16/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Una fondazione riunisce persone che dovrebbero odiarsi e le fa lavorare assieme
L’idea è semplice, ma proprio per questo rivoluzionaria. Organizzare un viaggio duro, pieno di difficoltà e pericoli. Chiamare a raccolta persone che, per mille motivi, dovrebbero guardarsi in cagnesco e farne la squadra che affronterà il viaggio e le peripezie che ne derivano. Alla fine queste persone impareranno a guardarsi in modo differente.
 
l'autobotte dell'iniziativaUna fondazione di pace. La condivisione del pericolo, la fatica e l’azione comune finalizzata al raggiungimento di un obiettivo sono, secondo la fondazione no-profit Breaking the Ice (nata in Israele e con sede a Berlino), il miglior antidoto alla violenza, al razzismo e alla guerra. L’idea è nata nel 2003 e, l’anno successivo, si è concretizzata nel primo progetto della fondazione: scalare un picco inesplorato dell’Antartide, raggiungendolo dal Cile meridionale, in nave attraverso il Passaggio di Drake, che è considerato uno dei tratti di mare più pericolosi al mondo. A realizzare l’impresa, quattro palestinesi e quattro israeliani. L’iniziativa, testimoniata da un bel documentario, è stata un successo e la fondazione (sostenuta dalle donazioni private e da personaggi importanti come Shimon Peres, il Dalai Lama e Kofi Annan) ha deciso di organizzare un altro evento. Questa volta la sfida è quella di un viaggio da Gerusalemme a Tripoli, in Libia, a bordo di una vecchia autobotte dei pompieri, ristrutturata per l’occasione, simbolo della necessità di ‘spegnere’ i conflitti. A percorrere più di 5mila chilometri, su un terreno accidentato attraverso alcune tra le zone più ‘calde’ del mondo contemporaneo, un gruppo di 9 persone. Due statunitensi, un ucraino, un iracheno, un afgano, due israeliani, un palestinese, un’iraniana. Sette uomini e due donne che, molto probabilmente, non si sarebbero mai potuti incontrare prima.
 
la mappa del percorsoIl coraggio di parlarsi. E’ proprio questa la cosa più importante dell’iniziativa, che la differenzia da altri eventi finalizzati al dialogo e alla pace che, pur con tutte le migliori intenzioni, finiscono per coinvolgere magari persone già schierate in favore della soluzione pacifica dei conflitti. Breaking the Ice invece, come era già accaduto nel 2004,  coinvolge nell’iniziativa individui che hanno vissuto sulla propria pelle i traumi e l’orrore della guerra e che avrebbero tutto il diritto di non aver nessuna voglia di ascoltare le ragioni dell’altro. Nel 2004, per esempio, facevano parte della spedizione alcuni palestinesi che avevano conosciuto il carcere in Israele e militari israeliani dei corpi speciali. Anche questa volta le scelte degli organizzatori sono state coraggiose. Tra i viaggiatori c’è per esempio Yevgen Petrovich Kozhushko, ucraino di 30 anni, che dal 2003 al 2005 ha combattuto in Iraq con il contingente del suo Paese. Al suo fianco siederà Latif Yahia, un iracheno che per anni è stato la guardia del corpo di uno dei figli di Saddam Hussein ed è un veterano della guerra tra Iran e Iraq. Un altro esempio è quello di Mohammed Azzam Alarja, un palestinese che durante l’Intifada ha visto uccidere davanti ai suoi occhi il cugino: viaggerà con Gil Fogiel, un pilota militare israeliano abbattuto nella guerra del Libano nel 1982 e che, catturato dall’esercito siriano, ha passato due anni in carcere. Accanto a loro ci sarà anche Galit Oren, una delle due donne del gruppo, israeliana che è sempre stata una pacifista  impegnata, anche dopo che sua madre è morta su un autobus squarciato da un attentatore suicida. O ancora Patrick Sheridan, capitano dei pompieri di New York, che nell’inferno dell’11 settembre 2001 ha perso il suo miglior amico e che affronterà in viaggio con un afgano.
Secondo la Fondazione Breaking The Ice, mettere assieme persone che hanno sofferto, e fare in modo che affrontino e superino tante difficoltà, aiuta la comprensione reciproca e l’umanizzazione del nemico, che alla fine non è più un’entità astratta da odiare, ma una persona in carne e ossa che soffre esattamente come loro. Magari questa iniziativa non risolverà tutti i problemi del mondo, ma va riconosciuto a queste persone un grande coraggio, quello di mettersi in gioco.

Christian Elia

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