13/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra compie 3 anni, Khawla ne avrebbe 15: una ragazza, non più una bambina
Sembra che gli animali quando incombe un pericolo lo percepiscano e si agitino, emettendo alti i loro versi. Non è così per gli esseri umani. Alla vigilia della guerra a Baghdad le persone che non avevano potuto allontanarsi, cioè la stragrande maggioranza degli abitanti della città, simulavano disperatamente una vita normale, riempiendo i bar e i mercati, lavorando e sposandosi, sorridendo ospitali ai pochi occidentali rimasti.
VauroTra questi c’ero anch’io. Insieme a Gino Strada ed al team di Emergency che era lì per tentare di allestire centri di soccorso sanitario per la popolazione prima che la guerra la investisse con il suo carico di devastante violenza. Il regime reagiva serrando ancora di più le sue maglie in un cieco delirio di onnipotenza e ci dette pochi giorni per lasciare il paese.
Ci considerava un “rischio per la sicurezza della nazione”.
Pochi giorni e sarei stato fuori da quella normalità simulata e disperata.
Avrei portato con me solo l’angoscia di quelle persone che non potevano andarsene, chiuse in una trappola mortale già pronta a scattare, senza altro scampo se non quello del destino individuale.
Giravo per le strade e ne disegnavo i volti appuntandone il nome, il lavoro e l’età, per fissarne almeno alcuni in un tempo fermo, nel quale non potesse arrivare la guerra a cancellarli.
 
I bambini non percepiscono il pericolo, non hanno bisogno come gli adulti di simulare la normalità, perché per loro la normalità è il momento che stanno vivendo, sono così colmi di futuro che non ne colgono l’avvicinarsi.
Sotto il ritratto, schizzato sul notes, di Khawla Abdallai, 12 anni, avevo scritto “principessa”.
Mi aveva colpito la coroncina di plastica che portava tra i capelli con divertito orgoglio di bambina.
Rise quando glielo mostrai e le restò il sorriso quando poi allontanandosi mi salutò con la mano.
La vedevo allontanarsi verso un futuro che non coglieva ma che io invece avevo fin troppo chiaro, si allontanava verso l’orrore. Io non potevo fermare né lei né l’orrore che stava per inghiottirla.
Allora, forse per impotenza, una volta tornato in Italia le scrissi una lettera che non avrei mai potuto inviarle. Oggi la rileggo:
 
Roma, 15 marzo 2003
 
“Principessa, forse non lo sai, ma tante bambine di dodici anni come te si sentono principesse, sì certo anche qui a Roma da dove ti scrivo o a New York o a Tokio e a Parigi.
Le favole non hanno luogo né tempo, se non quello dell’infanzia. Tu però Khawla, con la tua corona di plastica sei principessa a Baghdad e Baghdad è una città importante nella mappa fantastica delle favole anche se esiste per davvero.
Tutti i bambini del mondo sanno che a Baghdad i tappeti volano e nelle lampade vivono geni buoni che esaudiscono desideri. Allora Khawla tu sei una principessa speciale, fortunata, perché vivi davvero nella città delle favole, dove la tua corona di plastica può brillare più dell’oro, il tuo vestitino con i fiorellini di paillettes è davvero uno sfolgorante manto principesco, anche se è un po’ sdrucito e ti va grande lasciando intravedere la maglia di lana ruvida che porti sotto.
Hai ragione Khawla ad avere quello sguardo orgoglioso e divertito che mi hai regalato, ad allontanarti poi ridendo con la tua amica-ancella, complice di una emozione scaturita fresca dalla tua curiosità coraggiosa di bambina -principessa. Perché il mondo ti gira attorno ed è uno scrigno pieno di splendidi tesori che sono già tuoi perché il tuo futuro è oggi, come per tutti i bambini.
Non ci pensare Khawla al fatto che io che ti scrivo sia un adulto, che io sappia che Baghdad non si trova solo nelle mappe delle favole ma anche nelle carte geografiche dei piloti degli aerei da bombardamento, che quel signore con i baffi ritratto ad ogni angolo di strada non crede che tu sia una principessa e non gli importa che tu sia una bambina, che il tuo futuro è sì oggi, come per tutti i bambini, ma per te è oggi anche perché potrebbe finire domani o tra una settimana, forse due, lo decideranno il caso e dei signori lontani di cui non conosci la faccia, ma che proprio come quello con i baffi non credono alle principesse né ai bambini.
Nemmeno io sai Khawla credevo nelle principesse delle città di favola, finché non ti ho incontrata a Baghdad con la tua corona di plastica e ora vorrei giurarti che invece ci credo che sei una principessa e farti l’inchino come si deve, ma non posso perché lo farei solo per pietà e non ne ho il coraggio.
Non avrei neppure il coraggio di scriverti, se non fossi sicuro che non leggerai mai questa lettera, spero soltanto perché scritta in una lingua diversa dalla tua.
No, non ho coraggio, mi resta solo la forza della vergogna.”
 
Ad aprile ero di nuovo a Baghdad. Non era passato nemmeno un mese e la città non aveva più niente che ricordasse se stessa, palazzi in fiamme, auto ridotte a lamiere contorte ed annerite, il cielo denso di fumo scuro e l’ultima normalità di tante persone trasformata in cadaveri scomposti sui cigli delle strade.
Ancora a Baghdad e a Falluja nel “dopo guerra”  nel maggio 2004.
 
Odio, violenza e paura già avevano reso folle un’intera società , disintegrata, abbruttita, annichilita, dalla guerra che non cessa ma che anzi produce ininterrottamente altre occasioni e forme di morte, dalle autobomba ai bombardamenti al fosforo, dalle moderne sofisticate tecnologie militari agli antichi sgozzamenti con il coltello, in una allucinante contemporaneità infinita.
Poi mai più a Baghdad, perché andare in una città, in un paese trasformati in un mattatoio è suicidio se non si è macellai.
La guerra compie 3 anni, Khawla dovrebbe compierne 15, l’età di una ragazza non più di una bambina.
Chissà se un giorno riuscirò a sapere se Khawla ha avuto il tempo di diventare una ragazza? 
Vauro 
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq