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Le decisioni prese. “L’Iran è il Paese da cui potrebbe arrivare la nostra sfida più grande”, ha
detto la settimana scorsa al Senato il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice.
“Non abbiamo nessun problema con il popolo iraniano, vogliamo che sia libero.
Il nostro problema è con il regime iraniano”. Secondo il quotidiano della capitale,
nelle sue riunioni interne l’amministrazione Bush è più esplicita sull’argomento.
E negli ultimi tempi ha consultato diversi esperti, ha creato un “ufficio Iran”
a Washington, ha finanziato le attività dell’opposizione iraniana. Inoltre, progetta
di sestuplicare nel Paese degli ayatollah le trasmissioni di Voice of America,
la radio di proprietà del governo statunitense.
La questione arriva all’Onu. Il cambio di rotta dell’amministrazione Bush è maturato negli ultimi mesi. In
precedenza, l’anno scorso, Washington aveva lasciato che a occuparsi dell’Iran
fosse l’Europa: le trattative con Teheran sul nucleare – l’Iran sostiene di volere
energia a scopi pacifici, la comunità internazionale sospetta che miri a dotarsi
di ordigni atomici – erano state portate avanti dal trio composto da Gran Bretagna,
Germania e Francia. Ma già nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, il
31 gennaio, Bush parlò direttamente ai cittadini iraniani: “L’America vi rispetta
e rispetta il vostro Paese. Noi rispettiamo il vostro diritto di scegliervi un
futuro e ottenere la vostra libertà. E la nostra nazione spera di diventare, un
giorno, la più vicina amica di un Iran libero e democratico”, disse il presidente.
Intanto questa settimana, al Consiglio di sicurezza dell’Onu, si discute dei provvedimenti
da prendere nei confronti dell’Iran, che ha deciso di andare avanti sul nucleare:
Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio con diritto di veto, difficilmente
approveranno un’eventuale richiesta di sanzioni. Il tiro alla fune con Teheran
rischia di andare avanti ancora a lungo. Alessandro Ursic