Diario di viaggio dalla Sierra Leone. Terza parte
Scritto per noi da
Alessandro Greblo, Emergency

Domenica mi concedo mezza giornata di riposo e vado finalmente ad
apprezzare la spiaggia di Lakkha: il posto è incantevole, la spiaggia
semi-deserta, qualche tavolino con sedie, qualche bancarella e davanti
il rumore inconfondibile dell’oceano. Per un attimo la miseria della
Sierra Leone sembra svanire, ma è solo una fugace illusione.
Dal sogno alla realtà. Tra le palme sulla spiaggia sorge l’orfanotrofio di Padre Berton,
dell’ordine dei giuseppini, che dà accoglienza a ex bambini soldato e
orfani di guerra: li vediamo sulla spiaggia avvicinarsi e guardarci con
occhi curiosi, i più audaci esibiscono all’occorrenza una letterina già
pronta per essere “adottati a distanza”. La consumazione al tavolo è
obbligatoria sembra di capire: una birra locale dopo una nuotata e alla
luce del tramonto, sembra davvero un paradiso. Ma un particolare
tatuaggio sul braccio del “cameriere” locale mi fa ripiombare di colpo
alla realtà: è quasi sicuramente un tatuaggio che identifica un
commando del Ruf, il gruppo ribelle che assieme alle forze di Koroma
dell’Afrc e ai
kamajor si sono macchiati dei peggiori crimini di guerra
in particolare tra il 1996 e il 2000 con operazioni dal nome
inequivocabile:
Clean sweep e
No living thing. Ma ormai bisogna
sfruttare il poco turismo che c’è e quindi il mio amico sembra
accomodante, invitandomi a ritornare per assaggiare il barracuda
fresco. Sulla strada verso casa, mi imbatto in alcuni spaccapietre a
lato della strada, uomini scolpiti dalla fatica che per una manciata di
dollari, non fanno altro che spaccare pietre ed accumularle in
mucchietti ben suddivisi: spiagge da sogno e spaccapietre, com’è
possibile?
Il ristorante italiano. Domani uno dei nostri infermieri internazionali rientra a casa e
decidiamo di festeggiare con una cena dal mitico Franco. A circa 30
minuti da Lakkha, in mezzo alla foresta, sorge infatti il ristorante di
Franco, modenese, campione di apnea, da 25 anni in Sierra Leone ormai.
Lo conoscono tutti e tutti sanno che le sue aragoste sono le migliori
della zona, condite da ottimo vino bianco italiano e dai suoi
interminabili, coinvolgenti racconti. “Ne ho viste tante, troppe e non
so come sia possibile che sia ancora qui a raccontarle”, ci dice mentre
squartiamo le aragoste “mi hanno portato via anche i materassi, quelli
del Ruf, e volevano portarmi via anche il pulmino con il quale andavo a
prendere il cibo anche per loro. Più volte sono stato sul punto di
reagire alle minacce ai soprusi, alle uccisioni dei miei aiutanti, ma
sarei morto anche io. Non nascondo che la rabbia mi avrebbe portato a
fare delle cose inaudite, ma per fortuna, non è mai capitato. Vedevo
migliaia e migliaia di profughi andare verso Freetown passando dalla
spiaggia per evitare i check point, ogni giorno e ogni notte. I ribelli
erano ovunque e spietati. Una sera entrano di nuovo e per nessun motivo
uccidono tre dei miei di fronte a me: sono rimasto paralizzato dal
terrore con i corpi ancora caldi affianco a me. Per fortuna quei tempi
ora sono lontani e il mio residence è quasi pieno, però è stato
orribile”.