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La rinuncia alla violenza. In altri tempi, nella
comunità curda in Turchia sarebbe prevalso il senso di unità contro il governo
di Ankara, ma ieri un comunicato diffuso dalla direzione del Pkk, il Partito
Curdo dei Lavoratori, ha sconfessato l’attacco. Non addebitandolo a qualcun
altro, ma sottolineando come l’attentatore appartenesse al gruppo. Una presa di
distanza dalla pratica violenta della lotta per il riconoscimento dei diritti
dei curdi in Turchia. “Il nostro compagno spiega in una lettera”, riporta il
comunicato del Pkk, “che ha voluto con il suo gesto compiere un’azione
dimostrativa per il processo ingiusto ad Abdullah Ocalan, il nostro comandante
Apo”. Il comunicato rende noto che l’attentatore si chiamava Devrim Solduk, un
ragazzo di 28 anni nato nella cittadina di Siverek, nella Turchia sud
orientale. Aveva poi studiato all’Università di Yildiz a Istanbul e infine si
era unito alla guerriglia. Il Pkk fa capire come l’attentato sia da ritenersi
“un’iniziativa personale” del ragazzo e come l’attacco sia stato “un errore”.
Una presa di distanza notevole, che sottolinea come la violenza non venga più
ritenuta strategica dalla formazione del Pkk. Questo atteggiamento aveva caratterizzato
l’azione del partito dopo la cattura, nel 1999, del suo leader storico Ocalan.
La giustizia turca ha condannato a morte Apo, come viene chiamato Ocalan dai
suoi sostenitori, ma la sentenza capitale è stata commutata in ergastolo, nel
2002, su pressione dell’Unione Europea. Priva del suo comandante, il Pkk ha
cominciato a giocare sulla difensiva, in attesa che il negoziato tra la Turchia
e l’Ue per l’ingresso di Ankara nel club europeo potesse portare dei benefici
anche ai curdi, nel quadro della maggior tutela dei diritti delle minoranze
chiesta dall’Europa alla Turchia.
Liberi di parlare. Il Pkk quindi, come
confermato dall’episodio di Van, non vuole più utilizzare l’arma del terrorismo
nella lotta per il rispetto dei loro diritti in Turchia, ma questo non
significa che i curdi adesso vengano trattati meglio. Una conferenza di due
giorni, terminata domenica scorsa, ha riunito gli artisti e gli intellettuali
curdi per confrontarsi sulla situazione in Turchia. Il quadro non è roseo, tra
repressione poliziesca e violazione dei diritti dei curdi. Ma in particolare
tutti gli interventi si sono concentrati su un punto rovente del conflitto: il
rispetto della lingua. “La lingua curda non ha alcun prestigio sociale”, ha
affermato Salih Akin, un professore universitario che insegna in Francia, “la
gente può parlarla solo in casa, ma non può farlo liberamente sul posto di
lavoro o nelle sedi istituzionali. La Turchia deve emendare la Costituzione,
facendo del curdo la seconda lingua ufficiale del Paese”. “Per tutta la vita mi
sono sentito diverso”, ha raccontato Nilufer Akbal, un cantante molto amato
dalla popolazione curda in Turchia, “quando mi trovo a raccontare la mia
passione per la musica curda, in Turchia mi guardano come se solo per questo
dovessi essere un terrorista. La polizia turca
rende impossibile la vita agli artisti curdi: ogni volta che devo tenere
un concerto, arrivano e pongono tutti i problemi burocratici del mondo per
impedire lo spettacolo. Ogni volta bisogna dimostrare di non avere precedenti
penali”. I negoziati tra l’Ue e la Turchia hanno dato qualche frutto: la
possibilità di tenere corsi privati di lingua e l’opportunità di tenere
trasmissioni radiofoniche e televisive in curdo, ma per il resto la lingua
curda resta un tabù. Inaccettabile per una popolazione di circa 12 milioni di
persone, su un totale di circa 70 milioni di abitanti del Paese. Ankara, magari
solo per accontentare i negoziatori Ue, dovrà cedere per impedire che altri
ragazzi come Devrim commettano qualche barbarie. Christian Elia