Un laboratorio specialistico? Mentre siamo all’interno, ci imbattiamo in un simpatico signore, il
dottor Philippe-Henri Conte, consulente tecnico del ministero della
Sanità per l’Unione Europea, che ci invita nel suo nuovo ufficio a fare
due chiacchere. Conte, epidemiologo francese, ha grande esperienza
d’Africa e ci racconta quello che sembra essere il paradigma di sempre
dell’intervento umanitario in questo continente: sprechi di risorse,
inefficienza gestionale, burocrazia, sovrapposizione degli interventi.
Ci sono esempi che rasentano il grottesco: tra questi il progetto
dell’
Organizzazione mondiale della sanità, da lui in valutazione, di un laboratorio (in gergo tecnico
“di livello P3” ci dice) specialistico per lo studio della febbre di
lassa e altre febbri emorragiche a Kenema, nella provincia orientale
del Paese! Laboratori di questo livello si trovano solo a Johannesburg
e Dakar e devono fare i conti con una serie di problematiche non
indifferenti… com’è possibile che si sia pensato a Kenema e perché un
laboratorio di questo livello, con un impiego di risorse così cospicuo?
Le classiche domande a cui forse è meglio non rispondere in questa
parte del mondo.
Acquisti al mercato. Facciamo un salto al Victoria’s Market per fare due acquisti prima di
tornare a casa. Nel centro della città, si apre questo labirinto
infernale di baracche di lamiera, in stile con il resto della città
d’altronde, dove veniamo subito sommersi da ragazzini che cercano di
“adescarci” per portarci al negozietto dove verrà loro pagata una
percentuale degli acquisti per il servizio. Il mercato è inondato dai
peggiori odori e dal fumo della spazzatura bruciata; si vende qualunque
cosa, soprattutto tessuti, batik, statuette, oggetti di legno,
calzature e tanto altro ancora. Come ogni altro quartiere della città,
anche questo è un luogo in cui la gente deve lottare per sopravvivere e
alcuni
white men a caccia di “affari” possono rappresentare la
differenza tra una ciotola di riso e qualche pezzo di carne o un pesce.
Dopo più di un’ora di contrattazioni, usciamo sfiniti dal mercato per
ributtarci nella confusione della città, dei suoi venditori ambulanti,
dei suoi rottami, dei suoi mendicanti.
La città libera. Passiamo per il quartiere delle spiagge, Aberdeen, dove piccoli locali
e baracchini sulla spiaggia cominciano a brulicare di clienti. Poco più
in là, la zona dei ristoranti, in gran parte monopolio dei libanesi,
dove funzionari delle Nazioni Uniti e operatori umanitari di agenzie
internazionali e Organizzazioni non governative si ritroveranno per rinfrescarsi
a suon di birra.
Dopo Lamley, la strada torna a essere non asfaltata e si colora di un
rosso polveroso fino all’ospedale: le buche enormi ci danno il colpo di
grazia. In auto, Mohammed, il nostro autista, ci racconta che Freetown,
per gran parte della sua storia ha tenuto testa al proprio nome (“città
libera”): qui sono stati portati centinaia di migliaia di schiavi
liberati dagli Stati Uniti, dando vita ad un’accozzaglia eterogenea di
gruppi tribali e linguistici differenti, divisi in zone diverse della
città. Da qui nasce il krio, miscuglio di dialetti africani mescolati
all’inglese che ne costituisce la principale componente. Nulla accade
di rilevante fino agli anni Trenta quando si scoprono i primi
giacimenti diamantiferi, che porteranno piano piano la Sierra Leone
verso la propria autodistruzione. Il resto è storia recente.
Vignette in secondo piano. E’ domenica: dopo la consueta prima sveglia del muezzin, oggi c’è
quella (più vivace) di canti gospel della “chiesa-tenda” sottostante la
mia guest house. Se c’è una cosa che all’apparenza funziona in Sierra
Leone, questa è la tolleranza religiosa. Moltissime sono le coppie
miste e i musulmani e i cristiani qui sembrano andare di comune
accordo. Anche la recente vicenda delle vignette qui è passata in
secondo piano. Islam all’africana forse, ma pur sempre Islam. Le
moschee sorgono accanto alle chiese e lo scontro religioso non fa parte
della storia di questo paese. Un segnale positivo che mi voglio portare
a casa: mentre attraverso la baia su un moderno hover-craft per andare
all’aereoporto fissando la vastità dell’oceano, penso che la pace sia
possibile in Sierra Leone, perché la sua gente comune ha capito forse
che la guerra porta solo distruzione, povertà, morte. E’ ora di
garantire questa pace con un processo di ricostruzione che tenga conto
delle esigenze dei più poveri, con elezioni democratiche e pulite,
spendendo i soldi degli aiuti internazionali per strade, scuole,
ospedali, utilizzando le risorse naturali di cui il paese è florido per
investimenti pubblici sensati. Insomma tutto quello che non si è fatto
fino ad ora.