16/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Negli Usa fa parlare una proposta per rendere il sistema elettorale più democratico
Periodicamente, ricapita. Qualcuno spiega che l’attuale sistema elettorale negli Usa per scegliere il presidente va cambiato: gli americani dovrebbero votare direttamente per il loro candidato con un sistema proporzionale, si dice. Di solito, tali proposte hanno vita breve. O cadono nell’indifferenza oppure vanno a cozzare contro la difficoltà di cambiare la Costituzione. Stavolta, però, una campagna simile appena lanciata si sta facendo strada e ha già ricevuto l’appoggio di importanti quotidiani, a cominciare dal New York Times.
 
Come funziona ora. Con l’attuale sistema gli elettori non scelgono direttamente il presidente. Ognuno dei 50 Stati, in base alla sua popolazione, “vale” un certo numero di “grandi elettori” che comporranno il collegio elettorale, l’organo (virtuale, dato che non si riunisce mai) che nomina a sua volta il presidente. In ogni Stato, il candidato che raccoglie la maggioranza dei voti popolari, anche per una sola preferenza, fa suo l’intero bottino di “voti elettorali” di quello Stato: si va dai 55 della California ai 3 che spettano agli otto Stati meno popolosi. In totale, sono in palio 539 voti elettorali: chi ne mette insieme 270 diventa presidente degli Usa. Con questo sistema può capitare che il candidato con più voti popolari perda. E’ capitato quattro volte, l’ultima nel 2000: in quel caso, su scala nazionale Al Gore conquistò 538mila preferenze più di Bush, ma venne sconfitto per 271 voti elettorali a 266 (con i 25 della Florida assegnati a Bush per sole 537 preferenze di scarto).
 
Vantaggi e svantaggi. Il sistema risale alle origini della democrazia statunitense: la spiegazione più accettata è che venne istituito per salvaguardare gli Stati più piccoli, che spesso coincidono con quelli rurali. Oggi, chi lo difende lo fa per lo stesso motivo, temendo che con il solo voto popolare conterebbero solo le grandi città. Anche se non si verificano paradossi come quello del 2000, secondo gli oppositori del metodo attuale ci sono però altri effetti negativi. Intanto, in molti Stati il vincitore è praticamente noto già in partenza: California e New York sono considerati due feudi democratici, il Texas e gli Stati del Midwest sono territori repubblicani. Le conseguenze sono l’astensionismo e la scarsa rappresentatività: molti elettori sanno che il loro voto è di fatto inutile, e i candidati concentrano la loro campagna solo sui cosiddetti swing States, quelli in bilico.
 
La mappa dell'assegnazione degli Stati nel 2000La proposta. National Popular Vote (Npv), una coalizione composta da intellettuali e alcuni ex parlamentari di entrambi i partiti, propone di tenere conto solo del voto popolare. Ma abolire il sistema del collegio elettorale è praticamente impossibile: servirebbe una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del Congresso, e poi l’emendamento dovrebbe essere approvato dai singoli Stati. Per aggirare questa barriera, Npv auspica un cambiamento dal basso: che parta dai singoli Stati, non da Washington. In pratica, si chiede ad ogni Stato di impegnarsi ad assegnare i propri voti elettorali al candidato presidenziale con più preferenze ricevute, anche se ha perso in quello Stato. Quando gli Stati che avranno cambiato le loro leggi in questo senso rappresenteranno più della metà dei voti elettorali disponibili, il nuovo sistema sarà vincolante e si saranno salvati capra e cavoli: il collegio elettorale rimarrà in piedi ma solo come pro forma, e non sarà stato necessario cambiare la Costituzione.

Gli appoggi. La nuova proposta è stata lanciata a fine febbraio e ha già ricevuto il sostegno di quotidiani come lo Houston Chronicle, il Chicago Sun-Times e il New York Times: “Il collegio elettorale è una reliquia antidemocratica”, ha scritto quest’ultimo in un editoriale. “Nella storia di questa nazione, c’è stata una serie di riforme riguardanti le elezioni, come quella che ha dato il diritto di voto alle donne e ai neri, e quella che introdusse l’elezione diretta dei senatori. Mettere da parte il collegio elettorale rientrerebbe in questa degna tradizione di rendere la democrazia americana più democratica”. In vari sondaggi realizzati negli ultimi decenni, più o meno il 60 per cento della popolazione statunitense si è detta favorevole a cambiare l’attuale sistema. Per le elezioni del 2008, probabilmente è tardi. Ma per quelle del 2012, se la proposta di Npv farà strada, forse il presidente degli Stati Uniti verrà davvero eletto dalla gente.

Alessandro Ursic

Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità