14/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Pkk sconfessa l'azione violenta, ma la Turchia deve fare di più
La battaglia dei curdi in Turchia per il riconoscimento dei loro diritti continua, tentando strade alternative a quelle della violenza. I riflettori dell’informazione internazionale si erano all’improvviso riaccesi sul conflitto ventennale tra il governo di Ankara e la minoranza curda (che ha causato la morte di circa 40mila persone e migliaia di profughi) il 9 marzo scorso, quando un attentatore suicida si è fatto esplodere  nella città di Van, davanti alla sede del governatorato della provincia, uccidendo se stesso e due persone e ferendone altre 19.
 
due guerrigliere curde in turchiaLa rinuncia alla violenza. In altri tempi, nella comunità curda in Turchia sarebbe prevalso il senso di unità contro il governo di Ankara, ma ieri un comunicato diffuso dalla direzione del Pkk, il Partito Curdo dei Lavoratori, ha sconfessato l’attacco. Non addebitandolo a qualcun altro, ma sottolineando come l’attentatore appartenesse al gruppo. Una presa di distanza dalla pratica violenta della lotta per il riconoscimento dei diritti dei curdi in Turchia. “Il nostro compagno spiega in una lettera”, riporta il comunicato del Pkk, “che ha voluto con il suo gesto compiere un’azione dimostrativa per il processo ingiusto ad Abdullah Ocalan, il nostro comandante Apo”. Il comunicato rende noto che l’attentatore si chiamava Devrim Solduk, un ragazzo di 28 anni nato nella cittadina di Siverek, nella Turchia sud orientale. Aveva poi studiato all’Università di Yildiz a Istanbul e infine si era unito alla guerriglia. Il Pkk fa capire come l’attentato sia da ritenersi “un’iniziativa personale” del ragazzo e come l’attacco sia stato “un errore”. Una presa di distanza notevole, che sottolinea come la violenza non venga più ritenuta strategica dalla formazione del Pkk. Questo atteggiamento aveva caratterizzato l’azione del partito dopo la cattura, nel 1999, del suo leader storico Ocalan. La giustizia turca ha condannato a morte Apo, come viene chiamato Ocalan dai suoi sostenitori, ma la sentenza capitale è stata commutata in ergastolo, nel 2002, su pressione dell’Unione Europea. Priva del suo comandante, il Pkk ha cominciato a giocare sulla difensiva, in attesa che il negoziato tra la Turchia e l’Ue per l’ingresso di Ankara nel club europeo potesse portare dei benefici anche ai curdi, nel quadro della maggior tutela dei diritti delle minoranze chiesta dall’Europa alla Turchia.
 
ocalan durante un'udienzaLiberi di parlare. Il Pkk quindi, come confermato dall’episodio di Van, non vuole più utilizzare l’arma del terrorismo nella lotta per il rispetto dei loro diritti in Turchia, ma questo non significa che i curdi adesso vengano trattati meglio. Una conferenza di due giorni, terminata domenica scorsa, ha riunito gli artisti e gli intellettuali curdi per confrontarsi sulla situazione in Turchia. Il quadro non è roseo, tra repressione poliziesca e violazione dei diritti dei curdi. Ma in particolare tutti gli interventi si sono concentrati su un punto rovente del conflitto: il rispetto della lingua. “La lingua curda non ha alcun prestigio sociale”, ha affermato Salih Akin, un professore universitario che insegna in Francia, “la gente può parlarla solo in casa, ma non può farlo liberamente sul posto di lavoro o nelle sedi istituzionali. La Turchia deve emendare la Costituzione, facendo del curdo la seconda lingua ufficiale del Paese”. “Per tutta la vita mi sono sentito diverso”, ha raccontato Nilufer Akbal, un cantante molto amato dalla popolazione curda in Turchia, “quando mi trovo a raccontare la mia passione per la musica curda, in Turchia mi guardano come se solo per questo dovessi essere un terrorista. La polizia turca  rende impossibile la vita agli artisti curdi: ogni volta che devo tenere un concerto, arrivano e pongono tutti i problemi burocratici del mondo per impedire lo spettacolo. Ogni volta bisogna dimostrare di non avere precedenti penali”. I negoziati tra l’Ue e la Turchia hanno dato qualche frutto: la possibilità di tenere corsi privati di lingua e l’opportunità di tenere trasmissioni radiofoniche e televisive in curdo, ma per il resto la lingua curda resta un tabù. Inaccettabile per una popolazione di circa 12 milioni di persone, su un totale di circa 70 milioni di abitanti del Paese. Ankara, magari solo per accontentare i negoziatori Ue, dovrà cedere per impedire che altri ragazzi come Devrim commettano qualche barbarie. 

Christian Elia

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