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Come funziona ora. Con l’attuale sistema gli elettori non scelgono direttamente il presidente.
Ognuno dei 50 Stati, in base alla sua popolazione, “vale” un certo numero di “grandi
elettori” che comporranno il collegio elettorale, l’organo (virtuale, dato che
non si riunisce mai) che nomina a sua volta il presidente. In ogni Stato, il candidato
che raccoglie la maggioranza dei voti popolari, anche per una sola preferenza,
fa suo l’intero bottino di “voti elettorali” di quello Stato: si va dai 55 della
California ai 3 che spettano agli otto Stati meno popolosi. In totale, sono in
palio 539 voti elettorali: chi ne mette insieme 270 diventa presidente degli Usa.
Con questo sistema può capitare che il candidato con più voti popolari perda.
E’ capitato quattro volte, l’ultima nel 2000: in quel caso, su scala nazionale
Al Gore conquistò 538mila preferenze più di Bush, ma venne sconfitto per 271 voti
elettorali a 266 (con i 25 della Florida assegnati a Bush per sole 537 preferenze
di scarto).
La proposta. National Popular Vote (Npv), una coalizione composta da intellettuali e alcuni ex parlamentari di entrambi
i partiti, propone di tenere conto solo del voto popolare. Ma abolire il sistema
del collegio elettorale è praticamente impossibile: servirebbe una maggioranza
di due terzi in entrambe le camere del Congresso, e poi l’emendamento dovrebbe
essere approvato dai singoli Stati. Per aggirare questa barriera, Npv auspica
un cambiamento dal basso: che parta dai singoli Stati, non da Washington. In pratica,
si chiede ad ogni Stato di impegnarsi ad assegnare i propri voti elettorali al
candidato presidenziale con più preferenze ricevute, anche se ha perso in quello Stato. Quando gli Stati che avranno cambiato le loro leggi in questo
senso rappresenteranno più della metà dei voti elettorali disponibili, il nuovo
sistema sarà vincolante e si saranno salvati capra e cavoli: il collegio elettorale
rimarrà in piedi ma solo come pro forma, e non sarà stato necessario cambiare
la Costituzione.Gli appoggi. La nuova proposta è stata lanciata a fine febbraio e ha già ricevuto il sostegno di quotidiani come lo Houston Chronicle, il Chicago Sun-Times e il New York Times: “Il collegio elettorale è una reliquia antidemocratica”, ha scritto quest’ultimo in un editoriale. “Nella storia di questa nazione, c’è stata una serie di riforme riguardanti le elezioni, come quella che ha dato il diritto di voto alle donne e ai neri, e quella che introdusse l’elezione diretta dei senatori. Mettere da parte il collegio elettorale rientrerebbe in questa degna tradizione di rendere la democrazia americana più democratica”. In vari sondaggi realizzati negli ultimi decenni, più o meno il 60 per cento della popolazione statunitense si è detta favorevole a cambiare l’attuale sistema. Per le elezioni del 2008, probabilmente è tardi. Ma per quelle del 2012, se la proposta di Npv farà strada, forse il presidente degli Stati Uniti verrà davvero eletto dalla gente.
Alessandro Ursic