata caldeggiata da alcuni membri del
Congresso, che sentivano la necessità di una valutazione onesta sulla situazione
attuale in Iraq”. Con queste parole James
Baker, ex segretario di Stato ai tempi di Bush padre, ha commentato la nascita
di un gruppo di lavoro composto da funzionari di primo piano della politica Usa,
che si occuperanno di studiare politiche alternative per l’Iraq. Il
gruppo, composto da 5 repubblicani e 5 democratici, ha cominciato a
lavorare ieri e si avvarrà del contributo di personaggi di spicco della politica
statunitense, come l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, Lee Hamilton
(che ha co-presieduto la commissione d’inchiesta per l’11 settembre) e l’ex
direttore della Cia Robert Gates. A loro si affiancheranno, come tecnici,
militari e diplomatici. Baker non ha voluto esprimere un giudizio sulla guerra
in Iraq, né positivo né negativo, ma il solo fatto che il Congresso prenda
un’iniziativa del genere è indicativo di un certo clima di sfiducia verso la
banda Bush.Christian Elia