30/04/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Diario di viaggio dalla Sierra Leone. Terza parte
Scritto per noi da
Alessandro Greblo, Emergency 
continua dalla prima parte 
 
Bambini in spiaggia Domenica mi concedo mezza giornata di riposo e vado finalmente ad apprezzare la spiaggia di Lakkha: il posto è incantevole, la spiaggia semi-deserta, qualche tavolino con sedie, qualche bancarella e davanti il rumore inconfondibile dell’oceano. Per un attimo la miseria della Sierra Leone sembra svanire, ma è solo una fugace illusione.

Dal sogno alla realtà.
Tra le palme sulla spiaggia sorge l’orfanotrofio di Padre Berton, dell’ordine dei giuseppini, che dà accoglienza a ex bambini soldato e orfani di guerra: li vediamo sulla spiaggia avvicinarsi e guardarci con occhi curiosi, i più audaci esibiscono all’occorrenza una letterina già pronta per essere “adottati a distanza”. La consumazione al tavolo è obbligatoria sembra di capire: una birra locale dopo una nuotata e alla luce del tramonto, sembra davvero un paradiso. Ma un particolare tatuaggio sul braccio del “cameriere” locale mi fa ripiombare di colpo alla realtà: è quasi sicuramente un tatuaggio che identifica un commando del Ruf, il gruppo ribelle che assieme alle forze di Koroma dell’Afrc e ai kamajor si sono macchiati dei peggiori crimini di guerra in particolare tra il 1996 e il 2000 con operazioni dal nome inequivocabile: Clean sweep e No living thing. Ma ormai bisogna sfruttare il poco turismo che c’è e quindi il mio amico sembra accomodante, invitandomi a ritornare per assaggiare il barracuda fresco. Sulla strada verso casa, mi imbatto in alcuni spaccapietre a lato della strada, uomini scolpiti dalla fatica che per una manciata di dollari, non fanno altro che spaccare pietre ed accumularle in mucchietti ben suddivisi: spiagge da sogno e spaccapietre, com’è possibile?

Sedie appoggiate a un tavolo, bar sulla spiaggiaIl ristorante italiano. Domani uno dei nostri infermieri internazionali rientra a casa e decidiamo di festeggiare con una cena dal mitico Franco. A circa 30 minuti da Lakkha, in mezzo alla foresta, sorge infatti il ristorante di Franco, modenese, campione di apnea, da 25 anni in Sierra Leone ormai. Lo conoscono tutti e tutti sanno che le sue aragoste sono le migliori della zona, condite da ottimo vino bianco italiano e dai suoi interminabili, coinvolgenti racconti. “Ne ho viste tante, troppe e non so come sia possibile che sia ancora qui a raccontarle”, ci dice mentre squartiamo le aragoste “mi hanno portato via anche i materassi, quelli del Ruf, e volevano portarmi via anche il pulmino con il quale andavo a prendere il cibo anche per loro. Più volte sono stato sul punto di reagire alle minacce ai soprusi, alle uccisioni dei miei aiutanti, ma sarei morto anche io. Non nascondo che la rabbia mi avrebbe portato a fare delle cose inaudite, ma per fortuna, non è mai capitato. Vedevo migliaia e migliaia di profughi andare verso Freetown passando dalla spiaggia per evitare i check point, ogni giorno e ogni notte. I ribelli erano ovunque e spietati. Una sera entrano di nuovo e per nessun motivo uccidono tre dei miei di fronte a me: sono rimasto paralizzato dal terrore con i corpi ancora caldi affianco a me. Per fortuna quei tempi ora sono lontani e il mio residence è quasi pieno, però è stato orribile”.

ultima parte
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Sierra Leone