26/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sean Huze era entusiasta di combattere in Iraq. Ora è pieno di rancore verso il suo presidente
Sean HuzeSean Huze la guerra l’ha combattuta e ora può raccontare a tutti quanto è brutta. Si è arruolato nel corpo dei marines il giorno dopo gli attentati dell’11 settembre, perché voleva sentirsi parte della reazione che il suo Paese avrebbe dimostrato contro chi l’aveva attaccato. E’ partito per il Kuwait nel febbraio 2003, lasciando a casa la moglie e il figlioletto di sette mesi. La sua dedizione alla causa l’ha dimostrata più volte nei tre mesi passati al fronte, ricevendo diversi riconoscimenti tra cui un certificato di elogio per “il suo coraggio e lo spirito di sacrificio durante le operazioni di combattimento”. Un incidente occorsogli mentre guidava un blindato leggero gli ha procurato una lesione a un nervo cerebrale con cui dovrà convivere. Sentendosi ingannato da Washington, è tornato a casa pieno di rancore verso il suo presidente.
 
Dalla sua esperienza il 29enne Sean, che si arrabattava come attore già prima di entrare nei marines, ha deciso di ricavare uno spettacolo teatrale, The Sand Storm, fatto di dieci monologhi di soldati. Il Los Angeles Times ha elogiato “la sua forza scioccante e la sua incredibile onestà” nel raccontare la cruda realtà del conflitto. Lo show ha fatto tre settimane di tutto esaurito a Los Angeles in ottobre, e nel 2005 – quando Sean terminerà il suo servizio attivo – sarà portato in giro nel resto degli Stati Uniti. L’obiettivo è tenere lo spettacolo anche nei cosiddetti “red States”, il vasto entroterra degli Usa che ha votato in grande maggioranza per George W. Bush alle elezioni del 2 novembre. “Dobbiamo combattere ancora più duramente in questo Paese – dice il marine al telefono –. Mi sarebbe piaciuto se l’Italia avesse potuto votare”, scherza sapendo che l’Europa avrebbe preferito vedere John Kerry diventare presidente.
 
In cosa credevi tre anni fa, quando ti sei arruolato nel corpo dei marines?
“Semplicemente mi fidavo di Bush. Pensavo ‘questa amministrazione darà la caccia agli animali che ci hanno attaccato l’11 settembre’. Perché Al Qaeda e Osama bin Laden sono subumani, volevo eliminarli. Quando sono stato mandato in Iraq, vedevo quella guerra come un’estensione della nostra risposta all’11 settembre. Ci era stato detto che l’Iraq disponeva di armi di distruzione di massa, che dava rifugio a membri di Al Qaeda, che c’erano legami tra Saddam e Bin Laden. A quelle condizioni, io ero entusiasta di andare in Iraq. Pensavo che, se dovessi morire, ne sarebbe valsa la pena, era un sacrificio che ero disposto a compiere.
 
La locandina di The Sand StormOggi, nessuno di quelli che conosco si spiega il motivo per cui abbiamo impegnato 165mila soldati in Iraq e neanche 20mila in Afghanistan, quando sappiamo che chi ci ha attaccato l’11 settembre sta nella montagnosa zona di confine tra l’Afghanistan e il Pakistan. Per me non ha senso. Credo che se ci fossimo impegnati in maniera più forte in Afghanistan, avremmo eliminato la rete di Al Qaeda, che è il vero nemico degli Usa e del mondo. La comunità internazionale avrebbe sostenuto il nostro sforzo, oggi vivremmo in un mondo più sicuro dal terrorismo. Invece abbiamo dichiarato guerra a un nemico che da oltre dieci anni non era più una minaccia per nessuno al di fuori dei suoi confini. E facendo così ci siamo giocati il sostegno di alleati fedeli come Francia e Germania, abbiamo infiammato la situazione in Medioriente, creando un ambiente che incoraggia il terrorismo, e mettiamo in pericolo ragazzi americani in una terra a cui non apparteniamo.
 
I civili iracheni stanno pagando un prezzo terribile, nelle loro vite e nel loro benessere. E’ molto frustrante per me. Le sole persone che vedo trarre beneficio da questa situazione sono i grandi gruppi come la Halliburton e la Carlyle, e credo che se alla fine apriremo gli occhi e seguiremo il denaro capiremo le vere ragioni che stanno dietro a questa guerra”.
 
Secondo te allora perché Bush non ha voluto finire il lavoro in Afghanistan? Acciuffare Bin Laden lo avrebbe fatto diventare un eroe, non avrebbe corso il rischio di non essere rieletto.
“Ci facciamo tutti la stessa domanda, vorrei avere una risposta ma non ce l’ho. La comunità internazionale non capisce come Bush sia riuscito a farsi rieleggere, ma spero capisca che 56 milioni di americani non hanno votato per lui, hanno votato per Kerry, si chiedono le stesse cose, e cercano di far sì che questa amministrazione risponda delle sue azioni. Credo che alla fine la verità verrà fuori. Purtroppo così non è stato prima del 2 novembre”.
 
Come credi si svilupperà la situazione in Iraq?
“Nel futuro vedo una resistenza che non cesserà. La comunità internazionale non appoggerà questa amministrazione, sarà impossibile togliere l’impronta americana da tutto questo. Non intravedo una fine dell’occupazione nei prossimi cinque anni. Credo che ci vorrà una nuova leadership in questo Paese per portare dei cambiamenti in Iraq”.
 
Il logo di The Sand StormMolti esperti però prevedono che il secondo mandato di Bush dovrà per forza essere meno radicale. Il deficit nei conti Usa è sempre più grande e le truppe cominciano a scarseggiare.
“Un’amministrazione più morbida nei confronti dell’Iraq? Con Condoleezza Rice? Si sono sbarazzati di Colin Powell, che era un moderato. Non vogliono sentire la voce di un moderato, nessuno che osi dissentire. La Rice è un falco nella sua visione militare e del mondo. La diplomazia non migliorerà per niente”.
 
Hai visto il video del marine che uccide un uomo ferito e apparentemente disarmato in una moschea di Falluja? Cosa ne pensi, e hai assistito ad episodi simili?
“La situazione in cui ci troviamo in Iraq è davvero difficile. Non ci sono scuse per gli abusi sui prigionieri di Abu Ghraib, quello era un comportamento deplorevole e non è il modo in cui operiamo. Siamo uomini con un onore. Per quanto riguarda il caso di Falluja, c’è un’indagine in corso e finché non sarà finita ha poco senso commentare. C’è da dire che non è ancora chiaro cosa è successo prima che il filmato venisse girato. Per quel soldato forse era una questione di vita o di morte. In battaglia devi prendere delle decisioni molto velocemente, la tua vita e quella dei tuoi compagni dipende da te. E’ facile giudicare dalla sicurezza del proprio salotto, non lo è prendere decisioni in pochi secondi nelle strade di Falluja”.
 
E’ opinione comune – ora lo riconosce anche il Pentagono – che gli Stati Uniti stiano perdendo la battaglia per ‘i cuori e le menti’ del mondo arabo. Tu cosa diresti a un musulmano che crede che Bin Laden sia un eroe perché combatte i malvagi americani?
“Gli direi di andarsi a rileggere il Corano. Non c’è niente di eroico nell’essere un codardo imbucato in una grotta mentre mandi i tuoi cosiddetti soldati ad attaccare bambini, donne e uomini innocenti. Sia il cristianesimo che l’Islam credono in un giudizio di Dio o di Allah. Non vorrei essere Bin Laden di fronte all’ira di Allah. E’ un assassino, un terrorista, e tutti i precetti di Allah, di Cristo, di Budda, di qualunque religione condannano la strage di innocenti”.

Alessandro Ursic

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