23/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il film Paradise Now non piace ai palestinesi
scritto per noi da
Amalicea Colombi*
 
 
Pur non vincendo l’ambita statuetta come miglior film straniero,  premio per il quale aveva ottenuto la candidatura all’ultima edizione della notte degli Oscar, il controverso film di Hany Abu Assad ha lasciato il segno non solo nella memoria degli appassionati di cinema. Co-finanziato da diversi paesi europei, Paradise Now ha partecipato a diversi festival internazionali del cinema e ottenuto vari premi prima di vincere il Golden Globe, considerato dallo stesso regista “un riconoscimento del diritto del popolo palestinese alla libertà e all’uguaglianza”. Ma cosa pensano i diretti interessati di quest’opera che, trattando uno dei temi più delicati del conflitto di cui sono parte in causa, ha raccolto successi di pubblico e critica in 50 paesi nel mondo?
 
la locandina del filmLe perplessità. “Abbiamo rischiato la vita per girare il film e, se devo dire la verità, tornassi indietro non lo rifarei.. è stata un’esperienza traumatica”, dichiarava il regista in un’intervista l’autunno scorso. Difficile in effetti immaginare una troupe cinematografica al lavoro indisturbata all’interno dei Territori Occupati, come sottolinea il direttore di Palestine Media Unit, Ala Yousef. “Difficile soprattutto spiegarsi la collaborazione dell’esercito israeliano, che recluta alcuni suoi soldati per la scena iniziale del checkpoint”. Mr Yousef è particolarmente critico nella sua analisi, da cui traspare una sorta di risentimento per l’assenza di realismo in molti passaggi del film: gli atteggiamenti non conformi alle regole della società locale da parte di Suha, giovane pacifista, figlia di un martire locale che però è stata educata all’estero; la grottesca immagine dei combattenti della resistenza che addentano indiscreti dei panini mentre uno dei due promessi kamikaze è intento a leggere il proprio drammatico testamento di fronte ad una telecamera che continua ad incepparsi; la vendita di videocassette che documentano le ultime dichiarazioni dei martiri e dei collaborazionisti. “La sensazione – spiega – è che l’argomento degli attentati suicidi abbia fatto gola a un regista che prima d’ora non aveva ottenuto grandi successi né all’estero, né a casa sua, così ha cercato una soluzione ideale per affermarsi”. L’ottimismo iniziale ha lasciato spazio alla delusione di chi, come Mr Yousef, si aspettava che il film avrebbe raccontato “la sofferenza quotidiana di un popolo costretto a vivere in gabbia a causa dell’occupazione militare, le radici del conflitto israelo-palestinese e la condizione dei profughi palestinesi deportati dal 1948 ad oggi”.
 
una scena del filmDa un fronte all’altro. Mentre a Nablus si sospetta che, nel tentativo di ingraziarsi il pubblico occidentale, si sia dato spazio ad elementi poco rispettosi della cultura locale, danneggiando l’immagine della Palestina, in Israele si alza una voce di dissenso che denuncia un’evidente intenzione di giustificare gli attacchi kamikaze in territorio israeliano. “Nel film non si fa che sottolineare come tutti i tentativi di trovare una soluzione pacifica all’occupazione e alla pulizia etnica siano falliti, e di conseguenza non resta che ricorrere agli attacchi kamikaze”, scrive Irit Linor. Significativa la bassissima affluenza di pubblico nelle poche sale in cui Paradise Now è stato proiettato in Israele. “Potrebbe essere la logica conseguenza di un generale senso di apatia e indifferenza. Io credo che questo film dovrebbe essere ampiamente trasmesso – specialmente in Israele - perché racconta parte della nostra storia. Fino a ora non è accaduto, ma forse la candidatura agli Oscar aiuterà”, afferma Amir Harel, produttore israeliano del film.
 
uno dei protagonisti del filmSospensione del giudizio. “Il tema degli attacchi suicidi è talmente controverso che, ogni volta che discuto del film con qualcuno, scopro nuovi punti di vista”, spiega Tala, giovane studentessa di giornalismo all’università Birzeit di Ramallah. Diverse testimonianze locali confermano come al regista vada riconosciuto il grande merito di aver affrontato un argomento considerato tabù dagli stessi palestinesi, che difficilmente parlano apertamente della questione dei martiri e delle conseguenze che le loro azioni generano nella vita reale e in quella ultraterrena. “Mi ha colpito molto perché, indipendentemente dal fatto che il regista sia palestinese, mi sembra si tratti di un’opera d’arte che tratta un tema delicatissimo in modo sofisticato”, continua Tala. “Non è scontato né troppo generico: fornisce spunti importanti lasciando al pubblico la libertà di approfondire e farsi un’opinione”. E qui il pensiero torna a una notte di Nablus, in cui un amico che ha visto morire sotto i suoi occhi la madre pacifista, colpita a tradimento da fuoco israeliano, confidò: “Io sono un uomo di pace: sono credente e la mia religione non giustifica la violenza. Nemmeno io giustifico questi atti, ma non posso neanche condannare chi sceglie di resistere all’occupazione in modo diverso da me. Noi palestinesi non ci possiamo permettere di giudicare: sappiamo solo di essere obbligati a resistere”.