01/05/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Diario di viaggio dalla Sierra Leone. Quarta parte
Scritto per noi da
Alessandro Greblo, Emergency
continua dalla prima parte 
 
Il palazzone che ospita il ministero della Sanità sorge nel centro di Freetown. Abbiamo un appuntamento per per discutere di un Programma di formazione per dottori neolaureati da svolgere in collaborazione.
 
Un laboratorio specialistico? Mentre siamo all’interno, ci imbattiamo in un simpatico signore, il dottor Philippe-Henri Conte, consulente tecnico del ministero della Sanità per l’Unione Europea, che ci invita nel suo nuovo ufficio a fare due chiacchere. Conte, epidemiologo francese, ha grande esperienza d’Africa e ci racconta quello che sembra essere il paradigma di sempre dell’intervento umanitario in questo continente: sprechi di risorse, inefficienza gestionale, burocrazia, sovrapposizione degli interventi. Ci sono esempi che rasentano il grottesco: tra questi il progetto dell’Organizzazione mondiale della sanità, da lui in valutazione, di un laboratorio (in gergo tecnico “di livello P3” ci dice) specialistico per lo studio della febbre di lassa e altre febbri emorragiche a Kenema, nella provincia orientale del Paese! Laboratori di questo livello si trovano solo a Johannesburg e Dakar e devono fare i conti con una serie di problematiche non indifferenti… com’è possibile che si sia pensato a Kenema e perché un laboratorio di questo livello, con un impiego di risorse così cospicuo? Le classiche domande a cui forse è meglio non rispondere in questa parte del mondo.

Acquisti al mercato. Facciamo un salto al Victoria’s Market per fare due acquisti prima di tornare a casa. Nel centro della città, si apre questo labirinto infernale di baracche di lamiera, in stile con il resto della città d’altronde, dove veniamo subito sommersi da ragazzini che cercano di “adescarci” per portarci al negozietto dove verrà loro pagata una percentuale degli acquisti per il servizio. Il mercato è inondato dai peggiori odori e dal fumo della spazzatura bruciata; si vende qualunque cosa, soprattutto tessuti, batik, statuette, oggetti di legno, calzature e tanto altro ancora. Come ogni altro quartiere della città, anche questo è un luogo in cui la gente deve lottare per sopravvivere e alcuni white men a caccia di “affari” possono rappresentare la differenza tra una ciotola di riso e qualche pezzo di carne o un pesce. Dopo più di un’ora di contrattazioni, usciamo sfiniti dal mercato per ributtarci nella confusione della città, dei suoi venditori ambulanti, dei suoi rottami, dei suoi mendicanti.

Ospedale di EmergencyLa città libera. Passiamo per il quartiere delle spiagge, Aberdeen, dove piccoli locali e baracchini sulla spiaggia cominciano a brulicare di clienti. Poco più in là, la zona dei ristoranti, in gran parte monopolio dei libanesi, dove funzionari delle Nazioni Uniti e operatori umanitari di agenzie internazionali e Organizzazioni non governative si ritroveranno per rinfrescarsi a suon di birra. Dopo Lamley, la strada torna a essere non asfaltata e si colora di un rosso polveroso fino all’ospedale: le buche enormi ci danno il colpo di grazia. In auto, Mohammed, il nostro autista, ci racconta che Freetown, per gran parte della sua storia ha tenuto testa al proprio nome (“città libera”): qui sono stati portati centinaia di migliaia di schiavi liberati dagli Stati Uniti, dando vita ad un’accozzaglia eterogenea di gruppi tribali e linguistici differenti, divisi in zone diverse della città. Da qui nasce il krio, miscuglio di dialetti africani mescolati all’inglese che ne costituisce la principale componente. Nulla accade di rilevante fino agli anni Trenta quando si scoprono i primi giacimenti diamantiferi, che porteranno piano piano la Sierra Leone verso la propria autodistruzione. Il resto è storia recente.

Immagini della strada per Freetown Vignette in secondo piano. E’ domenica: dopo la consueta prima sveglia del muezzin, oggi c’è quella (più vivace) di canti gospel della “chiesa-tenda” sottostante la mia guest house. Se c’è una cosa che all’apparenza funziona in Sierra Leone, questa è la tolleranza religiosa. Moltissime sono le coppie miste e i musulmani e i cristiani qui sembrano andare di comune accordo. Anche la recente vicenda delle vignette qui è passata in secondo piano. Islam all’africana forse, ma pur sempre Islam. Le moschee sorgono accanto alle chiese e lo scontro religioso non fa parte della storia di questo paese. Un segnale positivo che mi voglio portare a casa: mentre attraverso la baia su un moderno hover-craft per andare all’aereoporto fissando la vastità dell’oceano, penso che la pace sia possibile in Sierra Leone, perché la sua gente comune ha capito forse che la guerra porta solo distruzione, povertà, morte. E’ ora di garantire questa pace con un processo di ricostruzione che tenga conto delle esigenze dei più poveri, con elezioni democratiche e pulite, spendendo i soldi degli aiuti internazionali per strade, scuole, ospedali, utilizzando le risorse naturali di cui il paese è florido per investimenti pubblici sensati. Insomma tutto quello che non si è fatto fino ad ora.

 
Categoria: Popoli, Salute, Religione
Luogo: Sierra Leone